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Giustizia, torna in gioco la separazione delle carriere

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I magistrati che giudicano e quelli che indagano e accusano non possono avere la stessa carriera perché i loro compiti sono costituzionalmente e culturalmente diversi. Per questo semplicissimo motivo l’Unione delle camere penali italiane ha promosso un manifesto in quattro punti da presentare in una due giorni di convegni sul tema venerdì e sabato prossimi (14 e 15 marzo) a Roma all’hotel Parco dei principi.

Il manifesto sarà poi portato all’attenzione del dibattito politico preelettorale perché qualcuno dei contendenti in lizza, principalmente Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, lo faccia proprio o lo respinga, ma  almeno prenda una posizione netta in materia davanti agli elettori prima delle votazioni del prossimo 13 aprile.

Nel manifesto si legge tra l’altro che “la separazione tra magistrati d’accusa e di decisione è il dato essenziale che connota ordinamenti giudiziari democratico-liberali e li distingue da quelli a ispirazione autoritaria.”

E in un altro punto dello stesso manifesto c’è un ulteriore riferimento al fatto che in Italia la giustizia sia ormai diventata dispotica e autoritativa come quella dei paesi del terzo mondo: “…l’attuale assetto ordinamentale, tributario di concezioni autoritative, va riformato per istituire, tramite la separazione delle organizzazioni di pubblici ministeri e di giudici, un sistema di amministrazione della giustizia ispirato alle regole del giusto processo, garantendo in modo pieno l’imparzialità e la terzietà del giudice e l’indipendenza del pubblico ministero dal potere politico”.

Secondo gli avvocati italiani non sarebbe credibile un processo in cui i magistrati dell’accusa e i giudici del collegio che dovranno decidere se accogliere o meno le tesi accusatorie siano colleghi. “Il giudice “collega” dell’accusatore è “tecnicamente” inattendibile per come esercita la giurisdizione ed è “politicamente non credibile per l’imputato e per la società”, sostiene l’Unione delle camere penali italiane, seguendo una scuola di pensiero mai contraddetta al suo interno negli ultimi dieci anni.

A officiare la due giorni del Parco dei Principi saranno proprio i componenti dell’attuale dirigenza dell’Ucpi, il segretario Renato Borzone e il presidente Oreste Dominioni, noti per la propria totale intransigenza sulla separazione delle carriere. Principio posto sempre come conditio sine qua non per iniziare ogni confronto con l’Anm sulla riforma della giustizia. I due esponenti dell’Ucpi in passato sono anche stati assolutamente bipartisan nelle accuse  di inefficienza e inerzia rivolte tanto all’esecutivo della Cdl del 2001-2006 quanto a quello dell’Unione nel biennio successivo.

Gli avvocati credono tra l’altro di avere dalla propria parte i cittadini con il loro buon senso. “La decisione giusta - spiega Borzone - deve essere il prodotto di strutture ordinamentali e processuali che le assicurino l’affidabilità sociale: il cittadino, ispirato dall’immediato senso comune, non crede di essere giudicato nel giusto da una decisione presa da un giudice che condivide con il soggetto che lo accusa la medesima collocazione istituzionale”.

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