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Fukushima è una grana ma il Giappone tornerà al nucleare nonostante tutto

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Alla fine di maggio alcune scuole elementari della regione di Fukushima hanno autorizzato la ripresa di attività all’aperto per i loro studenti. In pochi giorni i parchi attorno alle scuole si sono riempite di bambini muniti di mascherine chirurgiche intenti a giocare a pallone o impegnati in gare di atletica sotto un caldo sole estivo.

Negli stessi giorni  - ma solo per caso – a seguito della chiusura del reattore n°3 della centrale di Tomari sull’isola di Hokkaido, il Giappone è, seppure temporaneamente, uscito dal nucleare per la prima volta dal 1970. In quell’anno la sospensione riguardò i due soli reattori attivi all’epoca e durò per appena cinque giorni: il tempo necessario per una manutenzione di routine. Non ci furono né manifestazioni di giubilo, né particolari preoccupazioni. Ma non c’era neppure stato il terremoto e lo Tsunami del 11 Marzo 2011 e il triplo melt-down della centrale nucleare di Daiichi.

Questa volta la completa interruzione della produzione di energia elettrica dall’atomo riguarda tutti i 54 reattori presenti nel paese, rischia di durare molto più a lungo di quei rapidi 5 giorni ed è stata accompagnata da cortei festanti per le strade di Tokio, da un grande allarme nel mondo imprenditoriale giapponese e da quello che si annuncia come un immenso rompicapo politico per il primo ministro Yoshihiko Noda.

Il Giappone non ha preso nessuna decisione politica definitiva rispetto al suo futuro energetico messo in crisi dal disastro di Fukushima, ma sotto la pressione dell’opinione pubblica e degli organismi internazionali di controllo tutti i reattori nucleari del paese sono stati chiusi uno ad uno per essere sottoposti a verifiche di sicurezza e a stress test di particolare severità. Molti avrebbero dovuto riaprire una volta superata la fase dei controlli, ma le popolazioni locali hanno ovunque fatto sentire la voce contraria e così le autorità regionali ritardano nel concedere le necessarie autorizzazioni per paura di un’ondata di proteste molto più forte e organizzata.

La centrale nucleare di Oi, nella prefettura di Fukui, ha superato da tempo tutti i test e sarebbe pronta a rientrare in operazione. Anche l’assemblea municipale ha votato a favore della riapertura, spinta dalle preoccupazioni per la crisi dell’economia locale e la disoccupazione legata alla prolungata chiusura. Ma un sondaggio realizzato da Kyodo News mostra che il 59,5 per cento dei cittadini della zona è contraria alla riapertura, mentre solo il 26,7 per cento si dice favorevole. In questa situazione, anche il premier Noda esita a forzare la mano dell’opinione pubblica, dovendo egli stesso affrontare nuove elezioni nel 2013, in un clima in cui tutti i partiti sono vittime di una verticale perdita di consensi e di fiducia.

Ma l’indecisione con cui la classe politica giapponese sta affrontando il tema del futuro energetico rischia di aggravare il problema. Prima del disastro di Fukushima l’energia nucleare copriva circa il 30 per cento del fabbisogno nazionale, ma secondo il piani del governo guidato dal Democratic Party of Japan (salito al potere nel 2009 dopo 54 anni di predominio del più conservatore Liberal Democratic Party) l’apporto dell’atomo avrebbe dovuto toccare il 50 per cento prima della fine del 2030. Oggi nessuno ci crede più e sembra anche lontana la possibilità di tornare ai livelli pre-Fukishima, dovendo ripartire da zero. La previsione dell’Intelligence Unit dell’Economist è di 30.6 gigawatt (gw) di energia nucleare prodotti nel 2020, in calo rispetto ai 47.7 gw del 2010 – una significativa revisione dai 61.2 gw previsti prima di Fukushima.

Il problema è dunque come farà la terza economia industriale del mondo, con i suoi 127 milioni di abitanti stretti in un territorio grande neppure come la California (che ne ha 37 milioni), a riempire il gap venutosi a creare nel suo bilancio energetico. Il Giappone è privo di risorse naturali proprie, isolato dalla sua conformazione geografica e quindi dipendente da costose importazioni di oil, gas e carbone da oltremare, troppo densamente popolato e prevalentemente montuoso per lo sfruttamento intensivo del solare e insieme affamato di energia per tenere in funzione un apparato industriale imponente e una popolazione ad alto tasso di consumo energetico.

Mentre per le strade di Tokyo i manifestati anti-nucleare festeggiavano l’avvento di un Giappone per la prima volta senza atomo e portavano quella passeggera circostanza a dimostrazione che il Paese avrebbe potuto vivere denuclearizzato per sempre, i vertici industriali nipponici facevano i conti con l’aumento dei costi dell’energia e le crescenti difficoltà di tutti i settori produttivi, per di più in una congiuntura economica di bassa crescita. In un rapporto pubblicato recentemente, la politica nazionale del governo ha previsto un calo di energia del 5% per Tokyo, mentre le compagnie energetiche hanno predetto una insufficienza energetica del 16% nel Giappone occidentale, area che include la principale città industriale, Osaka.

“Devo ammettere che stiamo affrontando il rischio di una grave carenza di energia elettrica”, ha dichiarato il ministro dell’economia, del commercio e dell’industria, Yukio Edano, aggiungendo che il costo aggiuntivo di importare carburante per utilizzarlo nelle stazioni di energia termica potrebbe essere addebitato ai singoli consumatori attraverso bollette dell’elettricità più alte. Per questo il governo ha deciso quest’anno di anticipare di un mese il “cool biz”,  la campagna di promozione estiva di abbigliamento informale mirata a risparmiare energia riducendo l’uso dell’aria condizionata. 

Keidanren, l’influente lobby per gli affari giapponese, è in prima fila sul fronte della riapertura delle centrali nucleari ovunque possibile. Secondo un sondaggio, il 71% delle case costruttrici ha dichiarato che la carenza di energia potrebbe costringerli a tagliare la produzione, mentre il 96% ha affermato che lo spettro aggiuntivo di bollette dell’elettricità più elevate colpirà gli incassi. L’Istituto giapponese per l’economia dell’energia ha calcolato che il mancato apporto del nucleare unito ai maggiori prezzi per l’importanzione di fonti alternative limiterà la crescita del Pil del paese allo 0,1 per cento nel 2012.

Il costo delle importazioni di carburanti fossili ha già prodotto il primo deficit commerciale del Giappone da 30 anni a questa parte. Le sole importazioni supplementari di petrolio sono aumentate di 4,5 milioni di barili al giorno, per un ammontare di 100 milioni di dollari al giorno.

La lobby filo-nucleare composta dai grandi gruppi industriali e dalla compagnie energetiche, anche se meno influente e ascoltata di prima ha ancora solidi argomenti da spendere. Lo smantellamento delle 54 centrali nucleari giapponesi - sostengono - avrebbe costi tali da bloccare la crescita per decenni; le energie alternative non sono ancora in grado soddisfare la sete di energia del cuore produttivo del paese e i costi di generazione restano molto più alti, per questo motivo il governo dovrebbe fornire incentivi alle rinnovabili per molto tempo, anche qui dirottanto fondi che portrebbero servire alla crescita del paese. In ogni caso - dicono i sostenitori del ritorno al nucleare - per lunghi anni il paese sarebbe costretto a tornare ai carburanti fossili, mettendo in discussione uno dei primati del  Giappone in tema di controllo di emissioni di carbonio.

Prima di Fukushima, il Giappone era la sesta nazione su 92 nel World Energy Council Energy Sustainability Index, con un sistema energetico relativamente efficiente che assicurava una fornitura stabile di energia, un accesso all’elettricità alla portata delle tasche di tutta la popolazione giapponese, con un livello di emissioni di CO2 relativamente basso. In mancanza dell’apporto del nucleare questo complesso e virtuoso equilibrio potrebbe saltare. L’Intelligence Unit dell’Economist fa previsioni fosche sull’aumento dei consumi di carburanti fossili: "La domanda giapponese di gas naturale raddoppierà tra il 2011 e il 2020. Sebbene il Giappone farà maggiore affidamento sul gas, i prodotti petroliferi rimarranno tuttavia la più grande fonte di energia: la loro quota sul totale del consumo di energia ristagnerà appena sotto al 45%, ma a causa del fatto che l’utilizzo complessivo di energia aumenterà nei prossimi dieci anni, in termini assoluti questo implicherà ancora l’utilizzo del 40% in più di petrolio nel 2020 rispetto al caso del 2011. Il consumo di carbone, nel frattempo, aumenterà a sua volta di quasi il 20% nel corso di questa decade, secondo le nostre previsioni, rappresentando quasi un quinto del consumo di energia totale".

La conclusione del rapporto dell’Economist lascia poco spazio alle speranze ambientaliste e sembra dare ragione a chi chiede di accelerare il ritorno in operazione dei reattori nucleari giudicati sicuri: "Una conclusione del nostro rapporto è che il progresso del Giappone verso la creazione di un’economia a basse emissioni di carbonio sarà, per ora, insoddisfacente". Per molti, l’emergenza nucleare di Fukushima ha rivelato i pericoli dell’affidarsi all’energia atomica. Ciònonostante, nel lungo periodo, i drammatici eventi del Marzo 2011 potrebbero anche essere noti per aver portato il Giappone su un sentiero meno verde, di energia meno sicura.

Si collocano agli antipodi le previsioni e le proposte contenute in un rapporto redatto da Greepeace e dal European Renewable Energy Council. Secondo lo studio presentato alla fine del 2011 e titolato “The Advanced Energy (R)evolution”, il Giappone avrebbe tutte le caratteristiche, fisiche,  idrogeologiche e tutte le necessarie conoscenze tecnologiche per abbandonare definitivamente il nucleare già a partire dal 2012 e lanciare una rivoluzione verde con un mix di energia eolica (a terra e al largo), idroelettrica, geotermica e solare. Passando ovviamente per una fase di aumento dei carburanti fossili che potrebbe però essere tamponata da sostanziose misure di risparmio energetico. Secondo Greenpeace la chiusura di tutte centrali nucleari avvenuta a maggio “potrebbe essere il punto di svolta per il Giappone. Con un’abbondanza di risorse di energia rinnovabile e una tecnologia di primo livello, il Giappone potrebbe facilmente diventare il leader dell’energia rinnovabile, allo stesso momento in cui termina il suo affidarsi a una pericolosa e costosa tecnologia nucleare”.

La definizione del World Energy Council di energia sostenibile è basata su tre dimensioni fondamentali: la sicurezza dell’energia, l’equità sociale e la mitigazione dell’impatto ambientale. Il Giappone era faticosamente riuscito a costruire un punto di equilibrio in quello che gli esperti chiamano the “Energy Trilemma”. Dopo Fukushima sembra tutto da rifare: in Giappone - che ha pagato il prezzo più alto -  ma anche nel resto dei paesi sviluppati e in quelli emergenti, tutti da tempo in cerca del loro proprio punto di equilibrio. Di certo le scelte che prenderà il Paese del Sol Levante circa il suo futuro energetico saranno guardate con attenzione costante in tutto il resto del mondo.

Tratto da Longitude

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