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La seconda fase di "Piombo fuso"

Gaza, se Hamas vuole salvarsi deve rispettare cinque condizioni

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Nel momento in cui viene chiesto a Israele di interrompere le attività militari contro Gaza, è necessario un breve promemoria storico. Nel Settembre del 2005 gli israeliani si ritirarono da Gaza, smantellarono tutti i loro insediamenti nella Striscia e non vi lasciarono traccia della propria presenza. Nel gennaio del 2006, il governo di Gaza passò nelle mani di Hamas guidata da Ismail Haniyeh. Invece di procurare a Gaza degli investimenti, il governo di Hamas iniziò subito il training militare grazie alle Guardie della rivoluzione iraniana. Invece di rilanciare dei progetti economici, il governo Haniyeh ha iniziato a lanciare quotidianamente razzi sulle città e sui villaggi israeliani lungo il confine. Ha contrabbandato grandi quantità di esplosivi, armi e missili; si è preparato alla battaglia.

Nel giugno del 2007, durante un colpo di stato militare brutale e sanguinoso, Hamas prese il controllo di Gaza e subito uccise o cacciò via i leader del movimento Fatah del presidente Mahmoud Abbas. Da quel momento Gaza è divenuta né più né meno una base militare per l’Iran. Fino al giorno in cui Hamas prese il potere, si contavano circa 750 scambi quotidiani tra Gaza e Israele, tra importazioni ed esportazioni. In qualità di vice-ministro della difesa israeliana a quel tempo ero responsabile di questa attività e promossi di persona il commercio con Gaza, visto che il valico di frontiera era controllato dalla Guardia Presidenziale di Abbas, non dai terroristi. Nel momento in cui Hamas ha preso il potere i valichi con Gaza sono stati chiusi e la popolazione palestinese ha iniziato a pagarne il prezzo.

La pioggia di razzi sui civili israeliani si intensificò. Il “cessate il fuoco” che ha resistito dal giugno al dicembre del 2008 è stato usato da Hamas per incrementare la sua forza – principalmente per contrabbandare i razzi Grad dall’Iran, che hanno una gittata di 20 miglia. Negli ultimi giorni, questi missili hanno colpito città come Ashdod, il porto principale di Israele, e Beersheva, la capitale del sud israeliano. Nessuno stato sovrano ammetterebbe che si bombardino le sue città –  pensiamo a Houston o Atlanta negli Usa. Nessuno stato sovrano permetterebbe di farsi colpire anche da un singolo missile. Questa è la ragione per cui Israele ha lanciato una serie di attacchi aerei nelle ultime settimane.

Ma l’oggetto della campagna militare in corso non è quello di interrompere il lancio dei razzi. Il vero obbiettivo dovrebbe essere quello di rovesciare Hamas e mettere fine al suo potere a Gaza. Israele non può rassegnarsi ad avere una base missilistica del terrore a cinque miglia di distanza da una delle sue città principali, Ashkelon. I palestinesi di Gaza, inoltre, in conversazioni telefoniche o per posta elettronica stanno esprimendo la speranza che l’incubo imposto da Hamas finisca al più presto. La fine del regime di Hamas è essenziale anche per loro.

Non è possibile governare Gaza nell’assenza di una stretta cooperazione con Israele su problemi relativi al commercio, all’energia, alle condizioni ambientali, alle questioni legate all’acqua e all’assistenza sanitaria. Hamas non riconosce lo stato israeliano ma è incapace di garantire una vita normale a 1,5 milioni di residenti di Gaza, che vivono in media con 2 dollari al giorno.

Israele può determinare un collasso del regime di Hamas attraverso una lenta campagna terrestre su larga scala. Una strategia che avrebbe chiaramente un esito insufficiente e dunque un’opzione in cui non dovremmo sperare troppo. Ma al momento, sfortunatamente, è la sola opzione disponibile. Ma c’è un’altra via. Quella che esige un “cessate il fuoco” in grado di condurre a una soluzione globale del conflitto, un “pacchetto” che contenga i seguenti elementi:

- Il totale smantellamento del potere militare di Hamas a Gaza, inclusa la distruzione di tutte le riserve di razzi e missili;

- Il trasferimento del controllo sui valichi di frontiera tra Gaza e Egitto e Gaza e Israele al governo dell’Autorità Palestinese di Salam Fayyad;

- Fino alle elezioni al parlamento palestinese e alla presidenza nel Gennaio del 2010, Gaza deve essere guidata da una amministrazione civile stabilita dal governo di Ramallah;

- Un aumento del controllo egiziano sui confini tra Gaza ed Egitto;

- La liberazione e il rimpatrio del soldato israeliano prigioniero Gilad Shalit.

Un accordo del genere ha bisogno del supporto delle potenze regionali e della comunità internazionale. Paesi come Turchia, Egitto ed Arabia Saudita possono giocare un ruolo importante in questa vicenda. La Siria, se userà la sua influenza sulla leadership di Hamas, può guadagnarsi dei punti preziosi verso una qualsiasi futura trattativa con gli Stati Uniti e Israele. Nell’assenza di tale pacchetto, i combattimenti a Gaza non termineranno. Israele non ha motivo di cedere.

Ephraim Sneh, ex membro del gabinetto israeliano e vice ministro della Difesa dal 1999 al 2001 e dal 2006 al 2007, è il presidente del partito “Strong Israel”.

 Traduzione di Kawkab Tawfik

 Tratto da “The Washington Post”

 

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