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Giuseppe Berto scoprì il male che impedisce all’uomo di essere felice

Vi dice qualcosa Giuseppe Berto? Forse a qualcuno verrà in mente Il male oscuro, romanzo di grande successo negli anni Sessanta, ma per la gran parte dei lettori il nome risulta sconosciuto. Eppure il signor Berto si riteneva il maggior scrittore vivente dopo Gadda, e nella sua lunga carriera letteraria ha scritto storie in grado di conquistare il cuore di molti giovani. Per riscoprire questo affascinante autore trevigiano, ne abbiamo parlato con uno dei suoi massimi estimatori: il professor Giacomo Striuli, docente di letteratura e cinema italiano al Providence College negli Stati Uniti.

Professor Striuli, un viaggio alla riscoperta di Berto non può  che partire dalla giovinezza dell’autore, segnata dall’arruolamento volontario nell’esercito di Mussolini e dalle guerre in Africa. Come e perché lo scrittore sposa l’ideologia fascista?

È una domanda difficile… Personalmente non credo che Berto abbia mai sposato l’ideologia mussoliniana. Era cresciuto in un una piccola città in provincia di Treviso, Momigliano Veneto, soffocato da un padre padrone, maresciallo dei carabinieri, e scappò a quindici anni dal collegio religioso in cui viveva. A vent’anni partì volontario per l’Africa, ma spinto più dalla voglia di evadere che da una precisa ideologia politica. Il fascino della guerra, della divisa, della fuga da una realtà alienante: fattori esistenziali e non politici, queste erano secondo me le vere motivazioni che indussero Berto a unirsi alle camice nere.

Che idea si è fatto del Berto soldato?

Se penso a Berto soldato vedo Diego Abatantuono e gli altri militari nel film Mediterraneo di Gabriele Salvatores, o anche Alberto Sordi alla guida dei suoi commilitoni. Eppure non è nemmeno difficile riconoscere in Berto l’Ulisse alla ricerca di un’Itaca perduta, o il Foscolo che guarda alle sponde di Zante… Per Berto, comunque, giunse presto la disillusione: già in Guerra in camicia nera rifiuta gli ideali fascisti, la grandezza della nazione, la potenza militare italiana e l’unione di tutto un popolo intorno al duce.

Una data fondamentale nella vita di Berto è il 1943: mentre si trova in Africa a combattere, viene catturato dagli americani e internato in Texas. Ed è proprio negli Stati Uniti che Berto inizia a scrivere il suo primo romanzo, Il cielo è rosso, pubblicato nel 1947 da Longanesi...

Si tratta di un libro importantissimo, pieno di tenerezza e di dolore per la sofferenza dei giovani. E vi si trova un tema fondamentale per Berto: quello dell’esistenza di un male universale che pesa sull’umanità, impedendole di raggiungere la piena felicità. Ma in Il cielo è rosso la capacità narrativa di Berto riesce sempre a dipanare i momenti più tragici, alternandoli ad altri soffusi di lirismo che sollecitano emozioni profonde nel lettore.

Di che parla il libro?

È la storia di due ragazzi e delle loro compagne che devono sopravvivere tra le macerie di una città distrutta dai bombardamenti. Nel contrasto tra Tullio e Daniele si possono riconoscere il tema del doppio, la dialettica di un individuo che si confronta con la propria metà e il fratello nemico, un tema che raggiungerà il culmine in La Gloria – pubblicato postumo nel 1978, a pochi mesi dalla scomparsa di Berto – in cui Giuda racconta in prima persona gli ultimi giorni di Gesù.

Il maggiore successo editoriale di Berto resta Il male oscuro, vincitore nel 1964 dei premi Campiello e Viareggio: si tratta di un libro molto diverso da Il cielo è rosso, e segue tre anni di analisi per curare una drammatica nevrosi.

È un libro che mi impressionò moltissimo, ricordo che lo lessi tutto d’un fiato: ebbe per me lo stesso effetto di Catcher in the Rye, il libro-culto di moltissimi altri giovani lettori negli anni ‘60. Mi piacque molto perché non avevo mai letto un libro capace di rivelare così coraggiosamente le verità più intime del protagonista, le sue insicurezze di uomo, le sue paure più vere. Ne Il male oscuro Berto ha tradotto le sue travagliate esperienze in uno stile rivoluzionario, dissolvendo le strutture narrative con una prosa priva di punti e virgole, veloce, travolgente, ipnotica, onirica. Il libro piace ancora oggi perchè mischia il tragico e il comico e – come in Pirandello o altri grandi umoristi – la comicità non solo serve per intrattenere, ma serve anche da lente per meglio scrutinare il male dell’esistenza, del diventare adulti.

Berto è stato classificato prima come neorealista – etichetta rifiutata dall’autore – e poi come scrittore psicologico, intento a scavare nelle profondità dell’animo umano. Lei come lo definirebbe?

Non so, sarebbe sempre meglio evitare le etichette. Berto è uno scrittore complesso, importante, e ha saputo esprimersi in vari registri: parliamo di un protagonista della letteratura del dopoguerra, e i suoi libri rispecchiano l’evoluzione della nostra cultura in modo originale e significativo. Certo è che se libri come Le Opere di Dio, Il cielo è rosso e Il Brigante sono esemplari del periodo neorealista e Il Male Oscuro rivela una tecnica psicoanalitica, i saggi pubblicati postumi – parlo di Colloqui col cane e Il mare da dove nascono i miti – esulano da tali schemi, e ci rivelano un piglio saggistico che conferma la versatilità e bravura di Berto, un autore in grado di osservare i fatti del mondo con intelligenza e compassione.

Quali sono i suoi modelli culturali di riferimento?

Indubbiamente Pascoli, Pirandello, D’Annunzio, i futuristi, Svevo, la letteratura dei grandi esistenzialisti europei: insomma, tutti scrittori che privilegiano la ricerca dell’io, della realtà interiore. Al di fuori dell’ambito letterario, poi, due film furono fra le esperienze più incisive della sua vita: Il monello di Chaplin, e il Segno di Zorro.

Berto è celebre per la sua rivalità  con Moravia: “Mi indigna il suo strapotere, che io credo dannoso per l’Italia” ebbe a dire nei confronti del collega. Cosa c’è, a suo parere, all’origine degli scontri con l’autore de Gli indifferenti?

Moravia divenne per Berto l’incarnazione di tutti quelli che lo perseguitavano, capo di una mafia intellettuale che voleva ostracizzarlo, e la faccenda finì sulle pagine dei giornali e in tribunale, con tanto di accuse ed epiteti volgari. Ma al di là della rivalità personale, esisteva un dissidio ideologico: mentre Moravia si avvalse di Marx per spiegare l’alienazione sociale in termini di sfruttamento per raggiungere un fine economico, per Berto Marx aveva costruito una colossale trappola per l’uomo. Ecco allora cosa c’è veramente all’origine dei loro scontri: una diversa visione del mondo.

Da quel che si racconta, Berto aveva un bel caratterino…

Effettivamente Berto era caratteriale, e non lo nasconde nemmeno lui: in molte interviste e nei suoi libri rende conto delle polemiche con scrittori, produttori cinematografici, intellettuali, donne, parenti… Insomma, litigava con tutti.

E' uno scrittore che ha lavorato anche per il cinema e per il teatro

Berto lavorò molto per il cinema, ma fu un rapporto tumultuoso: non ne andava molto fiero e lo faceva mal volentieri. Ebbe comunque un grande successo con Anonimo Veneziano, un bel film con Florinda Bolkan diretto da Enrico Maria Salerno in cui amore e morte s’intrecciano in una bella storia d’amore… e la musica, naturalmente, la fa da protagonista. Per il teatro scrisse invece la Passione secondo noi stessi, dove si ritrova un’anticipazione sul ruolo di Giuda nel Vangelo, che sarà il soggetto dell’ultimo romanzo di Berto.

Professore, dopo un grande successo negli anni sessanta oggi Giuseppe Berto è un autore dimenticato dal grande pubblico. Perché dovremmo riscoprirlo?

Berto merita di essere letto e soprattutto merita una maggiore attenzione da parte della critica, perché è senza dubbio uno fra i maggiori scrittori italiani sulla scia di Svevo, Landolfi, Gadda, Alvaro, Tozzi, Moravia… I suoi libri stanno lì a dimostrarlo e il piacere che risvegliano fra i giovani lo conferma.  

E cosa conslierebbe di leggere a un giovane che si avvicina a Berto per la prima volta?

Sicuramente Le opere di Dio, Il male oscuro e La Gloria. Soprattutto quest’ultimo romanzo, che chiude il cerchio della poetica bertiana riproponendo tutti i temi a lui cari: il male universale, la partecipazione individuale ad un dolore senza spiegazioni. Nel confronto tra Gesù e Giuda il lettore ritrova una grande riflessione sull’etica del male, che ci stimola a capire meglio noi stessi.

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