Gesù smorfioso e le statue dipinte

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Gesù smorfioso e le statue dipinte

Gesù smorfioso e le statue dipinte

23 Gennaio 2011

Abbiamo un’abitudine che un pedinatore potrebbe scambiare per mania religiosa. Quando passiamo davanti a una chiesa non resistiamo alla tentazione di entrarci, anche se è la millesima volta. E’ che le chiese, quelle belle, antiche, sono anche dei musei e ci piacciono. Da tempo il nostro orecchio si lamenta per la mancanza, sotto quelle cupole, di buona musica, ormai rimpiazzata dalle suorine con le chitarrine. Oggi tocca all’occhio, colpito da dolori estetici per colpa delle iniziative di parroci e sacrestani a cui dovremmo legare le mani, soprattutto in questo periodo dell’anno. Si tratta dei Presepi.

Purtroppo, con la scusa di andare incontro alla devozione popolare, ogni chiesa della cristianità è funestata da questi accrocchi di pupazzi pescati senza criterio in fondo a depositi di roba vecchia. Cammelli grossi come dinosauri vicini a pecore di taglia topolino, Re Magi da burletta e pastori addobbati in ogni tipo di costume etnico, sparsi per paesaggi gorgoglianti di cascatelle, con il Moulin Rouge in lontananza. Per non parlare dei gesubambini obesi e con facce da commendatori. E spesso, aggravante, c’è anche la musichetta di sottofondo.

Si dovrebbe cercare, sempre, ma soprattutto in questo periodo, di non abbassare così la guardia. Un attento consigliere della sovrintendenza che si fa un giretto prima di Natale non sarebbe una cattiva idea. Via la paccottiglia di stelline, lucette, angiolotti, piantine (che nella penombra vengono su proprio male). Lasciamole vuote, quelle belle superfici di marmo lucido, quelle balaustre rigorose, progettate da grandi architetti del passato, di sicuro più competenti dei parroci o dei sagrestani di oggi. Oppure mettiamoci qualcosa di bello. E di semplice.

Il problema è che la mancanza di gusto arriva molto più in là del Natale. In una delle nostre tappe chiesastiche siamo entrati in S. Salvatore in Lauro, centro storico di Roma. Vale la pena che ci facciate un salto anche voi, perché, appena a destra dell’ingresso vi viene incontro uno dei prodotti più grotteschi dell’arte (?) religiosa contemporanea. Si tratta di un gruppo statuario, più grande del vero, in finto bronzo, probabilmente vetroresina, che rappresenta (o vorrebbe) Padre Pio che aiuta Gesù a portare la croce.

Vi ricordate Jesus Christ Superstar? Ricordate il tono isterico della voce di Superstar quando canta il suo tema? Bene, è quello che ci stride nelle orecchie davanti a questo Gesù ritratto con le ciocche vaporose, la tunica svolazzante, il corpo avvitato in una posa da lolita mentre si gira all’indietro a guardare, smorfioso, Padre Pio che, con in faccia la sua solita espressione poco rassicurante, dovrebbe dargli una mano a sorreggere la croce, e invece sembra un pedofilo che lo insegue pronto a conciarlo per le feste. Esilarante, se non fosse orripilante. Ai piedi delle statue, mucchi di lettere dei devoti che chiedono miracoli e promettono gratitudine. Perché la fede non bada all’estetica.

Non possiamo pretendere da ogni prete una laurea in Belle Arti, è chiaro. Allora dobbiamo per forza accettare che parroci e sacrestani (a cui dovremmo legare le mani) non si facciano problemi a piazzare madonne o sangiuseppi di gesso dipinto accanto agli angeli del Bernini.

D’altra parte, dobbiamo anche finalmente renderci conto che questa colta fissazione degli ultimi cinque secoli sull’austera bellezza del marmo, puro e schietto senza nessuna indulgenza per ori o tinture, è figlia di un equivoco.

Quando nel rinascimento è cominciata a uscire da sottoterra la scultura romana, per forza che era tutta bianca: quindici secoli di intemperie, e poi di sepoltura sono più che sufficienti per raschiare via fino all’ultima scaglia di colore. Ci si è convinti così che per gli antichi l’unica sfumatura tollerabile del marmo fosse quella naturale. Poi si è scoperto che a quei tempi tutto era dipinto, e spesso in coloracci violenti; non solo capelli, occhi, drappeggi delle statue, ma anche colonne, capitelli, stipiti. Ma era troppo tardi per tornare indietro. E da allora tutta la scultura nobile è rimasta bianca anche quando noi posteri ci siamo accorti di avere capito male. Una convenzione.

E ce ne sono altre da accettare, oltre al colore. L’arte, e specialmente la scultura, alle prese con problemi di peso e di materiali, si regge (materialmente, non per modo di dire) proprio sulle convenzioni. Il drappo marmoreo che scende apparentemente leggero dal fianco di Apollo è in realtà un robusto sostegno che lo tiene in piedi. Come la finta roccia sotto la pancia di un animale a quattro zampe, che altrimenti sarebbe troppo pesante per stare su. Il Discobolo, con la punta del pisello (in assoluto il pezzo più spesso staccato a tutte le statue antiche, seguito dal naso; per urti casuali quest’ultimo, ma certamente volontari, il primo) collegata al ventre da un listello di marmo. Convenzioni.

Torniamo un momento a oggi. Avrete notato quanto sono ridicoli quei busti di contemporanei, bronzi o marmi, con gli occhiali (solo la montatura naturalmente, perché le lenti, di marmo o bronzo, coprirebbero gli occhi) sul naso? Convenzioni.

L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi