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Gli effetti collaterali dei carburanti ecologici

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Da tempo queste colonne registrano la perdurante crescita dei prezzi di prodotti agricoli. Il fenomeno, d’altro canto, è fotografato in varia maniera da numerosi studi e analisi in materia di prezzi al consumo, che il più delle volte si limitano a fornirne una misura puramente statistica. Le cifre e i fatti da soli sarebbero dunque pressoché inutili, se non si provasse quantomeno a individuarne le trame profonde.

E’ quanto fa una recente analisi dell’IFO di Monaco, uno tra gli istituti di ricerca economica più autorevoli d’Europa. Il direttore dell’IFO, Hans-Werner Sinn, ha infatti individuato una precisa correlazione tra l’aumento nei prezzi di prodotti agricoli, e la produzione di “carburanti ecologici alternativi” dall’altro lato.

La tesi dello studio, che riprende argomenti in fase di diffusione negli USA, è di quelle forti: i carburanti ecologici alternativi sono un’arma a doppio taglio. Nel senso che molti Stati, nella speranza di emanciparsi progressivamente dal cartello petrolifero mondiale, si sono tuffati nel “bio-fuel”,  sussidiandone i produttori.

L’effetto immediato è che, su un versante, molti agricoltori preferiscono vendere grano e barbabietole ai produttori di carburante, anziché agli acquirenti tradizionali. Sull’altro versante, poi, si contano in misura crescente le conversioni di terreni originariamente destinati a colture agricole tradizionali verso terreni da “bio-fuel”.

Come tutto risultato, l’offerta di prodotta di prodotti agricoli si è fatta di colpo scarsa, con una corrispondente impennata dei prezzi. Per non parlare delle conseguenze simboliche, come quella che all’inizio di quest’anno è stata ribattezzata dagli analisti “tortilla crisis”, crisi delle tortillas, ed ha colpito una celebre specialità culinaria messicana. Le tortillas sono infatti a base di mais, che è quasi tutto importato dagli USA. Ma il prezzo, a causa della minore produzione statunitense, è schizzato alle stelle, ed è dovuto addirittura intervenire direttamente il governo messicano per sbloccare la situazione.

Un male necessario? No, se è vero – come è vero – che l’umanità ha sempre risolto  situazioni di questo tipo tramite il progresso tecnico, come ricorda il neoconservatore americano David Frum da una colonna de Il Foglio.

Almeno nel caso dei carburanti ecologici alternativi, i fatti sembrerebbero dargli ragione, dato che è già tecnicamente possibile produrre carburante alternativo senza bisogno di convertire intere distese di campi e alterare gli equilibri nei prezzi alimentari. Lo si può fare elaborando rifiuti (non solo organici), ricavandone carburante, ed evitando al contempo il rilascio di gas nocivi nell’atmosfera.

La procedura è più complessa, e i costi di avvio sono particolarmente massicci. Queste colonne sanno però per certo che progetti di questo tipo stanno nascendo anche a casa nostra. E’ il caso della bresciana VuZeta, un esempio di genio imprenditoriale “fatto in casa” coniugato con capitali privati e appoggio delle istituzioni (soprattutto della Regione Lombardia).

L’idea, a raccontarla così, pare presa di peso da un film della Disney: una macchina delle meraviglie, che mangia rifiuti – dato più interessante: anche rifiuti inorganici - e ne cava carburante. Staremo a vedere. Per il momento, speriamo nella macchina delle meraviglie.

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