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L'insuccesso di "Ci tocca anche Sgarbi"

Gli italiani vogliono la cultura in televisione, ma poi bocciano Sgarbi

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Questa nostra Italia è veramente una strana Nazione. Per anni abbiamo ascoltato ammorbanti litanie sulla nostra televisione, volgare e lasciva, bassa e viscerale, sottovuoto e trash, criticata da ogni dove per la sua propensione a ricercare il consenso e il facile plauso, vilipesa per la omologante stimolazione degli istinti più bassi, forsennatamente fustigata dagli esperti più disparati e dagli intellettuali più prestigiosi per aver trascinato gli italiani nella melma e nella palude dell’ignoranza. In tutte le occasioni pubbliche, come pure nella stessa Televisione, abbiamo assistito a scontri al limite della sfida con i padrini, tra politici, giornalisti ed intellettuali, per salvare la Cultura, sia essa la Casa dei Gladiatori di Pompei o una tra le più sperdute bellezze della Italia Nostra.

Attori e  cineasti italiani hanno sfilato nei festival e nelle piazze, protestando anche veementemente per il ripristino del Fus, fondi così indispensabili alla nostra identità. Musicisti e Maestri d’orchestra nelle occasioni più importanti si sono avvalsi del loro rango per ricordarci quanto la cultura sia importante per l’Umanità, decisiva per la crescita civica dei nostri concittadini; lo hanno fatto gridando alto e forte di essere ormai prossimi alla morte civile e al capolinea della nostra stessa ragion d’essere come popolo e Nazione. Vandali, il libro di Stella e Rizzo, sintetizza bene l'immagine di quello che, anche per merito di questa tv, siamo diventati noi italiani.

La sospensione del programma di Vittorio Sgarbi dopo la prima puntata sulla rete ammiraglia della Rai diventa un caso emblematico della schizofrenia tutta italiana.

Al netto di una decisione che risponde a logiche di impresa e va rispettata nella sua autonomia, a leggere i commenti al vetriolo e le dichiarazioni della serie "io l’avevo detto", "noi l’avevamo previsto", che hanno discettato acidamente sul linguaggio e sulla forma utilizzata, è tutto uno sparare sul pianista, un pontificare, che sa di assurda nemesi della cultura stessa.

Tutto si può dire del programma di Vittorio Sgarbi, meno che non trasudasse amore per la cultura, per il Bello. E anche che non si sforzasse di sollevare dubbi e riflessioni sul nostro futuro, oltre che attraversare trasversalmente decenni della storia italiana più recente da Longanesi a Pasolini, passando per Mario Soldati e Ceronetti, evocando momenti splendenti e fiammeggianti della nostra storia artistica con Raffaello, Michelangelo, Caravaggio e Piero della Francesca. E allora?

Ricordo un identico flop, come si dice in gergo televisivo, di una prima serata in Rai in cui fu trasmesso dalla Scala di Milano il Macbeth. Lo volle Enzo Siciliano e fu giudicato da tutti un lodevole ma infruttuoso tentativo di riportare la cultura alla portata del popolo italiano. Bene, in pochi anni siamo diventati incivili e maleducati, ignoranti e violenti, soprattutto tra coloro che dovrebbero rappresentare la parte più avanzata della nostra Italia: parlo di intellettuali, politici, giornalisti, addetti ai lavori.

Tutti sbagliamo e a volte, anche senza sbagliare, non siamo premiati per i nostri sforzi. Circostanze sfavorevoli possono mutare il corso di un evento e di un lavoro, però è semplicemente barbaro inveire e speculare sopra un insuccesso, anche perché il solo successo, e questo va sottolineato con forza ai sacerdoti del sinedrio, non può essere l’unico parametro del giudizio. Non è con la dissimulazione disonesta della verità per fini privati o politici che si favorisce la Cultura, anzi, si cade nella disgraziata condizione di scagliare pietre raccolte dalle macerie morali in cui vive, pensando invece di abitare nel giardino della Virtù. Così si dimostra soltanto di essere preda ormai del demonio che si dice di voler esorcizzare: la volgarità.

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