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Gli industriali vogliono meno salotti politici

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La “campagna elettorale” per il nuovo presidente di Confindustria si sta scaldando. L’altro giorno Vittorio Merloni, esponente di spicco dell’area liberal di Confindustria, ha spezzato una lancia per Emma Marcegaglia. Una dichiarazione assolutamente spontanea.
Senza secondi fini, fatta nel momento in cui la Marcegaglia entrava nel consiglio d’amministrazione di Indesit.

Dalla sua Andrea Moltrasio, altro vicepresidente in carica, si dà un grande da fare saltando da questa a quella assemblea di industriali. Moltrasio, imprenditore non di prima fascia, bergamasco molto appoggiato dall’unione industriale della sua città, è il candidato scelto da Luca Cordero di Montezemolo innanzi tutto per tenere insieme i sostenitori della sua presidenza (sempre meno) e, in parte, per rendere più difficile la candidatura di Alberto Bombassei, imprenditore di ben altra caratura, anche lui begamasco. Nella diffidenza montezemoliana verso Bombassei c’è anche un riflesso delle preoccupazioni dell’attuale presidente di Confindustria verso le mosse di Sergio Marchionne, ormai incontrastato punto di riferimento del mondo Fiat e grande sostenitore di Bombassei.

Marchionne, tra l’altro, condivide ben poco lo stile dell’attuale Confindustria, fatto tutto di dichiarazioni magniloquenti, anche se è grato (come tutta la famiglia Agnelli) a Montezemolo per avere portato a casa duemila prepensionamenti, onerosi per lo Stato ma preziosi per le casse del Lingotto. A un uomo di affari molto “americano” come Marchionne l’idea di un’associazione di industriali che diventa salotto di potere non piace proprio. L’amministatore delegato della società torinese vuole che tutti tornino al proprio core business, esattamente come è successo con la Fiat sempre più produttrice di automobili e sempre meno circolo chiuso di potere. Se la Confindustria deve esistere, si occupi delle questioni che la riguardano strettamente (lobbismo, contratti e così via). Va in giro dicendo.

Se si esaminano con attenzione le dichiarazioni di Bombassei di queste ultime settimane (particolarmente copiose anche perché è uscito di scena, un po’ per problemi aziendali un po’ perché azzoppato politicamente, un formidabile dichiaratore come Andrea Pinifarina) si nota la presenza di un filo che le collega tutte. Il patròn della Brembo interviene su moltissimi argomenti: dalla trattiva triangolare governo-sindacati- Confindustria, al contratto con il pubblico impiego, alle invasioni della politica nelle vita delle imprese (verdi caso Telecom), alla nuova legge sull’immigrazione. Ma cerca sempre di tenere rigorosamente il tono del sindacalista d’impresa. Quando il giornalista gli chiede che cosa ne pensa della nuova legge sull’immigrazione  lui dichiara di apprezzarne alcuni elementi, quelli legati al più semplice reclutamento di quadri qualificati e quelli che (grazie al meccanismo dello sponsoraggio) rendono più efficiente il rapporto tra esigenze delle imprese e immigrazione. Però quando gli viene richiesto un parere sulle conseguenze per l’ordine pubblico di questa legge, lui risponde senza esitazione che questo non è un aspetto su cui tocchi a Confindustria esprimersi.

Maliziosi osservatori rilevano che in alcune frasi di Bombassei sulla licenziabilità dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato (naturalmente previa approvazione di ammortizzatori sociali consistenti), apparse varie volte in questi ultimi tempi, e subito stigmatizzate “a sinistra” dal Riformista a Liberazione, c’è anche l’obiettivo di trovare un ponte con l’area damatiana, oggi sommersa ma influente.

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