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Gli F4 e l’epopea dell’eroismo “normale”

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Per le giovani generazioni fumetto vuol dire X-Men, Spawn, Sin City, Watchmen, i personaggi dei Manga giapponesi, ma per coloro che nel lontano 1978 mettevano i loro occhi per la prima volta sopra gli albi della Marvel che la Editoriale Corno si apprestava a riproporre dopo la fugace apparizione del 1971, Supereroi ha da sempre voluto dire, prima di tutto e tutti, I Fantastici Quattro.

E in questi giorni, al termine di una primavera fumettara come non mai, Reed Richards “Mister Fantastic”, Susan Storm “La Donna Invisibile”, Johnny Storm “La Torcia Umana” e Ben Grimm “La Cosa”, ritornano in grande stile nelle sale cinematografiche, sempre per la regia di Tim Story, a due anni dal primo film che ha visto gli eroi per antonomasia della Marvel far storcere il naso ai critici ma sbancare comunque i botteghini italiani e di tutto il mondo, nonostante l’uscita pre-vacanziera.

Il cast dei personaggi principali resta quello del primo discusso film, Ioan Gruffudd, Jessica Alba, Chris Evans, Michael Chiklis, Doug Jones, Julian McMahon, Kerry Washington, Andre Braughter, ma nel sequel, attraverso il racconto della minaccia cosmica portata sulla terra dal misterioso Silver Surfer, araldo di Galactus il Distruttore dei Mondi, quel “sense of wonder” per cui la serie a fumetti ha segnato l’immaginario di generazioni su generazioni arriva finalmente allo spettatore.

I pregevoli effetti speciali riescono a far dimenticare all’appassionato le inevitabili forzature della riproduzione cinematografica ed una recitazione francamente mediocre che non impedisce comunque al film di far rivivere per lunghi tratti il fumetto, come nelle scene della cattura di Silver Surfer o nelle operazioni di salvataggio della popolazione dal crollo della Grande Ruota di Londra, destinata a schiantarsi nel Tamigi.

Esserci riusciti non è poco. F4 ha infatti accompagnato la generazione dei trenta-quarantenni di oggi molto più di quanto sia dato pensare. Senza di loro molto della cultura di massa condivisa che conosciamo non sarebbe esistito. Serie come Star Trek o Spazio 1999, devono loro molto, ancora oggi a distanza di più di quarantacinque anni. Personaggi come il Darth Vader di George Lucas, che hanno fatto la storia del cinema, senza Supervillains come il Dottor Doom, non sarebbero mai esistiti, lo stesso Silver Surfer, sconosciuto ai più in Italia, furoreggiava nelle giovani generazioni psichedeliche degli States anni ’70 al punto da meritarsi fotogrammi nel video del Live in Hollywood dei Doors di Jim Morrison; insomma il debito letterario e di costume nei confronti di una serie chiave per l’estetica popolare com’è stata I Fantastici Quattro, è veramente difficile da delimitare.

F4 buca l’immaginario collettivo da subito perché in quelle tavole dalla dubbia prospettiva e dalle mai impeccabili proporzioni, i quattro eroi sono i primi del mondo fantasy a fare squadra, ad accompagnare al cammino nel mondo del fantastico attraverso la loro “normalità”. Sono per l’appunto persone normali, che conducono vite normali, hanno grandi poteri ma anche grandi problemi, sono eroi che indossano una comoda tuta elastica, non proprio una calzamaglia all’ultimo grido. Il senso del loro successo va cercato nell’esaltazione del valore della famiglia, quella stravagante di due fratelli e due amici che si ritrovano attorno a Papà Mister Fantastic, nella rappresentazione della rivendicazione dei diritti della donna, con gli scandali di Sue Storm (attrazioni fatali, aborto, espressione libera della propria femminilità, ma anche leadership), nell’aperto confrontarsi e “scottarsi” con le ansie e i giovanilismi, l’avventatezza dei Johnny Storm di tutto il mondo che anticipa la deriva sessantottina, nella rivoluzione letteraria del personaggio di Ben Grimm – La Cosa - messo lì a trasformare e per sempre la figura del “mostro”, sino ad allora legato al sentimento dell’orrore e a figure tragiche alla “The Elephant Man”.

La prima redazione del Marvel Comics Group era uno stanzino in uno dei tanti piani del 655 di Madison Avenue, New York, presso la sede della Canam Publishers poi Cadence Industries di Martin Goodman, il quale credendo nella ripresa del mercato fumettistico dopo il crollo degli anni ’50 si affidò al genio visionario dello sconosciuto Stan Lieberman, in arte Stan Lee, alla matita di Jack Kurtzberg, ovvero Jack “The King” Kirby, già salito all’attenzione degli addetti ai lavori giovanissimo per la sue collaborazioni con gli studi di animazione di Max Fleischer per la realizzazione di chicche come Betty Boop e Braccio di Ferro. Lee ha più volte raccontato la magia di quegli anni “Noi stavamo semplicemente lavorando; non ci siamo accorti di nulla. Ci sembrava tutto così assurdo”.

Quella magia si diffuse in Italia sulle pagine degli albi formato “Gigante” della casa editrice milanese, affacciandosi per la prima volta nella nostra società un nuovo olimpo eroistico proveniente da una cultura, tutta da scoprire, in un epoca in cui le tensioni sociali non si erano ancora risolte nella piena emancipazione economica, nella libertà di muoversi, di viaggiare che scoprimmo solamente negli ottanta. E furono senz’altro I Fantastici Quattro, con il loro inaspettato successo di vendite, ad aprire le porte del Comic World e della cultura popolare americana alla grande massa del pubblico dei fumetti. Per le giovani generazioni di allora Manhattan era Manhattan perché lì c’era il Baxter Building dei Fantastici Quattro, in quegli anni proiettati anche sul piccolo schermo di Supergulp – Fumetti in TV.

La libertà e la democrazia per quelle giovani generazioni era qualcosa che si poteva comprendere solo se eri nella scia della Torcia Umana. Il giovane Tim Story ci regala ancora 92 minuti in quella scia.

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