Fuori dal museo: il “Re Galantuomo” era fin troppo galante
13 Giugno 2010
di Daniela Coli
La celebrazione dei 150 anni dell’unificazione italiana è un tomentone da mesi: i gridi di dolore sulla nazione abbandonata, il Risorgimento dimenticato, l’unità della penisola a rischio sono diventati pane quotidiano per gli storici. Senza contare le paginate del Corriere sugli eroi e le eroine del Risorgimento, i commenti indignati su chi non li prende troppo sul serio, perfino il ritorno della retorica sul “Re Galantuomo”, che sarebbe più opportuno definire “galante”, vista la propensione a farsi le italiane più di fare gli italiani. Però, dato l’alto numero di figli illegittimi sparsi per il paese, il re porcello dai gusti pecorecci può essere indubbiamente annoverato tra i “padri della patria”.
Che male c’è a discutere il Risorgimento e i suoi protagonisti? In Gran Bretagna si dibatte da sempre della guerra civile del ‘600: aveva ragione chi teorizzava Oceania come Harrington, un’Inghilterra atlantica, un sol blocco con gli Stati Uniti, o chi voleva un’Inghilterra europea? Un problema ancora attuale. Dobbiamo rimetterci a fare gli italiani, un ennesimo progetto di nation-building, come piacerebbe a Filippo Rossi di Fare Futuro, o sarebbe il caso di rendersi conto che l’Italia esiste da secoli come nazione ed è stata importante per secoli nella storia europea anche se non era uno Stato nazionale centralizzato? I banchieri fiorentini che inventarono le cambiali e sovvenzionarono gli affreschi di Giotto in Santa Croce non erano meno italiani dei Savoia, che parlavano francese e misero la faccia sul Risorgimento per ambizioni dinastiche. I viaggiatori stranieri del ‘500 e ‘600 non avevano dubbi sull’esistenza della nazione italiana, anche se amministrata da Stati diversi, alcuni potenti come la Serenissima Repubblica di Venezia, nel ‘400 più ricca e importante dell’Inghilterra.
La parola Stato come oggi la intendiamo, fu usata per la prima volta da Machiavelli e fino allora era usata per gli Stati della Chiesa. Certo, c’era il papa-re – come non manca di ricordarci Sergio Romano, dimenticando però il re-papa in Gran Bretagna dal 1533 –, la Chiesa era una grande potenza politica, diplomatica, culturale, completamente secolarizzata fino alla Riforma, e aveva creato un sistema di relazioni internazionali che assicurò la pace e l’unità all’Europa fino alla guerra dei Trent’anni e a Westfalia, con cui iniziò un ciclo di rivoluzioni politiche, che sconquassò l’Europa e condusse alla nascita dei nazionalismi e a due guerre mondiale con le quali il nostro continente uscì dalla storia. Adesso siamo alla fine del ciclo iniziato da Westfalia, siamo nel mondo post-occidentale, la cui asse è il Pacifico, non più l’Atlantico e, pensando all’Europa per evitare il declino, dobbiamo chiederci se i Medici, con Maria regina di Francia, che scopre Richelieu, non siano stati la prima dinastia seriamente italiana ed europea.
Facendo un po’ di storia virtuale, i Medici al posto dei Savoia avrebbero saputo risolvere il problema di Roma senza inviare l’esercito a fare la breccia di Porta Pia, inimicandosi il papa e creando al Regno neonato perfino la questione cattolica. Ai raffinati e smaliziati Medici non sarebbe certo mancato un cardinale in famiglia per trovare una soluzione con Pio IX, né spie e ambasciatori a Londra e Parigi. Per contare a Londra all’inizio del ‘600, i Medici non mandarono una Castiglione nel letto di Giacomo I, ma gli fecero sapere, quando era ancora soltanto re di Scozia, di un attentato per eliminarlo. Lungimiranti, avrebbero trattato con i Borboni del Regno delle Due Sicilie, un ramo della più grande dinastia d’Europa insieme agli Asburgo e oggi amati sovrani di Spagna. I Medici avrebbero trattato con i francesi, gli Asburgo e forse avrebbero fatto una confederazione tra Stati, un piccolo embrione della futura Unione Europea. I Medici non erano bacchettoni, sapevano fare affari, trattare, fare le guerre e vedere lontano. Vittorio Emanuele II fece tanto baccano col papa, creò la questione cattolica, e finì per confessarsi prima di morire.
Vittorio Emanuele II era semplice e rozzo, una natura più taurina che leonina e volpina, grande mangiatore, pronto a balzare addosso a ogni femmina dovunque si trovasse, insomma ‘ndo cojo, cojo. Una specie di sultano con un costoso harem permanente, nonostante la bella Rosina, che dall’età di 14 anni fu la sua amante, gli dette figli, gli preparava pranzi per le sue abbuffate pantagrueliche, sempre ingioiellata come una madonna di Pompei, e piena di detective per stanare la rivale del momento. Al re di Sardegna piaceva andare a caccia e fare la guerra, ma senza Cavour, difficilmente sarebbe divenuto re d’Italia. Non fu una marionetta, ma neppure un protagonista. Se il re “galante” fece il suo viaggio nel Meridione con la Rosina e i consiglieri, Cavour non visitò mai neppure Roma. Subito dopo la conquista del Sud si manifestò l’incapacità di pilotare il processo di integrazione, a causa del profondo antimeridionalismo piemontese. “Altro che Italia, questa è Africa! I beduini, a riscontro di questi cafoni sono fior di virtù civile” disse Luigi Carlo Farini. Eppure Vittorio Emanuele, con un debole per i fienili, aveva poca dimestichezza col sapone: per lui l’afrore delle ascelle femminili era un eccitante. Torino era una città dove pochissimi fortunati possedevano un bagno e la sporcizia non risparmiava nessun quartiere, ma l’Africa cominciava a Napoli.
È davvero strano se a quelli nati nel primo Novecento il Risorgimento dava grandi emozioni e invece ai nati nel secondo Novecento non le dà più? Non significa non sentirsi italiani, tutt’altro. I miti non scaldano più, quando sono andati a pezzi e tentare di rincollarli con la minaccia della Lega secessionista non funziona. Trafalgar Square è un simbolo forte per gli inglesi, perché a Trafalgar la Royal Navy sconfisse Napoleone, Nelson ferito a morte rimase in mezzo ai suoi marinai. Finché non riusciremo ad ammettere che l’Italia perse la guerra, ma che i soldati italiani gettati allo sbaraglio dopo il 10 giugno 1940 combatterono come leoni comandati da vertici inetti e non capiremo quei poveri soldatini che dopo l’8 settembre allo sbando senza più ordini, confusi, disperati, si strapparono la divisa di dosso e finirono anche per prendersi a fucilate, non riusciremo a capire una nazione senza più guida, a cui era rimasto solo la rabbia e l’orgoglio.
I giochi di una ragion di Stato furbastra non ci ha permesso di riconoscere la sconfitta, il coraggio dei ragazzi della Folgore a El Alamein, quando circondati dai carri armati britannici che li invitavano ad arrendersi, finite le munizioni, affamati e senz’acqua, riempirono di esplosivo le scatole di pomodori e usarono quelle. Non c’è bisogno di rifare gli italiani: gli italiani ci sono da secoli, con i loro difetti e le loro virtù. Erano italiani i marinai della corazzata La Roma, il gioiello della nostra Marina, mandata a farsi affondare dai tedeschi il 9 settembre del ’43. E dobbiamo anche capire come a quel punto, nello sbando completo, con due eserciti stranieri che si combattevano, come sia accaduto agli italiani di cominciare a prendersi a fucilate.
Pietrangelo Buttafuoco si è chiesto una volta cosa sia passato nella testa di Aligi Barducci, un fiorentino tosto, nato nel popolare quartiere del Pignone, che come comandante della pattuglia Potente si batte furiosamente contro gli americani in Sicilia, riesce a raggiungere fortunosamente Firenze e dopo l’8 settembre col nome di “Potente” diventa partigiano e muore combattendo altrettanto furiosamente i tedeschi. Allora i giovani erano patrioti, se alcuni non sopportano il tradimento del re e pur sapendo che la guerra era persa vanno a cercare la “bella morte”, altri diventano partigiani, ma non combattono per il re, anche se combattono i tedeschi. Aligi Barducci non combatteva per il re, forse per quello che aveva visto in Sicilia, forse rivoleva soltanto la sua Firenze. È qui che l’oleografia risorgimentale si frantuma. Non ci serve un museo del Risorgimento, sarebbe un museo di fantasmi: è giunto il momento di onorare i ragazzi che lanciavano scatole di latta piene di esplosivo in Africa, i marinai della Roma che non volevano affondare, ma erano pronti a morire contro gli agloamericani, quelli che vanno a farsi ammazzare a Salò e quelli come Aligi Barducci, il partigiano “Potente”, che muore combattendo. È questa l’Italia che non muore, l’Italia presa a tradimento, l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura.
