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Gheddafi continua a ignorare i diritti umani

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La condanna a morte a carico delle infermiere bulgare e il medico palestinese sono state confermate, ma niente paura – ora l’ultima parola spetta al Consiglio superiore delle istanze giudiziarie. Questo è stato sin dall’inizio il clima teso ed inquieto, quasi da ricatto morale, che ha accompagnato gli imputati negli otto lunghissimi anni passati alla sbarra con l’accusa di aver infettato volontariamente 438 bambini libici nell’ospedale di Bengazi presso il quale lavoravano.

Quasi abituati ad un simile evolversi della situazione e in attesa di una decisione finale positiva che per ora stenta ad arrivare, i loro connazionali sembrano non perdere la fiducia. Anche perché le autorità bulgare non si dimostrano per nulla sorprese dal verdetto, preferendo al tempo stesso ostentare quel poco di ottimismo che gli è rimasto e attendere il prossimo lunedì la decisione di quella che più che giudiziaria sembra un’istanza politica. A dare loro conforto sembra essere l’annuncio della Fondazione Gheddafi - giunto stranamente poche ore prima della pronunzia della Suprema corte della Giamahiria - del raggiungimento di un accordo per il risarcimento delle famiglie delle vittime. In queste ore, infatti, si sono intensificate le trattative da tempo in corso tra Sofia e Tripoli sotto l’egida dell’Unione Europea e degli Stati Uniti per trovare una soluzione al controverso caso giudiziario.                  

La speranza non è stata mai abbandonata ed ora più che mai la Bulgaria vuole riavere i propri cittadini, anche al costo di dover pagare non solo con mezzi finanziari, ma anche rinunciando alla sua convinzione più forte - quella nella loro innocenza. Dal 1999 ad oggi, non sono bastati i quattro processi, le testimonianze, gli sforzi di tre governi bulgari e di numerosi team di legali. Né è stato tenuto conto delle rassicurazioni di esperti di fama mondiale quali Vittorio Colizzi e Luc Montagner, secondo cui il contagio recriminato era in realtà antecedente all’arrivo dei sei nell’ospedale.

Il piccolo paese balcanico ha inoltre cercato di mobilitare tutte le risorse a sua disposizione e non ha smesso di cercare alleati sulla scena internazionale. Ciò non è stato difficile, considerando che nel frattempo Sofia è entrata nell’Ue e nella Nato; fatto quest’ultimo che ne ha rafforzato notevolmente il relativo ruolo e posizione nella rete di relazioni tra gli Stati. I risultati non sono tardati ad arrivare: gli Usa non hanno infatti perso occasione di chiedere anche al più alto livello (come accaduto durante la recente visita del presidente George W. Bush a Sofia) la liberazione delle infermiere. Ha fatto sentire potentemente la propria voce anche l’Unione. La commissaria responsabile per le relazioni esterne, Benita Ferrero-Waldner, ed il suo collega con delega alla giustizia, la libertà e la sicurezza, Franco Frattini, sono stati fra coloro che hanno sempre creduto nell’innocenza degli imputati e ribadito la ferma contrarietà di Bruxelles alle condanne inflittegli.

Ora, quando i giochi sono fatti, non resta che puntare gli occhi sul supremo organo giudiziario convocato così repentinamente dopo la conferma della pena capitale. Secondo le proprie competenze, il Consiglio potrà o confermare o annullare la sentenza, due ipotesi estreme rispettivamente negativa e positiva. Oppure, come sembra ormai più probabile, alleviare la pena, commutandola in un periodo di detenzione. Dagli ambienti diplomatici ormai trapellano indizi a sostegno di quest’ultimo scenario che permetterà ai condannati di scontare la loro pena in Bulgaria.    

E’ l’ultima luce di speranza rimasto ai familiari delle cinque infermiere e del loro collega palestinese cui nel frattempo è stata concessa la cittadinanza bulgara. Per loro sarà la fine di un incubo e quasi una vittoria. Certamente non come quella conquistata da Gheddafi. Il colonnello, in un colpo solo e alla riuscirà a placare eventuali proteste interne e a compensare sia la lunga e onerosa partita seguita all’attentato di Lockerby, sia il cambiamento di rotta della sua politica estera avvenuto sulla scia di un rasserenamento dei rapporti con l’Occidente. Il tutto senza cedere di un millimetro sui diritti umani e anzi e avendo la Libia il suo posto proprio nel Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani.

In questi otto anni tante sono state le sofferenze per la Bulgaria, ma altrettante per i bambini malati e per i loro genitori. Ecco perché alla fine l’unico auspicio è che questa vicenda e la sua soluzione attraverso la creazione di un fondo speciale di solidarietà possa aiutare a che simili tragedie non avvengano più in futuro negli ospedali libici. Questa sarà anche una giusta ricompensa per i traumi morali e fisici che queste sei persone hanno subito e con cui dovranno fare i conti per il resto della loro vita.  

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