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Confronto tra finiani e berlusconiani

Giorno della verità per il Pdl. Berlusconi apre la direzione del partito

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Per il Pdl è il giorno della verità con la direzione del partito all'Auditorium della Conciliazione. È la resa dei conti dopo le schermaglie dei giorni scorsi tra i fedelissimi del premier Silvio Berlusconi e la pattuglia di ex An che sostiene le rivendicazioni di Gianfranco Fini per un partito più collegiale e meno schiacciato sull'asse tra il Cavaliere e la Lega di Umberto Bossi. La direzione nazionale del partito, convocata ufficialmente per fare il punto dopo i risultati elettorali delle Regionali e delle Amministrative, è l'occasione per il chiarimento o la rottura definitiva

Con queste parole il Presidente del Consiglio – dopo essere stato accolto dai vertici del partito – ha aperto i lavori attorno alle 10,30: "Fatemi fare il 'buttadentro' chiedendovi di sedervi e di prendere posto: abbiamo lunga giornata: risparmiatevi, non disperdiamo le forze in manifestazioni di prima mattina". 

Il Cavaliere si è congratulato per il risultato elettorale "nonostante la campagna d'odio nei nostri confronti e nonostante gli attacchi delle magistrature politicizzate" e ha rivendicato i successi del governo tornando sui temi dell'emergenza rifiuti in Campania, degli interventi post terremoto in Abruzzo, della tenuta sul fronte economico nonostante la crisi: "Abbiamo saputo reagire - ha concluso - ad una grave crisi economica, con una consapevolezza che ha garantito la pace sociale. Se avessimo fatto ciò che l'opposizione ci chiedeva, ora saremmo al posto della Grecia". 

E ha esortato ad utilizzare i tre anni senza elezioni che ancora mancano alla fine della legislatura per il completamento del programma di governo. A partire dalle riforme, per le quali il capo del governo ha lanciato spiragli di apertura al confronto anche con l'opposizione. 

Verdini è il secondo a prendere la parola subito dopo il premier Silvio Berlusconi: il suo intervento è incentrato sull'analisi del voto e sui risultati ottenuti dal partito in termini di consenso. Verdini è subito chiaro: "i numeri sono numeri". E dopo aver snocciolato cifre su cifre, Verdini chiosa: "anche con questi dati avremmo vinto se fossero state elezioni politiche, diminuendo di 15 i nostri deputati, mantenendo con la Lega lo stesso rapporto di deputati", ovviamente senza considerare il premio di maggioranza che scatta per le politiche. Dunque, "facendo la somma aritmetica dei voti ottenuti dalle liste civiche, dalle liste dei presidenti e li' dove non c'era la lista Pdl e attraverso una valutazione politica, il Pdl va al 38,4%". Verdini poi sottolinea che "i voti della Lega non sono aumentati in termini reali, fatto salvo il caso locale in alcune regioni". Quindi, "il Pdl non ha perso voti", scandisce Verdini come del resto aveva detto poco prima Berlusconi, affermando che "non e' vero che abbiamo perso voti come ho sentito dire anche da alcuni dei nostri". Un riferimento Verdini lo fa anche ai voti ottenuti anche dall'Udc li' dove il partito di Casini era alleato con la maggioranza di Governo: "il voto all'Udc è un voto molto localizzato, un voto direi di clientela ma non in senso negativo ma in senso tecnico".

Il ''professor Campi'' e il ''dottor Rossi'' sono gli obiettivi che un insolitamente duro e severo Sandro Bondi, intervenuto dopo Verdini, mette all'indice come esempio di chi ''vuole denigrare un uomo e un leader al quale ciascuno di noi deve molto''. Passaggi di grande durezza verso chi accredita ''un confronto inutilmente personalistico'' accolti con grandi applausi dalla direzione Pdl.

"In 89 consigli dei ministri i verbali non hanno mai registrato un'occasione in cui il Pdl si e' dovuto fare indietro rispetto alla Lega". Lo afferma Silvio Berlusconi parlando del rapporto del partito di via dell'Umilta' e il Carroccio. "Tutte le nostre proposte sono state condivise dalla Lega", ripete il premier. "I nostri elettori - aggiunge il Cavaliere - sono tre volte superiori a quelli della Lega. La Lega ha due ministeri rispetto ai venti, hanno un decimo rispetto a quello che ha il Pdl".

Non nasconde il suo disorientamento di questi giorni e rivolge un appello ai cofondatori del Pdl a non essere "reciprocamente ingenerosi". Ignazio La Russa, nel suo intervento alla direzione nazionale, dedica gli ultimi passaggi alle fibrillazioni e divisioni interne di questi ultimi giorni e confida alla platea di essersi trovato "come una nave senza timone, quindi un po' sbandata. Ho cercato di mantenere la rotta per evitare di andare contro gli scogli in questi giorni". Poi, guardando verso il premier Silvio Berlusconi, seduto accanto agli altri due coordinatori del Pdl, sul palco dell'Auditorium della Conciliazione, dice: "presidente, nella polemica, cerchiamo di non essere reciprocamente ingenerosi".

"C'è stata una forte generosità del Pdl verso - ha continuato La Russa - la Lega che ha condizionato il risultato in Veneto e Piemonte. Ma questa deve trovare un riequilibrio: è la prima volta nella storia repubblicana che il partito di maggioranza relativa non ha il ministero dell'Interno, bisogna attrezzarsi anche politicamente ad avere un maggior peso e credo che in certe scelte un riequilibrio non è sbagliato". "Non credo - ha aggiunto La Russa - che questo governo sia a trazione leghista, anche se a volte in termini di comunicazione può apparire così". Secondo il coordinatore del Pdl "la parola d'ordine della Lega di un tempo era 'secessione', Borghezio aveva dei ruoli chiave nel movimento e si diceva che ci si sarebbe puliti non so che cosa con ciò che per me è sacro, cioè il tricolore". Quella Lega, secondo il ministro della Difesa, "il centrodestra, An, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi l'hanno costretta a posizioni diverse, arrivando a posizioni per esempio sull'immigrazione e sul federalismo molto diverse".

La Russa ha citato una serie di dati sostenendo che il Pdl al nord non ha perso alle ultime elezioni regionali rispetto al Carroccio, ha aggiunto che su Roma Capitale "abbiamo vinto su tutta la linea", e ha parlato della vicenda dei rifiuti in Campania e della lotta alla criminalità organizzata per spiegare che "la Lega non si e' mai messa di traverso". "Ripianate le posizioni però - ha concluso - occorre chiarire a noi stessi che un problema per il Pdl c'è una competizione leale tra Pdl e Lega che noi dobbiamo non affidare solo alle spalle capaci di Berlusconi ma che ciascun esponente e ciascuna realtà territoriale del nord deve affrontare".

Poi, è stata la volta di Giulio Tremonti: "Non siamo a ridosso di una sconfitta. All'opposto siamo a ridosso di una vittoria politica. Normalmente si discute sulla sconfitte, non sulle vittorie". Il rischio, ha aggiunto il ministro dell'Economia, è di "sospingere questa discussione, pure molto importante, verso il dominio astratto della metafisica. Non siamo fuori, ma all'opposto siamo ancora dentro una crisi economica che è la più grave dagli anni '30".

"Se non abbiamo fatto la fine della Grecia - ha continuato Tremonti -, non è stato solo per merito mio. È stato per merito di tutti noi. E soprattutto è stato per merito di Silvio Berlusconi che, alla forza delle idee ha saputo aggiungere la sua visione di sintesi e la forza di base del consenso popolare e parlamentare. Non siamo fuori, ma all'opposto - ha proseguito - siamo ancora dentro una crisi che a tutt'oggi si presenta incognita".

Grazie all'azione del Governo e, soprattutto al presidente del Consiglio, la politica estera italiana ha acquistato una grande autorevolezza. A rivendicarlo è il ministro degli Esteri, Franco Frattini, intervenendo alla direzione nazionale del Pdl. Frattini rende merito a Berlusconi, perché la sua "leadership si caratterizza per stabilità e coesione". Ma è anche grazie alla "forza del partito e del Governo che si garantisce agli italiani che le promesse fatte saranno mantenute". Frattini cita casi emblematici in cui l'Italia si è contraddistinta e ha assunto un ruolo chiave a livello internazionale, fino all'ultima vicenda dei tre volontari sanitari di Emergency.

Quindi torna a difendere il Papa dagli attacchi strumentali e a schierarsi senza esitazioni dalla sua parte. Infine, Frattini rivolgendosi al premier, afferma: "caro presidente l'autorevolezza della nostra politica estera ce la siamo conquistata con la serietà, la fermezza dei nostri principi e valori, la capacità di coltivare i rapporti e le amicizie personali che non vuol dire, come ci accusano strumentalmente, pacche sulle spalle, ma rapporti umani di profonda fiducia". Quando il titolare della Farnesina termina il suo intervento, Berlusconi prende per pochi istanti la parola per ricordare che Frattini è il coordinatore dei 13 ministri degli Esteri di quei partiti al Governo aderenti al Partito Popolare Europeo.

Gianfranco Fini ha parlato per "fare chiarezza", sulle riforme istituzionali, sul federalismo, sulla crisi economica, sul rapporto con la Lega Nord, sulla sicurezza. "Avere delle opinioni diverse rispetto al presidente del partito la cui leadership non è messa in discussione - ha detto il Presidente della Camera - significa esercitare un diritto-dovere. E' possibile derubricare delle valutazioni diverse come se si trattasse di mere questioni di carattere personale?", per poi contestare le accuse di "tradimento" che gli sono state rivolte dagli ambienti del Pdl.

Tutto l'intervento di Fini è stato teso a chiedersi se le domande che si è fatto sui grandi temi sul tappeto sono solo le "eresie" di un "sabotatore" ma servono a raggiungere una migliore "sintesi tra posizioni anche diverse". Per esempio nel rapporto con gli alleati della Lega: "Al Nord il Pdl stiamo diventando la fotocopia del Carroccio, siamo appiattiti sulle loro posizioni", in materia di immigrazione, sulla mancata abolizione delle province, lo stop alla privatizzazione delle municipalizzate. Poi ancora altre dichiarazioni, e "idee", su come dare sostanza al Pdl, un partito che resta maggioritario e vincente, creando dei nuovi luoghi di discussione, in particolare sulla crisi finanziaria, su cui, dice Fini, si giocherà la partita per le prossime elezioni.

Il premier a questo punto torna sul palco, per dire che accetterà di buon grado il confronto ma poi attacca i finiani che hanno esposto "al pubblico ludibrio" il partito in televisione.

Poi ha ripreso la parola Berlusconi e subito sono state scintille: "E' la prima volta che sento queste cose, non mi sono mai arrivate proposte in tal senso". Fini ha cercato di replicare dal pubblico e sono volate parole forti e dita puntate. Poi Berlusconi al microfono lo ha attaccato: "Tu nei giorni scorsi hai detto di esserti pentito di aver fondato il Pdl", tra le proteste fuori microfono dello stesso Fini. Berlusconi ha però poi cercato di attenuare i toni, dicendo di accogliere con favore la proposta di Fini di un coordinamento dei governatori del Pdl per analizzare le modalità con cui attuare il federalismo fiscale. Quanto alla Lega, il Cavaliere ha ricordato che il partito di Bossi "ha fatto proprie le posizioni che erano di An sull'immigrazione e che poi sono state abbandonate". Una sottolineatura che è suonata come una frecciata diretta all'ex leader di An, che parlando di immigrazione aveva ricordato i valori ispiratori del Partito popolare europeo, a cui il Pdl fa riferimento. Quanto alle province, ha detto Berlusconi, abbiamo chiesto l'eliminazione delle province inutili, non delle province in sè. "Perché l'abolizione delle province porta ad un risparmio di soli 200 milioni" perché costi e competenze passerebbero alle regioni (tranne gli emolumenti dei consiglieri provinciali) e "sarebbe una manovra che scontenterebbe i cittadini".

La calma ritrovata da Berlusconi è stata però persa pochi istanti più tardi: "I tuoi rilievi - ha poi detto Berlusconi rivolgendosi a Fini - sono cose che rappresentano percentualmente una piccola parte rispetto a tutto quello che si è fatto. Valeva la pena mettere in discussione il ruolo super partes di presidente della Camera per fare contrappunto quotidiano a noi? Queste cose le fai da uomo di partito e non da uomo della Camera", riprendendo così la posizione anticipata da Renato Schifani ("Le incomprensioni nel centrodestra potrebbero essere meglio risolte con una maggiore presenza politica di Gianfranco Fini nel governo, in quanto lavorerebbe fianco a fianco con Berlusconi e si potrebbero realizzare quelle intese sulla politica del governo, agendo sullo stesso piano") che già aveva sollevato critiche e perplessità tra molti parlamentari ed esponenti politici, essendo la nomina del presidente dell'assemblea votata dall'assemblea stessa e non decisa dai vertici. Il presidente della Camera, da parte sua, ha chiosato con un gesto delle dita "Sennò mi cacci?".

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