Giovanni Parisi, un italiano che ha fatto la storia del pugliato mondiale
28 Marzo 2009
Il ciglio spoglio di una strada di periferia e un atterramento che, purtroppo, non ha avuto bisogno di conteggi. Se n’è andato così Giovanni Parisi, il miglior pugile che la noble art italiana abbia saputo esprimere negli ultimi anni, deceduto mercoledì 25 marzo in un tragico incidente stradale alle porte di Voghera.
Atleta di straordinarie risorse tecniche e temperamentali, nonché personaggio “di natura” prima ancora che di fama, il boxeur calabrese, trapiantato a Voghera, è stato in grado di disegnare nel corso di oltre un quarto di secolo una parabola sortiva difficilmente ripetibile, laureandosi campione olimpico ai Giochi di Seul del 1988 e cingendo due corone mondiali tra i professionisti, tra i pesi leggeri e superleggeri (prima di lui, soltanto il mitico Nino Benvenuti era riuscito ad centrare gli stessi traguardi). Una carriera esaltante la sua, con incontri memorabili sostenuti al cospetto dei migliori calibri sulla piazza; impossibile, per chi lo ha seguito, dimenticare le accese sfide con il picchiatore Rivera o con il pericoloso Altamirano, ma anche quelle meno fortunate contro “Bollilo” Gonzales e l’immenso Julio Cesar Chavez, match che hanno tenuto incollati allo schermo della televisione milioni di italiani e che hanno richiamato ai quattro lati del ring stuoli di appassionati e non che, con il delicato momento storico nel quale versa attualmente il pugilato italiano, risulta difficile anche solo immaginare.
Di fronte alla tragedia e contro il senso di vuoto che ha lasciato, ci piace ricordare Giovanni in quello che forse ha rappresentato per lui il momento di massimo splendore sportivo e mediatico, vale a dire nel corso della trionfale affermazione in terra coreana, quando, dopo essersi sbarazzato con facilità di tutti gli avversari e aver inflitto una severa lezione al romeno Dumitrescu in finale, il grande “Flash”, soprannome con il quale era noto agli addetti ai lavori e agli sportivi in genere per la velocità dei suoi colpi, volle cingere il proprio collo con una medaglia dedicata alla madre Carmela, deceduta qualche tempo prima, oltre che con quella d’oro riservata ad ogni vincitore dell’alloro olimpico.
Un’immagine che, al tempo stesso, commosse ed esaltò il popolo italiano, meritandosi un posto d’onore nell’albo d’oro del nostro sport.
Che la terra ti sia lieve, campione.
