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L'ultimo libro di Salvatore Santangelo

Geopandemia, i segreti (e le fortune) di un successo editoriale

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In molti, in questa fase emergenziale, si stanno interrogando sul momento di crisi che stiamo vivendo. Virologi, scienziati, accademici e personaggi pubblici tentano di delineare scenari e prospettive future dando alle stampe una quantità ingente di volumi. Tra i testi che sono usciti in questo periodo, Geopandemia, scritto dal professor Salvatore Santangelo, rappresenta un validissimo strumento per chi desidera leggere in maniera innovativa e originale il contesto in cui siamo immersi. Abbiamo intervistato l’autore per capire meglio la portata di questa sua ultima opera.

Professor Santangelo, il suo ultimo libro, Geopandemia (Castelvecchi), si pone come obiettivo quello di “decifrare e rappresentare il caos”. Che strumenti ha utilizzato nella sua trattazione per arrivare a fare ciò?

Ho cercato di integrare un approccio tradizionale (quello proprio della geografia politico-economica, delle relazioni internazionali e della geopolitica) con altre discipline che secondo me possono aiutarci a implementare al meglio anche le strategie di contrasto non solo sul fronte epidemiologico ma anche su quello del contagio economico e sociale. In particolare ho attinto a piene mani dalla Teoria del Caos (entrata nel dibattito pubblico all’inizio degli anni sessanta e spesso esemplificata nel famoso battito d’ali di una farfalla in grado di scatenare un uragano) e dalla Teoria dei Giochi. Anche quest’ultima disciplina è relativamente giovane, esoterica, visto che è per lo più confinata negli ambiti degli istituti di ricerca universitari e governativi (tipicamente anglosassoni). Il grande pubblico l’ha scoperta grazie al biotopic dedicato a John Forbes NashA Beatiful Mind, dove il grande matematico statunitense viene magistralmente interpretato da Russell Crowe che aveva appena dismesso i panni del gladiatore. La loro capacità esplicativa aumenta in modo esponenziale se affiancate alla Teoria delle Catastrofi e questo perché, mentre la fisica classica newtoniana tratta solo processi continui, questo approccio sembra offrire un metodo universale per lo studio di tutte le transizioni brusche, delle discontinuità e degli improvvisi mutamenti qualitativi e tutto ciò perché come afferma Renè Thom: essa non sarebbe una semplice «teoria matematica, ma piuttosto un corpo di idee, oserei dire uno stato della mente». Uno stato della mente che ha molto a che fare con quella dimensione che magistralmente ha descritto Ernst Jünger: «La condizione in cui ci troviamo ci obbliga a fare i conti con la catastrofe e a coricarci al suo fianco, perché essa non ci sorprenda durante il sonno. Possiamo così accumulare una dose di sicurezza che poi ci permette di agire con razionalità».

Nella parte iniziale del testo, lei parte dall’analisi di contesti antichi per tentare di comprendere il presente e il futuro. Cosa può insegnarci oggi il passato al netto dello stravolgimento culturale e sociale che stiamo vivendo?

Come ci ricorda Carlo Levi: «il futuro ha un cuore antico»; quindi per affrontare le nuove sfide dobbiamo attingere alla saggezze degli antichi, nel cui orizzonte esistenziale erano sempre presenti guerre, pestilenze e carestie; quella che potremmo definire una dimensione tragica dell’esistenza.

Abbiamo parlato di cultura e società, contesti entrambi mutevoli in una cornice – quella odierna – molto instabile. Fondamentale appare anche il ruolo giocato dai fattori economici. Che tipo di economia sta prendendo forma con il dilagare del Coronavirus? Siamo disposti a confrontarci con altre realtà più competitive e “aggressive” o siamo destinati come Paese a una chiusura strutturale mediante l’adozione di politiche di stampo protezionistico?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo allargare lo sguardo e renderci conto che – in estrema sintesi – oggi, siamo di fronte alla riedizione del vecchio concetto di Guerra civile europea ma riproposto su scala globale: una guerra civile mondiale, dove si scontrano tanti attori a cavallo del fronte globalista e anti-globalista. Questa guerra non vede due eserciti nettamente schierati da una parte e dall’altra, ma anche parti dello stesso schieramento che si spalmano trasversalmente. Gli Usa, in questo scenario ne sono certamente l’esemplificazione: da una parte Trump con le sue scelte politiche, in particolare i dazi, che rappresentano il tentativo di “chiudere” il mondo o quantomeno di ridisegnarlo per comparti economicamente e culturalmente omogenei; dall’altro lato, sempre nei confini dello stesso Stato, i “Signori del silicio”, che sono tutti schierati sul fronte globalista, con il politically correct che è la loro matrice culturale prevalente. Ed essi sono accanto alla Cina e alla Germania. Proprio Berlino rappresenta una straordinaria storia di successo nel mondo globalizzato: un Paese che conta poco più di 80milioni di abitanti, che non solo è riuscito a egemonizzare la Ue ma ha anche il più grande surplus commerciale al mondo, avendo totalmente trasformato il suo modello economico, orientandolo all’esportazione e quindi, strenuamente difende questo tipo di approccio, cercando di non perturbare gli attuali equilibri e facendo della stabilità il proprio mantra. La Germania è una grande mistero della storia: siamo di fronte a un Paese che porta in sé la capacità di toccare le vette più alte della conoscenza, della filosofia e del sentimento umano e allo stesso tempo, i semi della violenza più brutale, come quella che abbiamo visto manifestarsi durante la prima metà del XX secolo. Quando affermiamo che la Germania è diventata una “potenza civile”, come anche il Giappone, ciò significa che di fatto ha rinunciato alle velleità egemoniche di vecchio stampo, ottocentesco, nazionalista, ma purtroppo ciò non significata aver totalmente annullato la sfera conflittuale: come ci ricordano i due autori cinesi di Guerra senza limitiQiao Liang e Wang Xiangsui – nella globalizzazione, la guerra e il conflitto si manifestano con nuove modalità, anche sul versante economico e culturale. La Germania è certamente, come dicevamo, alla ricerca – in modo continuo e ossessivo – della stabilità. I due aspetti in realtà non si possono scindere e certamente sia Angela Merkel che Ursula von der Leyen interpretano la stabilità e la crescita della Germania come vincolate al tema della stabilità dell’Europa e dell’Euro. Oltre che con la sfida della Brexit, l’attuale architettura europea, dovrà affrontare alcune contraddizioni – acuite dalla dinamica geopandemica – che investono due altri Paesi centrali:  l’Italia e la Francia, che oscillano tra un interesse nazionale che le porta (per ora) a mantenere aperti i mercati per la loro vocazione all’export e al contempo subiscono l’insofferenza dei propri ceti medi che invece sono stati fortemente spiazzati dalla globalizzazione e quindi si orientano elettoralmente verso formazioni populiste e sovraniste che però presentano, soprattutto in Italia, più di un ambiguità nella propria collocazione internazionale.

Nel libro lei propone, forse anche un po’ controcorrente, una nuova centralità dello Stato. Non le pare di aver osato troppo soprattutto in un contesto in cui lo Stato stesso è visto dal cittadino come “nemico” da combattere e non già come un punto di riferimento?

Basti pensare al fatto che persino il più istituzionale tra i quotidiani, il più autorevole alfiere del thatcherismo, il Financial Times ha chiosato in un editoriale che «Riforme radicali – che ribaltino la direzione politica prevalente delle ultime quattro decadi – devono essere messe in agenda. I governi dovranno accettare un ruolo più attivo nell’economia. Dovranno guardare ai pubblici servizi come investimenti piuttosto che debito, e ricercare regole che rendano il mercato del lavoro meno precario». In sintesi si reclama una nuova centralità dello Stato, sia nel sistema del welfare che in quello della politica industriale; questo perché l’unica certezza che abbiamo è che un approccio efficace contro il Covid19 (e le sue conseguenze economiche) deve essere pari a una mobilitazione bellica nei termini delle risorse umane ed economiche disponibili, della piena consapevolezza dell’opinione pubblica, di un efficace coordinamento tra pubblico e privato. Ma questo sarà possibile solo con una classe dirigente all’altezza. Il vero punto debole del nostro sistema-Paese.

Geopandemia ha avuto un successo rapido. A cosa è dovuto tutto questo? E lei di chi si sente di aver interpretato i bisogni e le necessità?

Proprio questa è stata la cosa che mi ha stupito di più: la trasversalità degli apprezzamenti che coprono tutto lo spettro delle diverse sensibilità politico-culturali.

Infine una domanda di politica estera: quale sarà l’eredità di Trump?

La mancata elezione di Donald Trump, dovuta proprio alla sua fallimentare gestione – sul versante sanitario – del Covid dimostra che siamo di fronte a un cigno nero, un evento inaspettato che ha fatto deragliare il corso previsto degli eventi. L’America imperiale ha ripreso così il controllo della situazione interna, detronizzando Trump l’isolazionista. Detto questo, occorrerà vedere se quattro anni di isolazionismo potranno essere cancellati con un colpo di spugna; anche perché nella dura battaglia elettorale è emerso l’impattante ruolo del Deep State, di quelle agenzie governative semisegrete che hanno resistito al potere democratico della Casa Bianca, mostrando un grado di indipendenza difficilmente accettabile per chiunque. Per lottare contro il presidente populista che ha creato 6,4 milioni di posti di lavoro, è stato inoltre messo a nudo il legame opaco tra i giganti del web e questi apparati. In questi giorni ci sono segnali che il clan Trump stia trattando per salvare la propria personale Heritage (dinastico-patrimoniale) ma con il rischio di dilapidare e compromettere la propria Legacy (politica). Come dicevamo, il presidente uscente è stato in qualche modo il Saint Just della rivoluzione populista, la sua base, ancor più radicalizzata da una campagna elettorale così divisiva, come potrebbe reagire? Accentuando la conflittualità interna. In questo senso, il tempo (altro fattore centrale dell’attuale dinamica geopolitica) che le élite Usa impegneranno per tentare di domare la metà del loro Paese che continua a ribollire, verrà – secondo me – utilizzato dagli altri attori per definire nuovi equilibri. In questa direzione va il patto, appena stipulato, che ha creato nell’Asia del Pacifico la più grande area di libero scambio del pianeta (il 20per cento del Pil globale) con – tra gli altri – Cina, Giappone e Corea del Sud.

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