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Alfano prepara un CdM

Giustizia: ecco i punti della riforma

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Un consiglio dei ministri sul ddl Alfano prima di Natale per affrontare a trecentosessata gradi la questione della riforma della giustizia, cercando una mediazione tra i diversi orientamenti della coalizione. E’ quanto è stato annunciato dal ministro della Giustizia Angelino Alfano durante la presentazione congiunta di martedì scorso con il ministro per la Pubblica amministrazione e l'Innovazione Renato Brunetta del protocollo d’intesa sulla riforma della giustizia e l’innovazione.

Nel corso la conferenza Alfano è anche entrato nel merito del Ddl Giustizia, il pacchetto di interventi che, non ancora discusso, ha già aperto le polemiche su più fronti. Il disegno di legge spazia dal problema del sovraffollamento delle carceri, la riforma del processo penale, fino alla condizionale e all’istituto della ‘messa in prova’. Tutti temi che annunciano una dura battaglia politica ideologica.

Ecco i tre punti fondamentali di cui ha parlato il Guardasigilli tra martedì e mercoledì:

Innovazione digitale. Nel protocollo d’intesa Brunetta-Alfano, si stabilisce che entro il 2010 gli uffici giudiziari, tribunali e procure comunicheranno attraverso l’utilizzo di tecnologie informatiche con i cittadini, con le imprese, con gli avvocati e con le forze di polizia. L’idea è quella di introdurre l’innovazione digitale nell’apparato della giustizia. Da parte sua, il ministro per la Pubblica amministrazione ha annunciato la realizzazione di una sessantina di convegni che culmineranno nella realizzazione, entro fine anno, del documento “E-government per l’Italia”.

Il protocollo si sviluppa attraverso sei progetti che prevedono l’utilizzazione della information technology per semplificare le modalità di svolgimento dei servizi dell’Amministrazione della giustizia ai propri utenti. L’obiettivo è quello di “sconfiggere l’inefficienza del sistema giudiziario”, riducendo i costi di funzionamento degli uffici e razionalizzando le infrastrutture e le reti di trasmissione della giustizia. A tal fine, verrà utilizzato il Sistema Pubblico di Connettività (SPC) e la rete privata delle forze di polizia in materia di ordine e sicurezza pubblica.

Ma non è tutto. I nuovi interventi faciliteranno la comunicazione tra professionisti, privati e istituzioni, attraverso un sistema di invio telematico della documentazione relativa ai procedimenti, ad esempio, per registrare gli atti civili presso l’Agenzia delle Entrate, per consultare atti e provvedimenti giudiziari o per richiedere certificati on-line. Ancora: sarà resa molto più veloce la trasmissione delle notizie di reato dalle forze di polizia alle procure della Repubblica. In tal modo, sarà permesso di ricostruire più facilmente il fascicolo del Pubblico Ministero e del giudice delle indagini preliminari.

Carceri. Sulla questione dei centri penitenziari, Alfano ha evidenziato i numeri di crescita della popolazione carceraria: 1.000 detenuti al mese, in tutto 58.462 a fronte di una capienza di 42.562. “E’ matematico che a febbraio-marzo verrà superato il limite tollerabile di 63mila carcerati”, ha detto il ministro della Giustizia.

Il Guardasigilli ha annunciato che, per far fronte all’emergenza sovraffollamento, saranno costruite nuove carceri “anche con il coinvolgimento dei privati per la realizzazione e la costruzione delle nuove strutture penitenziarie” e, forse, la gestione dei servizi diversi dalla vigilanza. La copertura finanziaria è limitata e, nel frattempo, si prevedono “misure tampone”. Tra l’altro, l’utilizzazione delle camere di sicurezza delle questure e dei carabinieri per i detenuti in attesa di processo per direttissima o l’apertura di Pianosa e dell’Asinara per il 41 bis. Sul modo in cui sarà realizzato il piano carceri, il ministro Alfano mantiene cautela e preferisce rimettere la decisione al vertice di governo, ma ha assicurato che “la coalizione è unita e compatta”.

Condizionale e messa in prova. Argomento particolarmente scottante, rischia di dividere la maggioranza anche se, sulla questione, il Guardasigilli ha assicurato che sarà la coalizione a decidere se portare avanti la misura. Ogni anno, ricorda Alfano nella relazione collegata al ddl, “vengono concesse 50 mila sospensioni condizionali della pena, pari a circa un terzo delle sentenze di condanna”. E continua spiegando che in un solo anno “circa 50 mila cittadini incensurati si giocano, dopo la prima condanna, il ‘bonus’ che ognuno di noi ha fin dalla nascita”, cioè la condizionale. Con il ddl Alfano si cambia: il cosiddetto bonus non sarebbe più automatico, ma spetta all’imputato incensurato di chiedere al giudice la sospensione del processo per essere messo in prova. Per ogni giorno di arresto o reclusione previsto, per il computo della pena, si prevede la prestazione di 4 ore di lavoro. Un lavoro da svolgere “in attività socialmente utili, non retribuite ed eseguibili in accordo con gli enti locali o nelle associazioni di volontariato per un minino di 10 giorni e un massimo di due anni”.

Conosciuto anche come “probation system”, di origine anglosassone, la proposta iniziale del ministro Alfano ne prevedeva l’applicazione solo per gli incensurati condannati con pene fino a 4 anni. Un requisito che comprenderebbe reati come il furto, il falso in bilancio, l'usura, la truffa, ma anche la corruzione di minori. E’ proprio questo il punto di attrito tra le diverse posizioni della maggioranza. Da una parte il ministro La Russa ha proposto la riduzione del limite della condanna a “due o al massimo tre anni”; dall’altra il ministro degli Interni Maroni che non ha nascosto la sua perplessità (anche perché sotto i 4 anni rientrerebbero reati tipici degli immigrati clandestini).

E, a dirla tutta, il fatto che la proposta era già stata presentata in passato da tredici senatori dipietristi e che ora trova il pieno sostegno dell’Idv, non ha certo aiutato a mettere d’accordo la maggioranza sulla necessità della riforma.

 

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1 COMMENT

  1. Quanti magistrati intorno ad Alfano…
    Ci si poteva aspettare da un Ministro del PDL che innovasse nei criteri di nomina della dirigenza del suo ministero, tutto presidiato da Magistrati. Bravi nel mestiere loro, ma del tutto improvvisati nel ruol di gestori.

    Rispondendo al Presidente Zucconi Galli Fonseca, sui tanti sprechi della nostra giustizia, Sergio Romano si domandava sul Corriere: “Sarebbe davvero scandaloso se le Procure avessero un direttore amministrativo con il potere d’imporre ai magistrati un migliore uso, per esempio, del denaro destinato alle intercettazioni telefoniche?”. Beh, sarebbe il caso di estendere la domanda all’intero sistema di governance del Ministero della Giustizia. A capo del Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria (quello che si occupa del personale, delle statistiche, dell’informatica, dei beni e servizi) Alfano ha nominato Luigi Birritteri, un magistrato che non ha alcuna esperienza in materia di gestione, e nonostante questo è stato chiamato a dirigere un’azienda da 50.000 cancellieri e 10.000 giudici. Né ha più esperienza gestionale l’ex PM Franco Ionta chiamato dal Ministro a capo del DAP, altra axzienda da 50.000 persone.

    I magistrati si lamentano della scarsità di risorse, eppure l’alta amministrazione del Ministero della Giustizia è sempre stata in mano loro. Perché non chiamare a dirigere l’amministrazione giudiziaria dei dirigenti veri, esperti e professionalmente qualificati, rimandando nei tribunali gli oltre cento magistrati distaccati al Ministero?

    Ci si poteva aspettare da un ministro di Forza Italia più coraggio.

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