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Il regime del Raìs si sgretola

Gheddafi è ancora vivo ma sta per affondare con le sue navi

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Dal cielo al mare. Dopo la flotta aerea la NATO ha inflitto ancora un duro colpo al regime di Muammar Gheddafi affondando, nella notte tra giovedì e venerdì, otto navi da guerra delle forze del Colonnello durante una serie di raid aerei dell’Alleanza sui porti sui porti di Tripoli, Homs e Sirte. Gli attacchi, secondo quanto ha riferito il regime, all'alba si sono concentrati anche su un'accademia della polizia nel sobborgo di Tajoura, nei pressi della capitale, ma il comandante Mike Braken, portavoce di “Unified Protector”, ha ribadito che il Raìs “non è un obiettivo” delle operazioni militari che la Nato e i suoi partner stanno conducendo in Libia.

Da parte sua, l’ammiraglio Russell Harding, vice comandante della missione del Patto Atlantico Unified Protector, in un comunicato ha affermato che “vista l’escalation nell’uso della forza navale, la NATO non ha avuto altra scelta che passare ad un’azione di forza per proteggere la popolazione civile della Libia e le forze marittime dell’Alleanza” spiegando che “tutti gli obiettivi della Nato sono di natura militare e direttamente legati ai sistematici attacchi del regime di Gheddafi contro i civili”.

Ma la vera notizia è che il Raìs, dopo giorni di assenza, è tornato in video: vestito di bianco e nero, occhiali da sole scuri in viso e apparentemente in buona salute, mentre incontra un funzionario del regime di ritorno da una missione in Russia. Nelle immagini si vede la “Guida della rivoluzione” in una sala con sullo sfondo una televisione accesa sulla prima rete della tv di stato e la data “giovedì 19 maggio 2011”; l'interlocutore di Gheddafi è Mohamed Ahmed Al Sharif, segretario generale del World Islamic Call Society, un'istituzione creata proprio dal Colonnello. Poco dopo un comunicato del regime libico ha risposto alle parole pronunciate qualche ora prima da Barack Obama definendo “deliranti” le assicurazioni sulla sicura caduta del Colonnello: “Non è Obama che decide se Gheddafi lascia la Libia o no, ma è il popolo libico che decide il suo futuro”.

Intanto è stata smentita la notizia della presunta fuga all'estero della moglie e della figlia del Raìs (che per i media tunisini sarebbero fuggite in Tunisia via terra e avrebbero raggiunto un hotel sull'isola di Djerba e per altre fonti giornalistiche si sarebbero dirette verso la Polonia). Per il portavoce del governo di Tripoli, Moussa Ibrahim, Safiya, moglie del Colonnello, “sta bene ed è a Tripoli” e Aisha, la figlia, “è anche lei a Tripoli, nessuna delle due ha lasciato il Paese” ha detto il portavoce ai giornalisti, negando anche che il ministro del Petrolio Shukri Ghanem sia fuggito, voltando le spalle al regime.

Inoltre, si è scoperto che Anton Hammerl, il fotoreporter con la doppia nazionalità sudafricana e australiana le cui tracce si sono perse il 5 aprile in Libia, è stato ucciso della forze fedeli al Colonnello il giorno stesso della sua scomparsa. A dare la notizia è stata la famiglia dell'uomo che in un comunicato afferma: “E' incredibilmente crudele che le forze fedeli a Gheddafi sapessero cosa gli era successo e abbiano deciso di tacere per tutto questo tempo”. Il governo del Sudafrica ha anche condotto negoziati con il regime libico per il rilascio di Hammerl e proprio questa settimana aveva inviato un diplomatico a Tripoli per seguire il caso.

I raid delle scorse ore ci suggeriscono che la pressione militare esercitata su Gheddafi è un riflesso di quella politica.  Sembra, infatti, che il Colonnello sia ormai in ginocchio e abbia le ore contate al potere. Lo stesso ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha fatto intendere che il conflitto in Libia, e di conseguenza la partecipazione da parte del nostro Paese alla missione NATO che nelle ultime settimane ha fatto parecchio discutere, potrebbero vedere il proprio epilogo a breve. "Le minacce degli ultimi giorni sono l'ultimo tentativo, un po' disperato, di intimorire", ha dichiarato. Pare, infatti, che la comunità internazionale stia lavorando per trovare una soluzione che preveda un'uscita di scena del Raìs con il suo esilio in un Paese consenziente, dove non verrebbe perseguito come criminale di guerra.

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