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Giustizia: un altro giorno del giudizio per il governo

Doveva essere la “Riforma della Riforma”. La restaurazione mastelliana doveva spazzare via ogni traccia lasciata dal Centrodestra e dall’ex Ministro Castelli sull’Ordinamento giudiziario. Tuttavia, neanche il deferente progetto del Guardasigilli di Ceppaloni ha accontentato il pretenzioso partito dei magistrati. Nello stesso tempo, però, Mastella è riuscito nella poderosa impresa di scontentare anche gli avvocati e di gettare le basi in Senato per una nuova crisi di Governo.

La cosa ancor più paradossale è che gli aspetti della riforma sui quali il Governo ha prima rischiato di cadere e poi è andato clamorosamente sotto sono davvero di “ridottissima importanza”, per usare le parole del capogruppo al Senato di Sinistra democratica Cesare Salvi.

L’emendamento del DL Manzione, passato con i voti della Casa delle Libertà e contro il parere del Governo, prevede semplicemente che al fine di cambiare funzioni (da inquirenti a giudicanti), per i magistrati sarà necessario cambiare non solo circondario, ma anche provincia, con effetti, peraltro pressoché nulli, poiché in Italia solo pochissime province hanno più di un circondario.

Lo stesso articolo uno, salvato dal senatore Andreotti, è relativo al concorso di accesso alla professione di magistrato e, rispetto alla Legge Castelli, si limita a consentire ai candidati di non indicare da subito se intendano scegliere il ramo della magistratura inquirente o quello giudicante.

Di certo non sfugge il significato simbolico che avrebbe assunto una sconfitta riportata sin dal primo giorno in cui la riforma passava all’esame dell’Aula ed in quest’ottica va valutato l’intervento salvifico del senatore a vita e non vanno trascurate le voci di un accordo trasversale tra gli ex Dc, sotto la regia di Andreotti stesso e del vicepresidente del CSM Nicola Mancino.

Tuttavia, è estremamente inverosimile che la pur debole compagine di Governo si sia disgregata su questioni di così poco rilievo. E’, invece, molto più probabile che le debolezze della maggioranza non siano riuscite a resistere all’urto del ricatto del partito dei magistrati, e ciò non può che spostare i termini della questione proprio sul tema della salute della coalizione di maggioranza.

I giudici si sono, infatti, affrettati a proclamare per il 20 luglio lo sciopero contro il DdL di riforma dell’ordinamento giudiziario, manifestando un non meglio precisato “dissenso su punti rilevanti” del provvedimento, ma, al contempo, hanno preannunciato per il 14 luglio una nuova riunione dell’ANM per valutare un’eventuale revoca dello sciopero stesso, quasi a voler esplicitare, senza mezze misure, la volontà di imporre il proprio controllo sull’iter parlamentare del provvedimento.

Non siamo tanto distanti dalle esigenze di supplenza che i magistrati prospettavano ai tempi di tangentopoli e ciò mette in luce la debolezza di un Governo che oggi più che mai affianca alle sue tante contraddizioni, la manifesta incompatibilità tra le figure di Di Pietro e Mastella, acuita negli ultimi tempi dal fatto che l’ex pm non riesce più a nascondere di non concepire nessun altro al di fuori di se al timone della giustizia, men che mai l’odiato leader dell’UDEUR.

Al di là dei pur giusti ragionamenti in chiave politica che portano la CDL a sottolineare lo scivolone dell’Unione, sarebbe opportuno che l’opposizione traesse spunto da questa vicenda per tornare a ragionare sulla propria idea di giustizia.

Il centrodestra ha oggi l’opportunità di presentarsi ai cittadini rispolverando l’originario progetto di riforma dell’ordinamento giudiziario emancipandosi, così, non solo dalla confusione del DdL Mastella, ma anche dalle timidezze della legge Castelli.

Il cuore della questione è la separazione delle carriere e l’episodio di questi giorni ha dimostrato che, piuttosto che rincorrere i capricci dell’ANM, è necessario pensare all’intensa domanda di giustizia che proviene dalla società civile e andargli incontro, con il coraggio di sacrificare gli interessi delle corporazioni.

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