Gheddafi bombarda e Obama contrattacca (per ora a parole)
05 Marzo 2011
Gheddafi bombarda, Obama risponde (per ora a parole) mostrando il pugno di ferro. Mentre le forze fedeli al Colonnello hanno nuovamente aperto il fuoco sulla città di Brega, continuando senza battute d’arresto la battaglia per i pozzi petroliferi, il presidente degli Stati Uniti tuona contro il Raìs: “Ha perso la legittimità a governare e deve andarsene”.
Lo ha fatto nel giorno in cui la Corte Penale internazionale ha aperto un’inchiesta per crimini contro l’umanità in Libia. Sul terreno, i ribelli ribadiscono il no a qualsiasi trattativa finché al potere c’è Gheddafi e il figlio del rais, Saif al Islam, spiega che l’aviazione ha bombardato Brega – città strategica perché proprio lì che è situato il terminal petrolifero libico più importante – solo per costringere i ribelli a ripiegare.
Mentre la diplomazia internazionale intensifica la pressione su quella che fu la “Guida della rivoluzione” – da qualche ora sono entrate in vigore le sanzioni Ue che congelano i beni dei sei principali componenti della famiglia Gheddafi e di 20 stretti collaboratori del regime libico – e la Lega Araba sta valutando da parte sua la proposta di mediazione internazionale alla crisi politica avanzata dal presidente venezuelano Hugo Chavez, al largo di Tripoli sono giunte due navi da guerra con a bordo 2000 marines, 42 elicotteri, mezzi da sbarco e personale medico.
La Nato, intanto, pur specificando attraverso il suo segretario generale Anders Fogh Rasmussen che nessun intervento è previsto, afferma di tenersi “pronta per qualsiasi evenienza”. Ma lo dice a mezza bocca, mantenendosi sul vago, perché i generali americani hanno fatto capire che l’impegno per imporre una ‘no-fly zone’ in Libia potrebbe rappresentare un fardello dal punto di vista economico. Per l’America, infatti, si tratterebbe di aprire un terzo fronte, oltre a quello afghano e iracheno. E non sono solo gli Usa a frenare rispetto all’ipotesi di una zona di non volo: anche Francia e Russia esprimono riserve e un secco no viene da Turchia e Cina che opta solo e soltanto per l’adozione di “mezzi pacifici” per risolvere la questione. Dato lo scenario si fa sempre più remota la possibilità che il Consiglio di sicurezza, indispensabile per dare il nullaosta a eventuali azioni di forza in territorio libico, dia il suo consenso.
Quello che emerge dagli sviluppi di questi giorni è che c’è una grande diffidenza ad impegnarsi in qualsivoglia forma di intervento militare diretto, e la riluttanza è comprensibile. Difatti un intervento diretto priverebbe il popolo libico di ciò che gli egiziani e tunisini hanno ottenuto sovvertendo i regimi dittatoriali senza l’intervento straniero: un senso di controllo del destino della loro nazione. Ma permettere a Gheddafi di vincere questo braccio di ferro, restare al potere e vendicarsi contro tutti i suoi nemici non è cosa ammissibile.
L’unico modo di aiutare i libici a rivoltare definitivamente il regime, secondo Elliott Abrams – ex viceconsigliere per la sicurezza dell’amministrazione di George W. Bush, ora esperto di studi strategici al Council on Foreign Relation – non è l’invio di truppe o americani ma quello ingente di armi e non solo di materiali umanitari, come fin’ora è stato fatto. Gli Stati Uniti non possono permettersi di essere sconfitti dal Raìs e quindi, se non sono in grado di fornire direttamente gli strumenti per porre fine alla dittatura del Colonnello potrebbe premere affinché lo facciano i sauditi (che hanno a lungo odiato Gheddafi), gli egiziani o gli arabi. Questo rappresenterebbe un aiuto pratico, ma anche un grande impulso morale, oltre al fatto che contribuirebbe a far ricredere i superfedeli del Colonnello. Solo così la morsa che si sta stringendo attorno a Gheddafi potrebbe strozzare il regime che da quasi 42 anni comanda in Libia.
