Formidabili quei cantanti

Gli hippies, la contestazione, il sesso e soprattutto Azzurro

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Si pensi al Sessantotto (maiuscolo, of course) e subito viene in mente il maggio francese, la primavera di Praga, ma magari anche i gol di Gigi Riva e Pietro Anastasi in quegli Europei di calcio vinti, dopo tanti digiuni di trofei internazionali, dagli azzurri.

In aggiunta, un’estate che gli annali ricordano meteorologicamente più calda dell’autunno che verrà da lì a poco. Eppure, in quell’anno lì, dopo il quale praticamente nulla resta più come prima, c’è stato anche altro. In quello Stivale dove il mito del “boom” sarà spazzato da disagio giovanile e lotte operaie, è ancora la musica a far da padrone. Basti elencare alcuni titoli che in quei 12 mesi si contendono la top ten delle classifiche: “La bambola”, “Casa bianca”, “Deborah”, “Un uomo piange solo per amore”, “Gli occhi miei”, “Mi va di cantare”. E poi le due hit di quell’estate: “Luglio” e “Ho scritto t’amo sulla sabbia”, destinate a diventare dei tormentoni da juke-box. Ma in quei tempi in cui il pop è definito “musica leggera” e le canzoni di successo che vincono il “Festivalbar” - piuttosto che il “Cantagiro” o “Il disco per l’estate” - sono con orrore classificate come “canzoni balneari”, arriva un terzo incomodo: “Azzurro”, cantata da Adriano Celentano e scritta da Paolo Conte. E la musica in Italia non è più la stessa.

Genesi e conseguenze di “Azzurro” (con le sue note a metà tra una marcetta dai toni retrò e i suoni da banda di paese) sono raccontate, come in un saggio storico-sociologico, da Fabio Canessa in Azzurro — Conte, Celentano un pomeriggio...”. L’autore scrive di quanto grande è stata la forza di una canzone nel modellare la cultura nostrana, sia bassa che alta, fotografando allo stesso tempo un momento particolare della nostra società. Il testo si divide in diverse sezioni, dove spicca la minibiografia del “Molleggiato” con tanto di storielle spesso inedite.

Piace l’esame antropologico di un testo che oggi, per tanti aspetti, non si potrebbe più scrivere allo stesso modo. Quarant’anni fa, della «lei che partiva per le spiagge» con i genitori, non si sapeva più nulla da giugno a settembre, inclusa la fuitina dietro l’angolo. Oggi, in tempi di Facebook, sms e navigatori satellitari, restare comunque in contatto è norma e ora quelle vecchie “piccole libertà” se ne sono andate col “treno dei desideri”.

Fabio Canessa, Azzurro - Conte, Celentano un pomeriggio..., Edizioni Donzelli canzoni, pagine 116, euro 16
 

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