Gheddafi tiene duro e la Francia lo sfida spiazzando gli alleati

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Gheddafi tiene duro e la Francia lo sfida spiazzando gli alleati

12 Marzo 2011

In Libia i venti di guerra soffiano e la morsa diplomatica continua a stringersi, ricca di colpi di scena. Da un lato c’è l’inossidabile famiglia Gheddafi: il Raìs che invia emissari in giro per l’Europa seminando la minaccia di una controffensiva militare su larga scala e suo figlio Saif che nega in modo assoluto la possibilità di resa e chiude ai negoziati con i ribelli. Dall’altro c’è una Francia che nelle ultime ore pressa e spiazza gli alleati schierandosi con gli insorti, dichiarando “legittimo rappresentante” della Libia il Consiglio nazionale dei rivoltosi – cosa che ha fatto eplodere i festeggiamenti a Bengasi – e proponendo ai partner dell’Unione europea bombardamenti aerei mirati.

In particolare il presidente francese Nicolas Sarkozy propone di colpire un numero estremamente limitato di punti, dai quali partono operazioni letali: i tre siti sono Bab al-Azizia, dove sorge il quartier generale del Colonnello a Tripoli, una base aerea militare a Sirte e un’altra a Sebha, nel sud del paese. Parigi, insomma, pare essersi svegliato dal letargo in politica estera e sembra volersi confermare quale potenza leader in nord Africa.

Ma lo scarto in avanti impresso dal Quai d’Orsay rispetto alla crisi libica, che rischia di mandare all’aria gli sforzi concertati della Ue, in nome di una politica muscolare e di uno stupido protagonismo sposato da Francia e Gran Bretagna nelle ultime settimane, coincide con la recente nomina di Alain Juppé, che ha impresso un cambiamento di rotta alla politica estera francese degli ultimi tempi. Se restiamo al riconoscimento del Consiglio nazionale libico, va detto che quella di Juppé potrebbe anche essere interpretata come una mossa pre-elettorale e che probabilmente si è avuto grazie ad una conoscenza della situazione interna libica.

Ad ogni modo, l’audacia della Francia – che si è detta pronta assieme a Londra ad aiutare concretamente l’opposizione, eventualmente anche istituendo una no-fly zone – mette ancora più in ombra le altre forze internazionali che continuano a tentennare sulla linea da adottare nei confronti del regime libico. L’Italia, tanto per cominciare, ha escluso, per voce del ministro degli Esteri Franco Frattini, la partecipazione ai bombardamenti mirati sulla Libia, invocando una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu e quindi dicendosi favorevole non ad un attacco diretto alle forze libiche bensì ad un controllo delle forze aeree di Gheddafi. Negativa anche la reazione della cancelliera tedesca Angela Merkel, sorpresa dalla presa di posizione del capo dell’Eliseo e scettica sull’eventuale ricorso alle armi.

Dello stesso avviso l’Unione europea che ha approvato le sanzioni che colpiscono il fondo sovrano libico. La responsabile della Politica estera dell’Ue, Catherine Ashton ha annunciato che “continueremo a dialogare con chiunque per avere il maggior numero di informazioni possibile su ciò che accade in Libia e trovare la via più efficace per porre fine alle violenze”.

La Nato, dal canto suo, si dice pronta a intervenire in Libia soltanto a tre condizioni. Secondo il segretario generale Anders Fogh Rasmussen, infatti, c’è bisogno di dimostrare la necessità dell’intervento e che ci sia un chiaro mandato legale e un fermo supporto regionale. Intanto da qualche ora la Nato pattuglia con almeno tre Boeing E-3 Sentry lo spazio aereo sopra la Libia. Sarà aumentato, inoltre, il numero di navi davanti alle coste libiche per dare assistenza a operazioni umanitarie e monitorare l’embargo disposto dalla risoluzione Onu. Ma si tratta di misure che, assicura la Nato, “non sono un preludio alla no-fly zone”.

E mentre il Cremlino ha bloccato la vendita di armi alla Libia, sospendendo i contratti in materia con il governo del Colonnello gli Stati Uniti, come meravigliarsi, fanno marcia indietro. Dopo le (apparenti) parole dure di Obama della settimana scorsa Hillary Clinton ha smorzato i toni. Il segretario di Stato si è detto preoccupato che il Raìs possa usare armi chimiche contro i ribelli e ha frenato sull’ipotesi di un intervento militare statunitense in Libia che, in mancanza di un’autorizzazione internazionale, esporrebbe lo stato americano a conseguenze imprevedibili. Gli Usa insomma, mantengono il basso profilo preferendo la strada diplomatica ma perdendo l’ennesima occasione di vestire i panni veri di superpotenza mondiale. Barack Obama, del resto, come scrive il Washington Post, preferisce lasciare ad altri la leadership della Libia e Sarkozy, che porta sulla coscienza i disastri della diplomazia in Tunisia ed Egitto, ne approfitta per riscattarsi.

Non si allenta, intanto, la morsa del Raìs sull’area delle più importante raffinerie del Paese. Le forze fedeli al Colonnello avanzano. Al Zawiya e Ras Lanuf sarebbero state riconquistate dal regime. Proprio sulla prima città sono state sganciate bombe. In particolare un ordigno, fatto esplodere nei pressi di un check point degli oppositori del regime, avrebbe provocato sette feriti. E il caos coinvolge direttamente la produzione di petrolio nel Paese, precipitata drasticamente dopo tre settimane di rivolte popolari. Il direttore della National Intelligence statunitense, James Clapper, ha affermato, tra l’altro, che le forze del Colonnello, meglio equipaggiate, prevarranno sul lungo termine nel conflitto con i ribelli.

La famiglia Gheddafi, insomma, non accenna a tirare fuori la bandiera bianca e le parole di Saif (“Non ci arrenderemo mai. Voglio dire una cosa a Bengasi, stiamo arrivando. Vedo la vittoria davanti ai miei occhi”) la dicono lunga.