Home News Gli italiani non si tirano indietro quando c’è da battersi contro i talebani

Reportage dall'Afghanistan

Gli italiani non si tirano indietro quando c’è da battersi contro i talebani

7
9

Sono passati tre anni dall’ultimo volta che eravamo stati a Herat. Allora la situazione era nel complesso tranquilla. I talebani avevano da poco ricominciato a mettere piede nelle loro storiche roccaforti del sud del Paese. L’ovest restava una sostanziale oasi di tranquillità. Certo, c’era il problema dei contrabbandieri e dei trafficanti, ma niente di paragonabile alla situazione di oggi.  

Che le cose siano cambiate lo avverti già dai discorsi dei nostri militari sul C-130 che dalla base militare di Al Dafra, negli Emirati, ci porta direttamente ad Herat. I ragazzi tornano in missione dopo la licenza e percepisci subito che la tensione c’è. Parlano i loro occhi. Ci sono gli alpini della Julia, che adesso ha il comando della regione ovest, i bersaglieri e i barbuti uomini invisibili della Task Force 45. La nostra unità semi-segreta composta dagli incursori del Comsubin e dalle forze speciali dell’Esercito, i parà del Col Moschin e i Rangers Alpini, che opera nel settore di Farah: quello più caldo della regione ovest. Laggiù la presenza dei talebani è forte.

Quelle che all’inizio erano solo percezioni si trasformano ben presto in realtà al nostro arrivo a Camp Arena (sede del comando ovest presso l’aeroporto di Herat). Due giorni prima, a pochi metri dalla base, un kamikaze si era lanciato contro un veicolo americano. Per fortuna solo pochi feriti. Quella dei kamikaze è la minaccia che più preoccupa il nostro comando. Molto spesso si tratta di attentatori che giungono direttamente dal Pakistan. Difficile che siano gli afgani a falsi saltare in aria. Del resto è ben nota la storica avversione della cultura locale nei confronti del suicidio. Se sono afgani, si tratta di persone drogate o con problemi mentali oppure in qualche modo costretti al martirio.

Una cellula suicida è composta dall’attentatore più tre o quattro elementi locali di appoggio. Una volta preparata la vettura, questa inizia ad andare in giro finchè non individua un bersaglio su cui potersi lanciare. Lungo la strada che da Camp Arena porta al centro di Herat, la famigerata Ring Road, sono stati compiuti negli ultimi due anni diversi attentati. E solo la prontezza dei conduttori e la protezione dei mezzi ha permesso di evitare bilanci più tragici. L’ultima autobomba che ha colpito i militari italiani è stata quella del 18 ottobre scorso. Sempre sulla Ring Road, sempre con la stessa tecnica: la macchina, ferma sul ciglio della strada, si lancia contro un convoglio di passaggio. Anche in questo caso abilità del conduttore e protezione hanno impedito che fosse strage. Ma a volte è capitato anche che l’attentatore suicida fosse a piedi e che indossasse la classica cintura esplosiva o un più artigianale contenitore di esplosivo liquido.

E certo, percorrere la Ring Road fino al centro di Herat non è la cosa più piacevole del mondo. Ma il PRT italiano – il team civile/militare che porta avanti numerosi progetti di ricostruzione nell’area – è proprio in centro e alternative alla “Ring” non ce ne sono. Quando visitiamo il PRT, dunque, tocca anche a noi fare da bersaglio. L’aria che tira si capisce dal volto dei ragazzi del San Marco che ci fanno da scorta e che guidano i mezzi. Un mix di tensione ed attenzione che, immediatamente, ci contagia. Per fortuna va tutto bene. La sera, al rientro alla base, si tira un sospiro di sollievo e capiamo meglio la vita di questi ragazzi che, la Ring Road, la devono percorrere tutti i giorni.

Ma la minaccia non sono solo i kamikaze. Ci sono i razzi – che ogni tanto cadono nel perimetro di Camp Arena – per fortuna senza far danni visto che si tratta di vecchie Katiuscia riadattate e mai davvero precise, ma ci sono anche gli ordigni rudimentali piazzati sulle strade e, più in generale, una guerriglia che ultimamente sembra piuttosto attiva in tutta l’area. Il generale Serra, comandante della Julia e della regione ovest, quando ci accoglie nel suo ufficio è piuttosto chiaro. Una chiarezza, mista a sobrietà, tutta alpina: “Il nostro è un approccio comprensivo ma quando c’è da usare la forza lo facciamo con la necessaria determinazione”.

E’ capitato più volte da quando la Julia è ad Herat. Come il 19 ottobre scorso, quando  gli alpini della compagnia “Potente” si sono aperti la strada per la base avanzata di Bala Murghab con la forza. Gli alpini dovevano dare il cambio ai compagni dei bersaglieri impegnati da 50 giorni nel presidio della base. Gli “insorgenti” avevano pensato bene di impedire la cosa creando lungo l’itinerario uno sbarramento fatto di trappole esplosive e postazioni interrate dalle quali partivano gragnuole di RPG e armi automatiche. I nostri hanno risposto colpo su colpo ed alla fine si sono aperti la strada per Bala Murghab.

In casi come questo è fondamentale l’appoggio dal cielo fornito dai nostri elicotteri d’attacco Mangusta. Gli elicotteri – anch’essi di stanza presso l’aeroporto di Herat con la JATF (Joint Air Task Force), assieme ai Chinoook, ai velivoli non pilotati Predator e agli aerei da trasporto tattico C-27J – hanno principalmente compiti di ricognizione e scorta, ma in emergenza possono intervenire a supporto delle truppe a terra. E lo hanno fatto diverse volte negli ultimi due mesi. L’ultima, è stata nella notte tra il 28 e 29 novembre. In quella occasione militari italiani e della coalizione sono intervenuti in soccorso a un convoglio di forze afgane attaccato da oltre 300 miliziani a soli 5 km da Bala Murghab. I Mangusta, accompagnati dalle cannoniere americane A-10, hanno permesso di neutralizzare i mezzi caduti nelle mani degli insorgenti e di coprire tutte le fasi di soccorso ed evacuazione medica dei soldati afgani feriti. Secondo il vicegovernatore della provincia di Baghdis, Abdul Ghani Sabri, sul campo sarebbero rimasti 13 soldati afgani e sette guerriglieri. Difficile però confermare le stime.

Così scorre la vita nella regione ovest dell’Afghanistan. Resta un grande punto interrogativo sulla natura di quelli che in tutti i briefing NATO vengono definiti “insorgenti”, “militanti” eccetera. I dubbi ce li toglie lo stesso generale Serra: “Per una regione come quella ovest l’equazione 'insorgenza uguale talebani' è molto più sfumata. Sarebbe più corretto parlare di un insieme di soggetti – signori della guerra, trafficanti o gruppi effettivamente legati ai talebani – che si oppongono a qualsiasi legge che non sia la loro”. La nostra percezione, corroborata anche da altre fonti, collima con le parole del generale Serra. Se in alcune aree della regione - come la provincia di Farah, il distretto di Shindand, estrema propaggine meridionale della provincia di Herat, o il distretto di Bala Murghab, nella provincia settentrionale di Baghdis – esiste un fenomeno che davvero può essere ricollegato ai talebani, anche perché le suddette sono tutte zone a forte presenza pashtun, nel resto della regione il quadro cambia e s’incontrano i soggetti più disparati. Trafficanti, semplici criminali, ras, in generale tutti elementi che non digeriscono il fatto che qualcuno controlli legittimamente al posto loro il territorio e ne danneggi i traffici e le attività. Nulla di nuovo, un classico della storia afgana.

Nella regione ovest ci sono del resto le due principali rotte del traffico di droga di tutto l’Afghanistan: quella che corre verso l’Iran, ad ovest, e quella verso il Turkmenistan, a nord. “La droga esce dall’Afghanistan lungo queste rotte e i proventi alimentano il commercio di armi”, spiega il generale Serra. Dunque, soldi e armi in abbondanza. Tutti, da queste parti, hanno la loro milizia, il loro piccolo esercito privato. Manovalanza che serve a taglieggiare, scortare i convogli di armi e droga, proteggere i campi di papaveri di oppio, eccetera. Prendiamo l’ex sindaco di Herat, Ghullam Yahya Akbari. Un ras locale che, dopo essere stato trombato dal presidente Karzai, si è messo a fargli la guerra. Si vanta di avere 20 basi nella provincia di Herat e ha annunciato la jihad contro Karzai e le forze ISAF. Ovviamente lo ha fatto davanti alle puntuali telecamere di Al Jaezira.

Per garantirsi un maggiore controllo di tutta l’area, negli ultimi mesi nel territorio sotto la responsabilità del comando ovest sono state create le due basi avanzate di Bala Murghab e Delaram, le cosiddette FOB (Forward Operating Base). La FOB di Bala Murghab è situata nell’omonimo distretto nella provincia di settentrionale di Baghdis. Siamo nei pressi del confine con il Turkmenistan. La zona è sensibile perché qui è presente un’enclave pashtun, in un’area a forte presenza belucha, e perché siamo al crocevia di una delle principali rotte dei traffici nella regione. E che la base dia noia a qualcuno lo dimostra il fatto che in questi mesi gli attacchi sono stati diversi.

Generalmente i guerriglieri prediligono la notte: sparano con armi automatiche ed RPG accompagnati da tiri di mortai, roba ex-sovietica da 82 mm. Ma è capitato anche di giorno. I nostri non si tirano indietro e rispondono. Delaram invece è nell’estremo sud della provincia di Farah. Da lì si controllano gli accessi alla regione ovest dai due bastioni talebani delle province meridionali di Helmand e Nimroz. Quest’ultima è un’area ancora del tutto fuori controllo e né ISAF né Enduring Freedom sono presenti in loco. Un bel problema che finisce inevitabilmente per ripercuotersi, appunto, anche sulla confinante provincia di Farah. Probabilmente le nuove brigate del surge afgano annunciato da Obama verranno dispiegate  proprio a Nimroz.

Per i nostri uomini il turno di servizio alle FOB dura 50 giorni. Un periodo lunghissimo fatto di stress, polvere e privazioni. Vissuto, fianco a fianco, con militari americani ed afgani. Il terreno è difficile. Qua si ha la sensazione di essere in prima linea. Per raggiungere via terra Bal Murghab da Herat occorrono due giorni. Per questa ragione i rifornimenti avvengono soprattutto via elicottero. Addirittura gli americani riforniscono i loro con lanci di paracadute. Molto meglio la situazione di Delaram, che può essere raggiunta via terra in “sole” sette/ore.

Questo è l’Afghanistan. Qualcuno ha detto che una volta che ci vai ci tornerai per sempre. Qualcun altro ha giurato di non tornarci mai più, divorato dal fascino di questo straordinario Paese. Qui sono tramontati i sogni imperiali di più nazioni. Gli sciuravì, i sovietici, ne uscirono con le ossa rotte. Oggi la NATO sembra destinata a seguire le stesse orme dell’Armata Rossa. Ma forse riuscirà a vincere. Noi i pozzi li costruiamo non li avveleniamo.

  •  
  •  

7 COMMENTS

  1. Chi vuole rispondere a delle semplici domande?
    Immaginate di entrare in una classe di ragazzini di 11-12 anni che hanno letto questo articolo. I bambini avranno capito che in una terra lontana che si chiama Afghanistan ci sono nostri militari a combattere una guerra. I ragazzini probabilmente sono rimasti colpiti in particolare dai vari nomi di armamenti che nell’articolo sono citati: mezzi C130, elicotteri Mangusta, Chinoook, velivoli non pilotati Predator, aerei C-27J, cannoniere americane A-10…mentre dall’altra parte il “nemico” quando è più equipaggiato lancia qualche razzo (“vecchie Katiuscia riadattate e mai davvero precise”), ma più spesso il suo modo di combattere è quello di farsi esplodere o a piedi o con un auto riempita di esplosivo contro i nostri militari. Un’altra cosa che, credo, abbia colpito in particolare l’attenzione (e lo stupore) del ragazzino che ha letto l’articolo è nel messaggio lanciato alla fine contenuto nelle frasi: “Oggi la NATO sembra destinata a seguire le stesse orme dell’Armata Rossa. Ma forse riuscirà a vincere”. Sono tante, credo, le domande che il ragazzino vorrebbe porre ad un adulto, magari a chi ha scritto l’articolo, per capirne qualcosa in più. Intanto vorrebbe sapere come mai si combatte questa guerra in questa terra lontana. Cosa hanno fatto gli abitanti di quella terra da diventare nostri nemici e da farci ritenere giusto di andare lì con i nostri soldati con tutte quelle armi di cui si è detto. E soprattutto vorrebbero capire che razza di modo di combattere è quello dei nostri nemici e cosa li spinge a sacrificare la propria vita pur di cercare di contrastarci in qualche modo. E infine: come mai c’è questa disparità abissale nell’equipaggiamento militare eppure non si vince subito e facilmente la guerra, ma dura già da diversi anni e solo “forse” si vincerà…Io lo confesso avrei grosse difficoltà a rispondere a domande del genere e non credo basterebbe rispondere con affermazioni un po’ categoriche e un po’ generiche tipo “Somo dei terroristi!” perchè a quel punto il ragazzino potrebbe chiederti cosa rende un uomo un terrorista (e particolarmente un “terrorista suicida”), cosa lo distingue da un soldato, come si può efficacemente combattere il terrorismo e vincerlo e perchè si continua a combatterlo con i soldati nonostante il fatto che gli eserciti hanno sempre perso lì e oggi ancora si è tutt’altro che sicuri di vincere…Chi vuole partecipare al gioco e vuol provare a rispondere alle domande dei ragazzini?

  2. Task Force 45
    Task Force 45, quelli che durante il governo Prodi erano gli innominabili, uomini duri in prima linea che rischiano la vita più di ogni altro per portare avanti la loro missione, fantasmi per il governo.
    Che dire…, falsità ideologica?

  3. Allora facciamolo questo
    Allora facciamolo questo giochino. Il problema del ragazzino è appunto quello di non avere un professore che gli spieghi come, da qualche decennio, in quella terra lontana (ma anche altrove), si combatte una guerra per uscire da un eterno medioevo che opprime chi non ha la barba, la scimitarra in una mano e il corano nell’altra. Ma ci mancherebbe, si sa che i nostri programmi scolastici arrivano a malapena alla seconda guerra mondiale, figuriamoci a parlare della quarta.Per spiegare come mai i fanti atlantici sono in quelle terre lontane si potrebbe ricordare la storiella dell’ebreo-americano daniel pearl, sgozzato dai taliban proprio perché ebreo e americano, e misteriosamente scomparso dal democraticissimo youtube dove circolava la scena della sua immolazione in nome di Allah. Al ragazzino si potrebbe anche spiegare che i nostri nemici disprezzano la vita, hanno un culto della morte che paragonarlo al nazismo è fargli un complimento, ed è per questo che amano farsi saltare in aria trascinando con sé quanti più poveri cristi possibile. Ecco perché sono più pericolosi di una cluster bomb. D’altra parte ora le cluster le vieteranno ma i kamikaze no, c’è sempre qualcuno disposto a capirli e a giustificarli, poveretti, che quasi quasi sono costretti a farsi saltare in aria in mezzo a un mercato. Per cui l’insegnante che abbiamo detto non sarebe affatto categorico parlando di “terroristi”, anzi, potrebbe aiutare lo studente a rispondere alla domanda “cosa rende un uomo un terrorista suicida” semplicemente con una parola: la sua ideologia.

  4. Argomenti al vento, però servono
    Ammiro la pazienza di Pincopallino nell’argomentare: ma voglio solo dirgli che in circolazione, dopo decine e decine d’anni – io sono vecchiotto – ci sono tanti “che Stalin era il padre amoroso del popolo, che l’URSS era lo splendente paradiso della giustizia dell’eguaglianza del benessere per tutti, che Cuba era (lo è tuttora!) l’isola della felicità e del riscatto della dignità del popolo, che la DDR era il paese dell’operosità dell’onestà e degli stupefacenti risultati”. Con maturo realismo peraltro costoro sui miracoli di Cristo accennavano appena ad un sorriso – va da sé – di sopportazione e commiserazione (sul potere taumaturgico di Mao e del libretto rosso una affascinata attenzione ed un entusiasmo aperto alla speranza e alla fede). In circolazione ce ne sono tanti, siamo sulla barca con loro, ed influiscono anche sul nostro futuro e su quello dei nostri figli.

  5. Sarà soddisfatto il ragazzino delle risposte avute?
    Forse no.
    L’adulto Vanni alle sue domande gli risponde parlando di Stalin, della DDR, di Cuba, di Mao, ma, potrebbe domandare il ragazzino, perchè cosa c’entrano? . “C’entrano, eccome! – gli potrebbe spiegare forse il suo maestro – perchè sai se metti in dubbio la giustezza delle guerre che facciamo o se, addirittura, parli di pace oggi in Italia, non puoi che essere di sinistra, anzi peggio: sei comunista! E dunque devi necessariamente essere anche un fan di Stalin e di Mao. E bada che se anche dici di non essere comunista e che non te ne frega un tubo di Mao (anzi…) non serve a nulla: hai messo in dubbio la guerra?? Allora sei comunista e basta per cui non meriti alcuna risposta nel merito.
    L’adulto Pincopallino, invece, pur non rispondendo a quasi tutte le domande, entra un po’ più nel merito e dice che in quella terra lontana vi è una sorta di “medioevo” in cui c’è chi opprime l’altro che non ha la barba (ma davvero fanno tutti così???), si usano ancora le scimitarre (ma non si era parlato che loro usano razzi e mitragliatrici??? No! E’ medioevo e ci devono stare anche le scimitarre!) e noi invece che siamo uomini progrediti del XXI secolo è giusto quindi che andiamo a combattere quel medioevo con i nostri “fanti atlantici” con quelle splendide e supertecnologiche armi citate nell’articolo!!
    E poi loro, oltre che vivere in una una sorta di medioevo (ma, in fondo, poi a noi che problema ci crea il loro medioevo, ammesso che lo sia?? pensa intanto qualche ragazzino…), hanno come ideologia (“in nome di Allah”) il culto della morte e amano farsi saltare in aria…
    Intanto un ragazzino si ricorda ciò che ha detto una volta la maestra di religione che ha parlato dell’islamismo dicendo che è una religione per certi versi simile alla nostra (monoteista, culto della vita post-terrena, ecc.) ma per delle altre molto diversa, complessa e difficile da capire per noi, in ogni caso non è vero che hanno il culto della morte ma ciò avviene solo in alcune frange più fanatiche. Verificherò meglio questa cosa dell’islamismo, comunque – pensa tra sè e sè il ragazzino – a me questi kamikaze non piacciono proprio, ma non mi piacciono neanche i nostri soldati che usano lì le “cluster bomb” che fanno morire tanti ragazzini come me e, malgrado ciò, forse non la vincono neanche questa guerra…ma davvero noi che siamo così progrediti ed evoluti non possiamo fare altro e di meglio che questo….???

  6. Una risposta semplice alla domanda semplice di Algonaut
    Carissimo, ti faccio i complimenti per esserti fatto scudo di bambini di 11-12 anni mettendogli in bocca domande che in realtà saranno venute sicuramente nella sua testa.
    Visto che nell’ ultimo anno e mezzo ho passato 11 mesi in Afghanistan mi sento di poterti dare qualcuna delle risposte che lei chiede…
    Prima di tutto vorrei dire che l’attività principale del nostro esercito in quella “terra lontana” è quello di distribuire aiuti umanitari, fornire assistenza sanitaria e ricostruire le infrastrutture a partire da quelle basiche di importanza vitale quali pozzi per l’acqua potabile, generatori, ponti e scuole…e posso assicurare che 25 giorni su 30 è questo il lavoro dei nostri militari.
    Purtroppo per la NATO, questo genere di attività ruba il consenso dei signori del narcotraffico che, vedendosi togliere la manodopera ed il sostegno della popolazione, spesso pensano bene di attaccare le truppe che muovono sul terreno.
    La tecnologia e l’enorme superiorità NATO in termini di armamento sono qualità volute e ricercate proprio per ottenere un effetto di deterrenza verso questi uomini che, per convincere i più ingenui, sfruttano l’ignoranza e la religione.
    Cosa li spinge a suicidarsi non è un innato spirito di ricerca della libertà (come lei vorebbe) ma è soltanto la convinzione, instillata nelle scuole coraniche sin dalla più tenera età, che il sacrificio votato all’uccisione dei cani infedeli (così ci chiamano) porti ad un enorme ricompensa nell’aldilà!
    In fine, per rispondere alla domanda sull’incerto esito della missione, vorrei dire questo: queste persone, che vengono chiamati insorti proprio perchè nessuno li considera nemici(solo lei), non vestono un uniforme e rifiutano uno scontro aperto che li vedrebbe inevitabilmente sconfitti. Essi vestono come le persone normali (quelle che ci vogliono bene e che non ci farebbero mai la guerra) si nascondo tra donne e bambini (proprio come lei quando riconduce le sue domande a quelle di bambini di 11-12 anni) e uccidono o feriscono i nostri uomini colpendoli alle spalle o con tattiche degne del peggiore dei vigliacchi.
    Lei dovrebbe ringraziare i nostri soldati che sono lì per sottrarre quei territori ai signori della guerra per riconsegnarli alla gente onesta. Questo è il vero motivo per cui siamo lì. Ristabilizzare l’Afghanistan significa sottrarre aree addestrative, basi logistiche e fonti di sostentamento (coltivazione di oppio) per l’acquisto di armi che poi vengono utilizzate da Al Quaeda per condurre la loro “guerra santa” contro noi cani infedeli.
    Invece di ringraziare i nostri soldati che le danno la possibilità di parlare liberamente nel suo paese (un “dissidente” come lei in Afghanistan verrebbe giustiziato immediatamente dai talebani) garantendo la sua sicurezza e quella dei suoi bambini, lei continui ad infangare con le sue insolenti domande l’onore e l’orgoglio degli italiani. Complimenti!

  7. Tutto è relativo…
    Ma come “chi vuole provare a rispondere alle domande dei ragazzini”?
    E chi vuole provare ad avere un marito, fidanzato, fratello, in quella terra lontana?
    Dai, facciamolo il giochino, vediamo quali sono i panni più scomodi!!

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here