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America in rivolta

Gli “antifa” in salsa americana, una rivolta ideologica per rovesciare Trump

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Si fanno chiamare “antifa”, scimmiottando l’idioma italico. Ma, diciamolo senza perifrasi, sono solo dei comuni devastatori, che, semplicemente, hanno preso come pretesto la morte del povero George Floyd, per liberare quella delinquenza che ora sta creando “Unrest”, disordine e confusione negli Stati Uniti, come se la pandemia da coronavirus non ne avesse creata già abbastanza. La violenza che è scoppiata nelle città americane nel fine settimana scorso va ben oltre la rabbia che ha come pretesto l’uccisione di Floyd, per mano di un poliziotto, mentre era in corso un controllo. Cosa c’entra la morte di Floyd, con la rivolta, che sembra richiamare le immagini del recente Jocker, sugli schermi cinematografici? Certo, la violenza, come ha raccontato il cinema americano – con Scorsese, in particolare – è all’origine della fondazione del paese, di New York. Ma in quest’occasione, c’è qualcosa di più, dell’odio di classe, dei bianchi contro i neri e dei neri contro i bianchi, del “clash” tra le tante minoranze. Ci sono le elezioni presidenziali di novembre, c’è lo scontro titanico e mondiale, Cina-Usa, con la Russia affacciata alla finestra; c’è il “virus cinese”, il tutto in un’assenza dell’Ue e di un nuovo ordine globale. Intanto i rivoltosi stanno incendiando i negozi e attaccando la polizia impunemente, mettendo a rischio l’ordine pubblico, con gli americani attoniti di fronte alla tv.

Mentre Trump è Trump e la franchezza è il suo profeta, per dirla mazzinaniamente, il quale, con i suoi tweet – citando, forse anche a sua insaputa, una frase di un ex capo della polizia di Miami, nel 1967 – rilancia scrivendo che ai disordini si risponderà con le armi dello Stato. Insomma, niente mezze misure per il presidente, il quale, se da un lato esprime tutta la sua vicinanza umana e personale alla famiglia di George, dall’altro definisce “terrorista” la dicitura “antifa”. E se il palcoscenico americano ora non offre altro che scene violente in oltre 30 città, tra le le peggiori degli ultimi decenni, con la polizia di Minneapolis alle corde, e un suo distretto in fiamme; i “cops” di Los Angeles aggrediti, oltre alle auto vandalizzate; una Milwaukee in cui un poliziotto di 38 anni è stato colpito e 16 edifici sventrati, e un proprietario di un negozio di Dallas che cercava di difendere la sua proprietà con un machete lapidato, picchiato e lasciato sanguinare per strada, l’alternativa non può che essere quella di far capire che lo Stato c’è. C’è come c’è nella risposta sanitaria al coronavirus, come negli attacchi commerciali della Cina, e nei tentativi russi di entrare in partita nelle presidenziali, con un ruolo tutto suo.

Ma è il mascheramento, la parola chiave di questo periodo americano e non solo. Mascherati i cittadini per il virus, con uno “smascheramento” richiesto da ben 12 funzionari della Casa Bianca, nell’amministrazione Obama, compreso Biden, lo sfidante di Trump alla Casa Bianca, per capire chi fosse l’interlocutore americano dei russi nel famigerato Russiagate (l’ex consigliere per la sicurezza di Trump, il generale Michael Flynn), con un nascondimento che ora continua con i fantomatici “antifa”, vestiti di nero e con la testa coperta, i quali spesso lasciano che gli altri si mettano in prima linea, mentre loro dirigono gli assalti alla polizia a distanza. È vero che molte proteste sono state pacifiche, ma i tumulti in tanti altri luoghi sono stati contrassegnati da un caos pianificato da parte di coloro che usano Floyd come scusa per esercitare ciò che sanno fare meglio, creare e diffondere criminalità. In mezzo a questa frantumazione sociale, la polizia, che, nella maggior parte delle città, ha mostrato una notevole disciplina. E se un’auto della polizia ha fatto irruzione nella folla che la circondava, a New York City, anche il sindaco Bill de Blasio ha notato che non sarebbe accaduto se i manifestanti non avessero minacciato (a proposito, la figlia del mayor della Grande mela è stata arrestata). Il rischio, tuttavia, è che, con l’escalation degli scontri, alcune forze dell’ordine perderanno la calma e che qualcuno verrà ucciso, producendo un altro ciclo di protesta e violenza. Un diallelo senza fine.

È questo ciò a cui aspirano, probabilmente, le frange più eversive, con lo scopo di minare l’autorità del presidente, costretto, per un’ora, a rifugiarsi in un bunker. Il governatore Tim Walz ha incolpato gli agitatori esterni al Minnesota, inclusi suprematisti bianchi e cartelli della droga, per aver alimentato la violenza. Ma non ha fornito prove. Mentre il procuratore generale Bill Barr sabato ha sottolineato come la responsabilità degli scontri sia da rivolgere agli «estremisti anarchici e di estrema sinistra, che usano tattiche simili ai movimenti partigiani, molti dei quali arrivano da fuori dello Stato per fomentare la violenza». Il tutto, inquadrato in un mainstream culturale che Trump conosce bene, una sfida particolare in cui l’establishment liberal che gestisce gran parte di queste città e stati si è assegnato il ruolo, “progressista”, nell’appoggiare, più o meno apertamente, i rivoltosi. I sindaci di Atlanta e Denver sono stati un’eccezione nel distinguere tra protesta pacifica e distruzione violenta. Ma altri hanno incoraggiato il risentimento contro la polizia e i cosiddetti pubblici ministeri della giustizia sociale sono saliti al potere in città come Filadelfia, San Francisco e St. Louis. Ora vedremo se proteggeranno i quartieri che sostengono di rappresentare contro i mob violenti. Chiudiamo ricordando che tre paesi dispotici come Cina, Turchia e Iran gongolino, anche attraverso dei tweet, della situazione americana, spargendo veleno verso la migliore democrazia del mondo, aggiungendo una riflessione di Paulo Freire, quando faceva notare che gli oppressi, all’inizio di una rivoluzione, diventano gli oppressori.

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