Bis Conte

Giuseppe Conte, il “populista”, è scomparso. Ora tocca alla versione catto-dem

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“La politica ha divorziato dalla ragione”. Gaetano Quagliariello, intervenendo a Matera al lancio del movimento “Cambiamo” con Giovanni Toti, l’ha toccata piano. Difficile trovare un modo migliore di descrivere quello che sta accadendo nei palazzi che contano. Il senatore, con quella espressione, si è riferito all’impossibilità di prevedere il futuro. Ve lo ricordate Giuseppe Conte, Il fiero populista? Lo strenuo difensore del salvinismo e dei rigidismi sovranisti? Scomparso. Al suo posto c’è un professore universitario che, fino a che Luigi Di Maio non lo ha proposto come ministro di un ipotetico governo monocolore del MoVimento 5 Stelle, sarebbe andato bene come parlamentare del Partito Democratico. Non siamo noi a sostenerlo. Sono le tematiche che il “nuovo” Giuseppe Conte pone sul tavolo a confermarlo. Noi lo sapevamo già: bastava dare un occhio alle prossimità con certi ambienti accademici fiorentini, che con un po’ di semplificazione giornalistica potrebbero essere definiti “renziani”. L’elasticità idealistica a mo’ di materia informe, dal punto di vista delle dottrine politiche, è un mantra di certo popolarismo post-novecentesco.

Ma c’è qualcosa in più delle dietrologie. Il tema posto da Quagliariello è impellente: può la politica permettersi di dire e sostenere tutto e il contrario di tutto nel corso di poche settimane? Gli anni di Silvio Berlusconi, quelli meno grigi della nostra storia patria, sono stati contraddistinti dalla “lucida follia”. E la sinistra, anche quella satirica, faceva la sua parte. Dove sono i satiri adesso? L’aplomb di Conte si presta male. Ma avremmo bisogna del Crozza di turno che sottolinei in rosso l’elenco d’incoerenze. Perché ce ne sono e perché per la sinistra il dogma ideologico è sempre stato un tratto essenziale. Qualcosa da cui non si può fuggire. Tutto è smarrito. Neppure il berlusconismo, però, è mai stato così deficitario in termini di struttura: c’era un leader in grado di cambiare idea sì, magari anche in maniera repentina, ma c’era anche un solido bipolarismo e un’idea chiara dei confini delimitanti le alleanze. La natura indefinita dei pentastellati ha corrotto le sovrastrutture delle formazioni tradizionali. Internet e i social hanno condito, se non coadiuvato, il meccanismo per cui Giuseppe Conte può divenire il mediatore tra quasi tutte le variabili presenti nell’assise parlamentare.

Quello che conta è ricevere l’approvazione della base, degli utenti. Rousseau è un’urna riservata, ma per via del meccanismo parlamentare finisce per contare più di quelle basate sul suffragio universale. E poi c’è lui, Giuseppe Conte, che è super partes, quindi è un sostenitore di tutte le istanze: dai respingimenti in materia d’immigrazione ai porti aperti, dalla presunta neutralità in materia bioetica all’aggressione relativista, dalla scepsi sull’ideologia ambientalista al canovaccio ecologista. Il balzello sembra corto. Perché la velocità del mondo contemporaneo lo fa apparire tale. La distanza in realtà è grossa. Ma nessuno si stupisce più di nulla. Perché “la politica ha divorziato dalla ragione”. La speranza è che gli elettori, quando verrà il momento, si riveleranno ancora sposati.

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