Sogno o son desto?

Giovanni Toti, le sabbie mobili e le figurine Panini

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Per Giovanni Toti, alla luce della sua storia politica, sarebbe stato oggettivamente difficile sottrarsi alla proposta di diventare coordinatore di Forza Italia con la prospettiva di una nuova definizione dell’area liberal-conservatrice, di un’apertura dell’orizzonte del partito alle forze esterne, di una nuova stagione che portasse all’archiviazione di cerchi e cerchietti interni, più o meno “magici”. Dire di no avrebbe significato rinnegare il proprio passato e rifiutare un atto di generosità unilaterale da parte di Berlusconi. Ancor più avrebbe significato rinunziare al tentativo di superare Forza Italia salvaguardandone e recuperandone l’esperienza storica.

Al dunque, però, sono accadute due cose. Berlusconi ha fornito la prova definitiva dell’irriformabilità del suo partito, chiarendo che i neo-coordinatori non avrebbero contato niente e che, al più, avrebbero potuto occuparsi di reclutare giovani (compito assegnato alla Cafagna) e vecchietti (incombenza affidata a Toti).

Come immediata conseguenza, i seguaci dell’immutabilità berlusconiana hanno inscenato un dibattito a dir poco imbarazzante. A leggere infatti dichiarazioni, interviste, lettere ai giornali, il problema sembrerebbe non essere quello di definire strategie, proposte e battaglie in grado di dare ossigeno a un’area politica boccheggiante. Né quello d’interpretare i nuovi tempi e gli scenari geo-politici che essi ci propongono, e tantomeno quello di comprendere come far sì che l’Italia sia governata da un centrodestra nuovo anziché, nel migliore dei casi, da una destra senza contrappesi, e nel peggiore da una coalizione occasionale, frutto avvelenato di un proporzionalismo polarizzato. Nulla di tutto ciò: il problema, secondo quella a cui piace auto-definirsi “classe dirigente forzista”, pare essere solo di nomenclatura interna, di mancato rispetto delle gerarchie maturate nei secoli, di omessa riconoscenza. Anche questo, d’altro canto, fa parte della perversione della politica.

Così, il povero Toti sembra sospeso tra l’impegno assunto col suo partito e la volontà di andare avanti nella sua opera di rigenerazione, da condursi, se proprio necessario, anche contro il parere di Berlusconi: cosa, quest’ultima, tutt’altro che agevole.

Il 6 luglio prossimo venturo ha convocato a Roma, al Teatro Brancaccio, una manifestazione che a quanto pare raccoglierà molti esclusi e forse anche qualche “consapevole”. Per gli elettori di un’area politica si tratterà dell’ultima spiaggia prima del silente assorbimento nelle truppe salviniane che nel frattempo, anche grazie al contributo dei “naufraghi di Lampedusa” che come leader hanno preferito il Capitano Carola a Zingaretti (questa è l’unica loro attenuante), continuano a ingrossarsi.

Per Toti sarà l’ultima occasione di sottrarsi alle sabbie mobili che rischiano di risucchiarlo, consegnandolo all’album Panini dedicato alla nomenclatura della fu Forza Italia e al conseguente diletto dei ragazzini che scambieranno la figurina della Carfagna per una Gelmini, un Giacomoni, un Miccichè e cinque “valide”.

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