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L'ambiguità del presidente

Gli americani si fidano meno di Obama e gli alleati degli Usa sospettano di lui

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La strategia del dialogo non funziona più. Aumentano i malumori degli americani, e non solo. Proprio nelle settimane in cui la Casa Bianca lavora ad importanti riforme nel sistema sanitario nazionale, la popolarità del presidente Barack Obama accusa una pesante battuta d’arresto. Per la prima volta, infatti, il sostegno popolare nei confronti del leader è sceso sotto il 50 per cento.

Per l’inquilino della Casa Bianca la strada si fa ancor più in salita, dal momento che gli americani sembrano sempre più scettici anche sulle altre grandi riforme in cantiere. L'approvazione del programma economico è scesa dal 56 al 52 per cento in un mese, la fiducia che il piano di governo ripari l'economia è scesa dal 64 per cento di marzo al 56 per cento odierno, e l'idea che la politica di Obama avrà come effetto principale l'aumento del deficit è salita di 11 punti percentuali da marzo.

Lo scivolone nei consensi rischia di incrinare anche la politica estera del presidente americano, basata, manco a dirlo, sulla diplomazia e il dialogo. Perché i partner degli Usa, già diffidenti nei confronti delle scelte obamiane, non guardano certo di buon occhio ai musi lunghi degli americani. E finora il dialogo proposto da Obama ai nemici dell'America ha trovato pochi consensi.

In questi giorni, l’emissario Usa per l’Asia e il Pacifico, Kurt Campbell, sta lavorando con il referente per il dossier sul nucleare della Corea del Sud, Wi Sung-Jac, per elaborare una strategia che costringa la Corea del Nord ad abbandonare il programma nucleare. Una correzione di rotta rispetto alla politica del “passo dopo passo” adottata inizialmente e che ha portato solo alla ripresa degli esperimenti missilistici e atomici di Pyongyang e all’aumento della tensione tra le due Coree.

Non vanno molto meglio i colloqui con l’India e la Russia. Nei giorni passati il segretario di stato americano, Hillary Clinton, e il ministro indiano dell’ambiente, Jairam Ramesh, non sono riusciti a trovare un’intesa sul clima, con New Delhi che ha rifiutato una riduzione dell’emissione dei gas serra. Sul versante russo continua a esserci grande diffidenza nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca, in particolare da parte del premier Vladimir Putin. Nelle scorse settimane, Obama aveva aperto le porte a una “vera partnership” con il Cremlino, invocando un “dialogo degno del XXI secolo” e sottoscrivendo poi uno storico accordo con il presidente Dmitri Medveded sulla riduzione degli arsenali atomici.

Una mossa che però ha provocato malcontenti in Ucraina e che ha costretto gli Usa a ricorrere ancora una volta alla dialettica: “Il riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia non avverrà a danno dell’Ucraina”, ha assicurato il vicepresidente Joe Biden in visita a Kiev pochi giorni fa. Parole che non devono aver incontrato il gradimento di Mosca e che, probabilmente, costringeranno Obama e i suoi a percorrere nuovamente la strada della mediazione.

Ancor più ingarbugliata la situazione in Medioriente, dove il volto amico di Obama sta provocando forti scossoni. In Iran, l’ormai celebre “mano tesa” del presidente Usa ha spianato la strada al trionfo elettorale di Ahmadinejad e al rafforzamento del blocco oltranzista. In Afghanistan la situazione è pasante, con i talebani scacciati dall'Helmand che riconquistano terreno. L'Iraq resta una incognita. Anche i rapporti tra Usa e Israele si sono raffreddati: perché a Gerusalemme non è piaciuta l'apertura all'Iran, ma anche perché le richieste americane per la pace con i palestinesi sono irritanti e vengono respinte.

Gli alleati guardano con sospetto il presidente Usa, gli americani non si fidano più di lui. La strategia del dialogo perde pezzi di fronte al bivio delle decisioni. L’estate di Barack Obama si fa infuocata.

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