Gli Alpini tornano a casa e il pensiero va ai caduti italiani in Afghanistan

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Gli Alpini tornano a casa e il pensiero va ai caduti italiani in Afghanistan

11 Ottobre 2010

Tornano in Italia le salme dei quattro Alpini uccisi dall’esplosione di uno “IED” (Improvised Explosive Device), gli ordigni che i Talebani piazzano sul ciglio delle strade in Afghanistan per colpire i convogli e le truppe della Coalizione. Gianmarco Manca, Francesco Vannozzi, Sebastiano Ville, Marco Pedone, ventenni e trentenni provenienti dalla Toscana, dalla Sardegna, dalle Puglie, dalla Sicilia – un Mezzogiorno che ha pagato amaro il prezzo di questa guerra. Vogliamo ricordarli insieme a tutti gli altri caduti cercando di capire perché e come sono morti, in un esercizio doloroso ma utile a rendere il senso della nostra presenza in Afghanistan.

Le reazioni del ministro degli esteri Frattini, del ministro della difesa La Russa, e dello stato maggiore italiano dopo l’ultimo attacco, prontamente rivendicato dai Talebani, indicano che siamo in una fase critica, acuta e pericolosa della missione. Le autorità politico-militari del nostro Paese sostengono che è necessario rafforzare lo sforzo bellico, in particolare quello dell’aeronautica militare utile alla copertura dei soldati che si muovono sul territorio. “Bisogna riconsiderare se si debba fare ricorso a tutto il potenziale offensivo di cui disponiamo”, dice Frattini.

Il ministero della difesa propone di armare i bombardieri; l’ex capo di stato maggiore dell’aeronautica, generale Tricarico, suggerisce di usare più elicotteri e finanziare l’uso dei Predator, i micidiali aerei spia dotati di missili Hellfire in grado di individuare e colpire gli insorgenti (magari mentre nascondono le IEDs sul terreno). Sullo sfondo il destino dei blindati “Lince”, in cui per anni hanno viaggiato i soldati italiani e su cui sono morti i quattro di Farah. E’ probabile che il ministero della Difesa acceleri le pratiche per l’introduzione di nuovi automezzi più pesanti del loro già robusto antesignano e in prospettiva capaci di resistere maggiormente all’onda d’urto di una mina. Ma purtroppo non è solo un discorso di blindature.

L’attacco di sabato arriva in un momento cruciale della presenza italiana in Afghanistan. E’ l’ultimo colpo di una escalation iniziata l’anno scorso, in contemporanea con l’intensificarsi delle operazioni militari americane dopo l’insediamento del Presidente Obama e le diverse offensive lanciate dalle truppe della Coalizione contro i Talebani. La pressione delle truppe alleate ha finito con lo spingere gli insorgenti verso la zona controllata dagli italiani che si trovano sempre più spesso a doverli contrastare: non è un caso che quasi la metà delle perdite italiane in Afghanistan (in totale 33 uomini) si sia concentrata nel biennio e che, proprio in questo lasso di tempo, è salito massicciamente il numero e la potenza distruttiva degli attacchi con le IEDs.

L’inizio della missione italiana in Afghanistan risale al 2003 ma la situazione sul terreno ha iniziato a complicarsi seriamente dall’estate del 2009, qualche mese prima dell’importante appuntamento elettorale di settembre che ha portato alla rielezione di Karzai e mentre era in corso l’offensiva americana dell’Helmand. Il 14 luglio dell’anno scorso muore il caporal maggiore Alessandro Di Lisio, molisano, quando una mina fa saltare in aria il mezzo su cui si spostava insieme ai commilitoni della Folgore. L’attacco avviene sulla famigerata “Route 517”, una delle rotte caparbiamente prese di mira dagli insorgenti. Già da allora si valuta che i talebani abbiano iniziato a rafforzare il potenziale esplosivo dei loro ordigni, affinandoli sempre di più man mano che gli attentati ai veicoli della Coalizione ne mostravano punti di forza e di debolezza. In quella occasione La Russa interviene per dire che “un mezzo indistruttibile non esiste; la minaccia si fronteggia non solo con la tecnica, ma anche, e forse soprattutto, con la tattica sul terreno e con l’addestramento del personale”.

Le IEDs sono una vera maledizione per gli italiani, a partire dagli ordigni che hanno tolto la vita a quattro alpini fra il maggio e il settembre del 2006. Il tenente Manuel Fiorito e il maresciallo Luca Polsinelli vengono colpiti per primi a sud di Kabul. Fiorito riceverà la medaglia d’argento al valor militare per aver aiutato i suoi commilitoni dopo l’attacco, nonostante le ferite mortali che aveva riportato in battaglia. Oggi in Afghanistan sorge un ambulatorio intitolato ai due giovani per la cura e l’assistenza della popolazione locale. Nel maggio del 2007 tocca al caporal maggiore Giorgio Langella e al primo caporal maggiore Vincenzo Cardella, morto al Celio, l’ospedale militare di Roma dov’era stato ricoverato, dopo quattro giorni di grande sofferenza. Il 17 maggio 2010 le IEDs si portano via il Sergente Massimiliano Ramadù, di Velletri, e il caporal maggiore Luigi Pascazio, della provincia di Bari. La moglie di uno di loro, disperata, riesce solo a commentare: “Ora mi chiama e dice che è tutto a posto…”. Ma per chi ha scelto di entrare nella brigata alpina “Taurinense”, il genio guastatori, la vita al fronte può rivelarsi peggio di una roulette russa. Il primo maresciallo Mauro Gigli e il caporal maggior Pierdavide De Cillis cadono il 28 luglio 2010: anche loro erano “hurt-lockers”, per citare il titolo di un pluripremiato film hollywoodiano che ha spiegato al mondo qual è il carico di responsabilità – e la condizione psicologica – di questi militari impegnati a salvare altre vite umane.

Torniamo all’autunno del 2009. Non sono solo le mine a uccidere i nostri soldati. Combattiamo una guerra dove il nemico è pronto a sacrificare la propria vita, se necessario. I kamikaze e le auto-bomba vengono usati dalla guerriglia per terrorizzare la popolazione e colpire senza distinzioni civili, forze della sicurezza afghana, truppe della Coalizione. Arrivano le elezioni e i talebani mettono a segno il più sanguinoso attacco contro le forze italiane. Il 17 settembre, un kamikaze si fa saltare in aria sulla strada che porta all’aeroporto di Kabul: muoiono 6 parà della Folgore, il sergente maggiore Roberto Valente, il caporal maggiore Matteo Mureddu, il tenente Andrea Fortunato, i caporal maggiori Davide Ricchiuto, Gian Domenico Pistoianni, e Massimiliano Randino. Insieme a loro perdono la vita 15 civili afghani, oltre cinquanta i feriti. Gli edifici che danno sulla Piazza Massud, il luogo dell’esplosione, appaiono completamente sventrati. Il fratello di Randino, Roberto, deciderà di arruolarsi come volontario nell’esercito italiano.

Da allora si è continuato a combattere sul serio, come dimostra la morte di un altro parà, il tenente Alessandro Romani, avvenuta il 17 settembre scorso sempre nella zona di Farah. Romani, un veterano incursore del Col Moschin, faceva parte della “Task Force 45”, l’unità multinazionale composta dalle forze speciali della Coalizione. Cade durante un’operazione per catturare alcuni insorgenti che avevano sistemato degli ordigni su una strada provinciale. Un drone americano segnala la presenza del nemico, le forze speciali partono a bordo di un Chinook scortato dagli A-129 Mangusta, ma al loro arrivo l’italiano viene ferito insieme a un compagno. Se ne va qualche ora dopo. Quando incontra il segretario generale della NATO Rasmussen, il ministro La Russa assicura che l’Italia è pronta a svolgere il suo compito con “un incremento quantitativo”. Ad Agropoli, nel salernitano, la terra da dove veniva il tenente Romani, appaiono scritte che si commentano da sole, “10, 100, 1000 Alessandro Romani”.

Fra i caduti ci sono anche gli uomini dei nostri servizi segreti. Due storie meritano di essere raccontate. La prima è quella di Lorenzo D’Auria, l’agente del Sismi preso in ostaggio nel 2007 e morto durante il blitz delle forze della Coalizione per liberarlo. Il 24 settembre, gli incursori del “Consumbin” vengono mobilitati: il luogo dove viene tenuto prigioniero D’Auria è stato individuato. Ma quando gli italiani giungono sul posto scoprono che le forze speciali inglesi sono già entrate in azione. Dopo aver inseguito i rapitori, gli inglesi li hanno raggiunti ed è scoppiato un conflitto a fuoco durato quattro interminabili minuti, una pioggia di fuoco che si è abbattuta sulle auto degli insorgenti. Secondo la versione ufficiale, D’Auria muore rinchiuso nel bagagliaio di una delle auto colpito alla testa dai proiettili vaganti. Non è chiaro se ad ucciderlo siano stati i talebani o il “fuoco amico”. La Procura di Roma indaga sulla vicenda. Le indagini si concentrano sulle carcasse delle auto recuperate dopo l’attacco e sulle testimonianze dell’altro agente tratto in salvo. Fatto sta che l’operazione di salvataggio degli inglesi, con un morto, un ferito grave e altri due leggeri, non può certo essere definita un successo. 

L’altra storia è quella del salentino Pietro Antonio Colazzo, un agente dell’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna), che lo scorso 26 febbraio viene ucciso durante un assalto condotto dai talebani contro il complesso di Hotel di Shahr-i-Naw. L’attacco stile Mumbai provoca 16 morti. Gli insorgenti si fanno strada nell’albergo dove alloggia Colazzo con gli esplosivi e le armi automatiche, ammazzando tutti coloro che incontrano sulla strada. Secondo le testimonianza raccolte dopo l’attacco, Colazzo avrebbe aiutato altri quattro italiani a fuggire continuando a comunicare all’esterno la posizione dei talebani, fino a quando, scoperto, non viene freddato con tre colpi di arma da fuoco alla schiena.

C’è poi il capitolo delle perdite per incidenti o durante l’addestramento. La maggior parte di questi episodi è avvenuto nella prima fase della missione. Il 3 ottobre 2004 il blindato su cui viaggia il caporal maggiore Giovanni Bruno precipita in un dirupo sulle montagne del distretto di Surubi. Il militare muore sul colpo. A qualche mese di distanza, il 3 febbraio del 2005, precipita l’aereo civile su cui viaggiava il capitano di fregata Bruno Vianini, 47 anni, numero 2 del COFS – il comando delle forze speciali appena costituito. Vianini era in missione per organizzare il lavoro dei PRT (Provincial Reconstruction Team), i gruppi di civili incaricati di far partire la ricostruzione dopo la caduta del regime talebano. Ancora, il caporal maggiore Giuseppe Orlando, morto nel settembre del 2006 quando il suo “Puma” si capovolge durante una manovra (i Puma sono stati progressivamente sostituiti); il caporal maggiore Rosario Ponziano, 25enne, anche lui morto in un Lince; il caporal maggiore Francesco Saverio Positano, caduto dal proprio mezzo il 23 giugno scorso.

Ci sono soldati che se ne vanno per cause naturali, come il tenente Colonnello Carlo Liguori o il maresciallo Arnaldo Forcucci, ma c’è anche la storia del caporal maggiore Michele Sanfilippo, sul quale molto è stato scritto e detto, mentre le autorità militari mantengono un pervicace e dal loro punto di vista necessario riserbo. Su Wikipedia si legge che Sanfilippo è morto per ferite riportate in addestramento ma non è andata proprio così. L’11 ottobre del 2005 il militare si trova in camerata e viene colpito da un proiettile partito per sbaglio dalla pistola di un commilitone, secondo quanto riportato dalle indagini. La procura militare indaga ma ci si chiede perché quell’arma che doveva essere scarica invece non lo era. Che ne è stato del rispetto delle procedure?

Infine il suicidio del capitano Marco Callegaro che il 25 luglio del 2010 si toglie la vita nel suo ufficio all’aeroporto di Kabul. Dinanzi a un gesto così tragico, sarebbe opportuno interrogarsi sulla tenuta psichica degli uomini che vengono chiamati a restare per lunghi mesi lontani da casa e dalle loro famiglie, in un teatro di guerra che può arrivare a sconvolgere la personalità umana (i “disturbi post-traumatici” sono un riferimento costante in ogni discorso del Presidente Obama sui veterani). Callegaro era tornato in Afghanistan dopo una breve licenza. Sarebbe mancato da casa per altri sei mesi. Chissà cosa gli è passato per la testa.

Abbiamo raccontato molte storie ma per rispondere alla nostra domanda iniziale, perché siamo in Afghanistan e cosa ci restiamo a fare, vale la pena ricordare due vicende, drammatiche ma che danno la cifra dell’impegno dei nostri militari. Siamo lì, in definitiva, per difendere la popolazione da un regime violento e oscurantista che aveva gettato il Paese in un eterno Medioevo. Il 13 febbraio del 2008 il maresciallo Giovanni Pezzulo del CIMIC sta distribuendo viveri agli afghani, nella città di Rudbar, trenta chilometri ad ovest di Kabul. I talebani guardano con disprezzo agli aiuti portati dalla Coalizione, così, dopo aver atteso la conclusione delle operazioni, aspettano al varco i militari italiani prendendoli a colpi di kalashnikov. Durante lo scontro a fuoco Pezzulo resta sul terreno. I Nomadi gli hanno dedicato una canzone, “Senza nome”.

L’esempio migliore forse è quello del maresciallo Daniele Paladini, del Reggimento Genio Pontieri di Piacenza. Il 24 Novembre del 2007 gli afgani stanno inaugurando un nuovo ponte sul fiume Paghman, a nord-ovest della capitale. E’ un bel momento, che segnerà la ripresa delle comunicazioni e dei commerci nella zona, il modo migliore per far progredire le condizioni di vita di un Paese economicamente arretrato. I militari italiani presiedono alle celebrazioni. A un certo punto si accorgono di un uomo che sta risalendo velocemente il greto del fiume. E’ un kamikaze. Quando si accorge di essere stato identificato, si fa esplodere. Palladini muore durante il trasferimento all’ospedale di Kabul. Veniva da Lecce e aveva una bambina di 6 anni.