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Contro l'aborto

Gli americani non si scandalizzano se la Chiesa modifica la riforma sanitaria

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La Chiesa cattolica americana, intervenendo aggressivamente nel dibattito sul sistema sanitario, è emersa come una grande forza politica con il potenziale di sconvolgere una parte essenziale dell’agenda del presidente Barack Obama.

La pressione esercitata dietro le quinte, insieme alla mobilitazione popolare delle chiese cattoliche del Paese, ha portato sabato scorso la Casa Bianca ad approvare un emendamento alla sua riforma della Sanità che impedisce a chiunque riceva un nuovo credito sulle imposte di acquisire un piano sanitario che copra anche l’aborto, un fatto che un tempo sarebbe stato impensabile  nella Washington dominata dai democratici.

Questa limitazione però deve ancora essere accettata dal Senato, dove è molto probabile che ci sia una dura battaglia. Se le camere non riusciranno a raggiungere un accordo – o anche nel caso questo accordo porti i suoi sostenitori a desistere dalla loro battaglia – la questione potrebbe far arenare l’intera legge sulla Sanità. 

Il voto della Camera e il ruolo centrale giocato da una delle maggiori confessioni religiose del Paese hanno lasciato interdetti i gruppi pro-aborto che avevano lavorato duramente per far eleggere Obama e per far aumentare la maggioranza Democratica al Congresso. Gli attivisti della sinistra pensavano che le cosiddette “social issues” sarebbero rimaste in secondo piano rispetto alle preoccupazioni economiche.

Il grande successo dei vescovi è servito a ricordare che la strategia dei Democrats  portata avanti nelle ultime due elezioni – cioè quella di ingaggiare candidati più conservatori per occupare seggi al Senato e alla Camera – potrebbe aver portato conseguenze sgradite nella politica dei liberali che formano la base storica del partito. Circa 40 democratici si oppongono infatti al diritto di abortire.

I vescovi hanno una lunga storia di attivismo politico. Nella corsa presidenziale del 2004, alcuni di loro affermarono che avrebbero rifiutato di dare la comunione al candidato John Kerry, un cattolico che ha favorito il diritto all’aborto. Nel 2005, la conferenza dei vescovi sostenne gli sforzi dell’allora presidente George W. Bush e dei legislatori repubblicani d’intervenire nel caso del diritto a morire di Terry Schiavo. Ma molto di rado la chiesa si è gettata nella mischia con una forza così decisiva.

“I vescovi cattolici sono arrivati all’ultimo momento e hanno segnato una linea nella sabbia”, dice Laurie Rubiner, vicepresidente per la politica pubblica del diritto all’aborto del gruppo di sostegno  Planned Parenthood. “E’ molto difficile competere con questo fatto”, aggiunge Rubiner.

I leader democratici speravano che un compromesso più serrato sul divieto di usare fondi federali per gli aborti avrebbe avuto la maggiore sui legislatori antiabortisti, il cui sostegno è stato vitale per l’approvazione della legge alla Camera. Quando nelle ultime ore i vescovi hanno fatto sapere chiaramente che non avrebbero mai accettato un compromesso e che si sarebbero opposti all’intero provvedimento se fosse stato adottato quell’accordo – come spiega il democratico Mike Coyle, rappresentante alla Camera del Pennsylvania che ha partecipato ai negoziati – altri Democrats hanno cominciato a interessarsi alla questione.

“Loro pretendono rispetto perché hanno una buona esperienza nella giustizia sociale”, dichiara Doyle, un cattolico, che spesso parla di questo tema con il suo vescovo locale. “In realtà, volevano che passasse la legge. Ecco perché avevano voce in capitolo. Altri gruppi che avevano opinioni simili sull’aborto, invece, non erano interessati nel far passare la riforma”.

La chiesa era anche d’accordo con i liberals sul fatto che gli immigrati illegali non dovevano essere esclusi dal partecipare allo scambio proposto sull’assicurazione sanitaria. E c’è anche un numero crescente di membri cattolici del Congresso che stanno da tutte e due le parti.

Lo scorso lunedì, funzionari della Conferenza americana di vescovi cattolici hanno sostenuto che la loro intenzione era quella di mantenere le limitazioni già esistenti nel finanziamento federale degli aborti, non  quella di aumentarle. Si sono rifiutati inoltre di fornire delle specifiche delle loro attività di lobbying. Richard Doerflinger,  il direttore associato del segretariato di attività pro-life del gruppo, ha affermato che la conferenza è iniziata parlando proprio ai senatori chiave.

Almeno quattro rappresentati del gruppo hanno lavorato nella Camera sia venerdì che sabato, incontrandosi in riunioni private con alcuni legislatori e con la stessa Speaker Nancy Pelosi.

Il gruppo ha distribuito ai preti di tutto il Paese alcuni argomenti di conversazione e ha stampato locandine per le chiese con su scritto: “La riforma della salute serve a salvare vite, non a distruggerle”. Una preghiera che appoggia la revisione del sistema sanitario e che include la frase “alzeremo le nostre voci per proteggere i non nati” è circolata nelle chiese.

Tony Perkins, capo del Family Research Council, un gruppo evangelista che tendenzialmente sta dalla parte dei Repubblicani, ha sostenuto che il voto di sabato scorso è stata una delle più importanti vittorie per gli oppositori all’aborto dalla decisione della Corte Suprema del 1973 – in cui venne legalizzata l’interruzione delle gravidanze – proprio perché questo risultato è stato raggiunto sotto la leadership dei Democratici.

“C’è stato un mutamento quando i Repubblicani hanno perso il controllo del Congresso, ma il cambio ideologico non è stato così grande come quello ‘partigiano’ ”, ha concluso Perkins.

Tratto da The Wall Street Journal

Traduzione di Fabrizia B. Maggi

 

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