G20, Brown voleva salvare il mondo ma rischia solo di perdere la faccia
30 Marzo 2009
di William Ward
Be careful what you wish for, because it might come true ("Presta attenzione a che cosa desideri, perché infatti potrebbe verificarsi"). Si applica spesso in inglese l’atavica massima cinese, paradossale quanto elementare, che consiglia alla gente di non farsi troppe ambizioni, causa il rischio dell’effetto boomerang. E non pochi analisti politici britannici l’hanno citata nel caso, ormai clamoroso, di Gordon Brown, l’ex cancelliere dello scacchiere nei tre governi presieduti da Tony Blair, che per oltre un decennio ha tramato contro il suo amico-rivale pur di prenderne il posto.
Da quando è scattata la crisi economica nell’autunno scorso, Gordon Brown ha cercato di presentarsi come l’unico politico internazionale di sufficiente esperienza politica, conoscenza delle cose economiche e peso personale, da poter traghettare il mondo verso una giusta ed equilibrata "rifondazione economica" dell’ordine mondiale.
Alla prima riunione delle potenze economiche a New York, agli inizi di gennaio, si è speso per accreditarsi di fronte ai colleghi come l’ideale anfitrione della conferenza per il G20, un’indulgenza che in seguito ha ottenuto, lavorando giorno e notte da quel momento per stilare working papers e convergence documents fra le rispettive cancellerie e per dare l’impressione di "traction" – cioè di un movimento verso dei risultati concreti alla conferenza, che si terrà all’Excel Conference centre nella zona di Docklands a Londra a partire dal 2 aprile.
Per dare impeto e sostanza al suo grande piano, Downing Street da quasi tre mesi è un turbinio di attività diplomatiche e para-diplomatiche – il tutto gestito e coordinato da Mark Malloch-Brown , l’ex vice segretario-generale dell’ONU sotto Kofi Annan, e un liberal internationalist di stampo clintoniano – per garantire il successo della visione del premier.
Ma tutti gli sforzi del soave e machiavellico Mark Malloch Brown, (che i leader del mondo conoscono molto meglio di Brown) per garantire un andamento sereno dei piani non sono stati sufficienti a garantire un bel niente: alla conferenza stampa congiunta a Brasilia, l’altro ieri, lo stesso presidente brasiliano Lula ha indicato come assai probabile il fallimento del G20 di Brown: "una conferenza dove si proclamerà solo di rivedersi fra qualche mese per un’altra conferenza non è una cosa riuscita", giudicando "gli uomini bianchi dagli occhi azzurri" (i leader dei paesi ricchi del mondo nordoccidentale) i veri responsabili dell’attuale caos dell’economia globale.
Molti commentatori economici, politici e mediatici a Londra, che diffidano delle capacità di persuasione del premier in carica, esprimono apertamente un forte scetticismo – almeno quanto quello del presidente brasiliano, ma forse con più cognizione di causa: se Gordon Brown non si è rivelato molto competente nella gestione della cosa pubblica britannica, come può presentarsi come il politico ideale per la gestione dell’economia internazionale?
Malgrado le ripetute riunioni con
Ancora una volta infatti, la posizione "da ponte" del Regno Unito – che vorrebbe sempre essere l’arbitro e il go-between fra le culture così diverse come quelle dell’America e dell’Europa continentale – rischia di rivelarsi piuttosto quella di un’isola isolata da entrambi: gli americani con i loro piani ambiziosi di reinvestimento nell’economia e con gli accenni di protezionismo, gli europei con il rigore annunciato dalla Merkel e con la voglia di imporre una nuova serie di regole finanziarie che potrebbero finire per smantellare una volta per sempre la posizione privilegiata della City di Londra, a favore delle borse continentali, a cominciare da quelle di Francoforte e Parigi.
Gordon Brown ha voluto essere il padrone di casa del G20, sperando di uscirne come l’architetto (quasi) unico di una ricetta accettata da tutti per il rilancio dell’economia mondiale e globale. Ma la maggior parte dei pronostici sembrano indicare che fra i grandi blocchi – USA, Europa e i Brics per cominciare – si finirà in un nulla di fatto, non molto distante dal fallimento totale del Doha Round del WTO di alcuni anni fa.