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Gas, le conseguenze dell’accordo tra Eni e Gazprom

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L’Eni e la Gazprom hanno firmato, sabato scorso a Roma, un memorandum d’intesa per la costruzione del gasdotto South Stream. Quest’accordo è la traduzione operativa della partnership strategica che i due colossi energetici – italiano e russo – avevano già siglato nel novembre 2006; e l’iniziativa ha un rilievo geoeconomico ma anche geopolitico notevolissimo, simboleggiato dalla presenza a Roma – oltre che dell’amministratore delegato Scaroni dell’Eni e del vicepresidente Medvedev di Gazprom – dei ministri  Bersani e Khristenko (responsabile dell’industria e dell’energia).

Il progetto annunciato alla stampa non è ancora definito: tutti gli studi tecnici ed economici di fattibilità sono ancora da realizzare. Si sa solo che la pipeline partirà dal porto russo sul mar Nero di Beregovaya, che viaggerà per 900 chilometri sul fondo dello stesso mar Nero fino a 2000 metri di profondità, che una volta arrivata sulla terraferma a Varna in Bulgaria potrà prendere due strade: quella diretta sud-occidentale verso l’Italia e attraverso Macedonia e Albania, quella più lunga nord-occidentale attraverso l’Europa centrale fino al Friuli; ma non è detto che di questi due possibili rami ne venga realizzato uno solo.

I costi non sono stati ovviamente quantificati, ma il comunicato dell’Eni fa pensare a un impegno piuttosto sostanzioso, visto che uno studio preliminare della Saipem “indica che i costi sono confrontabili con quelli di un’intera filiera GNL (liquefattori, navi e rigassificatori)”. Sul piano tecnico, la collaborazione Eni-Gazprom e le abilità tecnologiche della Saipem (società dell’Eni), è già stata positivamente sperimentata nella realizzazione e nella gestione del gasdotto Blue Stream, da Beregovaya fino alle coste turche (ma il tratto sottomarino, sempre sul mar Nero, è notevolmente più ridotto).

Per quanto riguarda invece il gas da trasportare, circa 30 miliardi di tonnellate all’anno, le fonti sono due: il gas che Gazprom acquista negli altri stati rivieraschi del Caspio (presumibilmente soprattutto dal Turkmenistan); il gas russo, che proprio in virtù dell’accordo di novembre 2006 verrà estratto anche dall’Eni – più specificamente da Arctic Gas e Urengoil che l’Eni ha acquisito nell’aprile 2007. E South Stream ha già registrato l’adesione di altri partner: perché in occasione del summit balcanico dell’energia che si è tenuto a Zagabria il 24 giugno, a cui ha partecipato in prima persona Putin, il presidente Parvanov ha dichiarato che la Bulgaria sarà sicuramente impegnata nella costruzione del tratto di pipeline che attraverserà il suo territorio.

Le ricadute geopolitiche del progetto italo-russo sono evidenti. In primo luogo, South Stream fa parte dell’offensiva strategica di Mosca per assicurarsi l’esclusiva nel trasporto, verso Occidente, delle risorse energetiche del Caspio, attraverso una fitta rete di gasdotti e oleodotti controllati dalle aziende statali russe; e in effetti,  la pipeline che verrà costruita dall’Eni e da Gazprom si pone in diretta concorrenza (nonostante le smentite ufficiali) con il progetto europeo Nabucco, già reso improbabile dall’accordo tripartito di Turkmenbashi (maggio 2007) tra Russia, Kazakistan e Turkmenistan e reso praticamente inutile da South Stream. In secondo luogo, il vantaggio per la Russia sarà quello di poter assicurare la commercializzazione del gas in Europa sud-occidentale evitando i territori politicamente instabili – e ostili a Mosca – dell’Ucraina e del Caucaso: ricalcando in sostanza lo schema concettuale del gasdotto sul Baltico North Stream, a congiungere direttamente Russia e Germania senza transitare attraverso la Polonia e gli stati baltici.

Per Gazprom e per la Russia, si tratta di un ulteriore successo strategico; per l’Eni e l’Italia, del coronamento della linea politica seguita dal governo Berlusconi; per le ambizioni dell’Unione europea di una strategia energetica comune, del colpo di grazia.

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