Futuristi con le “mani libere” ma senza obiettivi comuni

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Futuristi con le “mani libere” ma senza obiettivi comuni

15 Ottobre 2010

Futuristi e con “le mani libere”, dal Pdl. La tattica finiana vale a Roma coi se e i ma sui provvedimenti del governo e pure sul territorio dove la macchina del partito che non c’è ancora ma già c’è, si muove a pieni giri. L’annuncio del presidente della Camera sulla possibilità che Fli alle prossime amministrative si tenga fuori dal Pdl se non ci saranno intese sui candidati futuristi e sul programma, siglando accordi con Casini e Rutelli (per ora) o correndo in solitaria è l’ultima mossa in ordine temporale che l’ex leader di An ha calato nella partita a scacchi col Cav.

Il megafono della propaganda rimbalza da una regione all’altra dove Fini e i suoi colonnelli fanno la spola per accogliere nuovi adepti o transfughi in uscita dal Pdl enfatizzando il concetto “siamo uno in più, stiamo crescendo, siamo tantissimi”. Al netto degli slogan e del tentativo di tenere alta la tensione nel centrodestra, il dato oggettivo è che Fli si sta strutturando nel territorio posizionandosi in vista delle amministrative di primavera. Sezioni, uomini, “manifesto” elettorale: questo il profilo veicolato ad ogni conferenza stampa; ma a ben guardare il connotato di fondo dell’area futurista, almeno per il momento, è quello di un collettore di scontenti e malpancisti che dal Pdl migrano sotto le insegne finiane.

Le ragioni hanno un comune denominatore che a livello locale assume dimensioni più accentuate rispetto al quadro nazionale: la critica a un Pdl che nelle realtà locali stenta ad esprimere la sua forza propulsiva, un partito autoreferenziale che tende ad escludere anziché includere. Un dato che non può essere sottovalutato e che anzi, dovrebbe accelerare l’azione di rilancio che Berlusconi ha annunciato partendo proprio dai territori. Anche perché dopo la scissione dei finiani dal Pdl, nel centrodestra si è costituita una terza area che propone un’offerta politica e come sempre accade, la novità del momento può rappresentare di per sé un elemento attrattivo specie per chi non trovando spazi altrove si gioca la ‘carta’ puntando a poltrone e incarichi.

Ma se si osserva in controluce,  nell’operazione di Fini ci sono contraddizioni e paradossi, a partire dai contenuti. Il dato che salta agli occhi è che finora il “manifesto” futurista è solo abbozzato e su questioni strategiche quali immigrazione, cittadinanza, legalità, temi etici, viene da chiedersi perché l’elettorato di centrodestra dovrebbe aderire alla proposta finiana? Non solo: il tentativo di tornare indietro, alla frammentazione del quadro politico, magari cambiando la legge elettorale come i finiani vanno sostenendo insieme a Udc e Pd, rappresenta un elemento che il popolo di centrodestra difficilmente comprende. L’esempio più lampante si è avuto alle regionali con l’Udc: laddove ha tradotto i distinguo dal Pdl e da Berlusconi in accordi locali con la sinistra gli elettori non hanno premiato la scelta di Casini, mentre è accaduto il contrario in Lazio, Campania, Calabria. Non solo: la linea del controcanto che a livello nazionale i finiani continuano a portare avanti, rischia di rivelarsi un boomerang che finisce per disorientare elettori e simpatizzanti.

Passando in rapida rassegna il quadro “futurista” in alcune regioni, la fotografia che ne deriva ha sempre i soliti colori: si passa a Fli per protesta. In Toscana proprio ieri Italo Bocchino ha annunciato in conferenza stampa la novità della campagna acquisti, ovvero l’adesione al partito futurista dell’ex vicepresidente del consiglio regionale Angelo Pollina (Fi) che segue quelle dell’ex capogruppo Pdl al Comune di Firenze, Bianca Maria Giocoli (Fi) e del suo vice Riccardo Sarra (An). “Siamo più di ottanta”, è il refrain ripetuto davanti ai cronisti. Al di là della propaganda il punto vero è come amalgamare e attorno a quali contenuti politico-programmatici, persone che per storie personali, provenienze, esperienze politiche hanno visioni diverse e magari, fino a qualche settimana fa hanno portato avanti battaglie su temi strategici nella direzione opposta a quella che ora Fini indica ai suoi.

In Puglia il “nucleo” di Fli ruota attorno a due parlamentari, Divella e Patarino e all’europarlamentare Salvatore Tatarella, oltre al consigliere Surico e all’attuale capogruppo del Pdl al Comune di Bari, Costantino. Mentre in Toscana il fenomeno della migrazione intacca anche le fila di Fi, in Puglia tutto ruota attorno al nucleo dei finiani storici che tengono saldamente in mano le redini locali di Fli. Ma anche in questo caso, la forza elettorale della pattuglia futurista è tutta da testare e la logica delle “mani libere” in vista delle amministrative, viene letta da molti esponenti del centrodestra, come una tattica per alzare la posta, il tentativo di diventare un soggetto politico “condizionante” col quale, alla fine, dover trattare.

Anche in Abruzzo la pattuglia futurista si va componendo ma qui c’è perfino un paradosso: il partito non è ancora nato ma è già scattata la competizione su chi è il vero referente di Fini. E’ la partita a due che riguarda il parlamentare Catone e il vicepresidente della giunta regionale Castiglione. A detta di molti eletti abruzzesi ciascuno dei due si accredita come unico ‘delfino’ finiano  investito direttamente dal capo dello scettro del comando. Ma alla fine, chi sarà il vero referente che si siederà a tavolo regionale delle trattative?

Al di là del quadro locale, il punto di fondo è che l’idea delle “mani libere” racchiude in sé un unico obiettivo che vale a Roma come nei territori: rivendicare il riconoscimento di “terza gamba” del centrodestra e in questa veste trattare alla pari con Berlusconi e Bossi. I distinguo e il controcanto sui provvedimenti del governo servono anche a questo, oltre a rappresentare il tentativo di costruire proprio sul crinale della rottura col berlusconismo il proprio consenso elettorale. Da spendere nella partita per le amministrative, da mettere in campo in caso di voto anticipato.

Il Pdl dovrà necessariamente fare i conti con Fli. Sono in molti a pensare che l’obiettivo di fondo specialmente a livello territoriale e in questa fase resti uno solo: consolidare il partito, radicarlo nelle realtà locali, rimettere in moto quella mobilitazione che trae la sua forza dallo spirito del ’94, proporsi come forza politica inclusiva proiettata ad allargare i propri confini. Futuristi a parte, – si ragiona nel Pdl – la mission è e resta la costruzione del grande partito dei moderati.