G20, Brown voleva salvare il mondo ma rischia solo di perdere la faccia

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G20, Brown voleva salvare il mondo ma rischia solo di perdere la faccia

30 Marzo 2009

Be careful what you wish for, because it might come true ("Presta attenzione a che cosa desideri, perché infatti potrebbe verificarsi"). Si applica spesso in inglese l’atavica massima cinese, paradossale quanto elementare, che consiglia alla gente di non farsi troppe ambizioni, causa il rischio dell’effetto boomerang. E non pochi analisti politici britannici l’hanno citata nel caso, ormai clamoroso, di Gordon Brown, l’ex cancelliere dello scacchiere nei tre governi presieduti da Tony Blair, che per oltre un decennio ha tramato contro il suo amico-rivale pur di prenderne il posto. Cosa che gli è finalmente riuscita nel giugno del 2007, ma che è stata accompagnata da una serie di disastri politici ed economici che hanno reso un vero incubo la tanto bramata ascesa al numero 10 di Downing Street del tenebroso scozzese ormai 58enne.

Da quando è scattata la crisi economica nell’autunno scorso, Gordon Brown ha cercato di presentarsi come l’unico politico internazionale di sufficiente esperienza politica, conoscenza delle cose economiche e peso personale, da poter traghettare il mondo verso una giusta ed equilibrata "rifondazione economica" dell’ordine mondiale. Molto sfottuto dai politici rivali e dai media britannici per la sua presunzione di essere the man with a plan, e quasi indifferente al fatto che l’economia britannica (di cui stato ed è più di chiunque altro responsabile da almeno un decennio) versa in acque più cattive di buona parte delle principali concorrenti, Brown continua a credersi l’uomo della provvidenza, ed ha passato gli ultimi mesi a cercare di convincere – proprio lui che non possiede un briciolo dello charme o dei modi disinvolti del "rivale abbattuto" Tony Blair – i suoi interlocutori delle altre maggiori economie mondiali.

Alla prima riunione delle potenze economiche a New York, agli inizi di gennaio, si è speso per accreditarsi di fronte ai colleghi come l’ideale anfitrione della conferenza per il G20, un’indulgenza che in seguito ha ottenuto, lavorando giorno e notte da quel momento per stilare working papers e convergence documents fra le rispettive cancellerie e per dare l’impressione di "traction" – cioè di un movimento verso dei risultati concreti alla conferenza, che si terrà all’Excel Conference centre nella zona di Docklands a Londra a partire dal 2 aprile. E non pago di essere stato il primo leader europeo ad essere stato ricevuto dal nuovo inquilino alla casa Bianca, qualche settimana fa (battendo di fatto sui tempi Merkel, Sarkozy e gli altri) durante la visita a Washington ha ottenuto anche la conferma che più desiderava – che Barack Obama avrebbe fatto la sua prima visita in Europa da serving president proprio alla conferenza organizzata da Brown.

Per dare impeto e sostanza al suo grande piano, Downing Street da quasi tre mesi è un turbinio di attività diplomatiche e para-diplomatiche – il tutto gestito e coordinato da Mark Malloch-Brown , l’ex vice segretario-generale dell’ONU sotto Kofi Annan, e un liberal internationalist di stampo clintoniano – per garantire il successo della visione del premier. Qualche settimana fa si è tenuto un incontro a porte chiuse in una villa nella campagna del Sussex tra i ministri della Finanza e degli Esteri dei paesi del G20 e il governo inglese è stato molto attento a coccolare gli esponenti di quei governi che un articolo indiscreto dell’Observer aveva indicato come "Paesi di serie B" nei piani segreti trapelati dall’ufficio del premier (come Australia, Argentina, Sud Africa e Indonesia, suscettibili per una simile retrocessione). Negli ultimi giorni il premier è stato in viaggio in Sud America, dove sta cercando di convincere i leader del Brasile, del Cile e della Argentina  sulla utilità dei sui piani per il riscatto dell’economia mondiale.

Ma tutti gli sforzi del soave e machiavellico Mark Malloch Brown, (che i leader del mondo conoscono molto meglio di Brown) per garantire un andamento sereno dei piani non sono stati sufficienti a garantire un bel niente: alla conferenza stampa congiunta a Brasilia, l’altro ieri, lo stesso presidente brasiliano Lula ha indicato come assai probabile il fallimento del G20 di Brown: "una conferenza dove si proclamerà solo di rivedersi fra qualche mese per un’altra conferenza non è una cosa riuscita", giudicando "gli uomini bianchi dagli occhi azzurri" (i leader dei paesi ricchi  del mondo nordoccidentale) i veri responsabili dell’attuale caos dell’economia globale.

Molti commentatori economici, politici e mediatici a Londra, che diffidano delle capacità di persuasione del premier in carica, esprimono apertamente un forte scetticismo – almeno quanto quello del presidente brasiliano, ma forse con più cognizione di causa: se Gordon Brown non si è rivelato molto competente nella gestione della cosa pubblica britannica, come può presentarsi come il politico ideale  per la gestione dell’economia internazionale? L’attuale condizione critica dell’economia britannica ha tolto a Brown quasi ogni credito che si era conquistato presso i colleghi europei quando le cose andavano invece molto meglio (non si conta il numero di colleghi alle finanze europee che si sono stufati di sentirsi criticare alle riunioni collegiali per "non capire come funziona l’economia globalizzata"); ora che le cose vanno malissimo per l’Economia britannica, i ministri delle finanze europei credono che Brown farebbe bene a fare un po’ di autocritica.

Malgrado le ripetute riunioni con la Merkel, Sarkozy e  Barroso, e gli altri leader europei, Brown non è riuscito a imporsi come il naturale interlocutore per l’Unione Europea nei confronti degli Stati Uniti o delle economie emergenti dei paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), e sono molti all’interno di Downing Street che temono che Brown verrà umiliato "in casa" da alcuni colleghi europei (in primo luogo Sarkozy) pronti a contestare le sue proposte per la ripresa.

Ancora una volta infatti, la posizione "da ponte" del Regno Unito – che vorrebbe sempre essere l’arbitro e il go-between fra le culture così diverse come quelle dell’America e dell’Europa continentale – rischia di rivelarsi piuttosto quella di un’isola isolata da entrambi: gli americani con i loro piani ambiziosi di reinvestimento nell’economia e con gli accenni di protezionismo, gli europei con il rigore annunciato dalla Merkel e con la voglia di imporre una nuova serie di regole finanziarie che potrebbero finire per smantellare una volta per sempre la posizione privilegiata della City di Londra, a favore delle borse continentali, a cominciare da quelle di Francoforte e Parigi.

Gordon Brown ha voluto essere il padrone di casa del G20, sperando di uscirne come l’architetto (quasi) unico di una ricetta accettata da tutti per il rilancio dell’economia mondiale e globale. Ma la maggior parte dei pronostici sembrano indicare che fra i grandi blocchi – USA, Europa e i Brics per cominciare – si finirà in un nulla di fatto, non molto distante dal fallimento totale del Doha Round del WTO di alcuni anni fa. Lontano dalla sua meta immaginata da tempo di essere The Man who saved the World, Gordon Brown rischia di finire ai primi di aprile come The leader who lost his job.