In vetta

Gli Sherpa, icona degli “invisibili” della Storia

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Tra le vette più alte del mondo, laddove la natura sembra dominare incontrastata, si erge la catena dell’Himalaya dove vive la popolazione sherpa, costituita di piccole comunità disseminate all’ombra delle montagne. Questo gruppo etnico nepalese, che ha sempre fatto della frugalità e del rapporto con la natura i suoi tratti distintivi, è oggi alla base dell’economia occidentale sull’Everest. Le compagnie che organizzano le spedizioni sulla sua cima, infatti, si servono degli sherpa sin dal 1922, dopo che la squadra guidata dall’alpinista George L. Mallory – prima a tentare il versante tibetano – raggiunse una quota fino ad allora mai conquistata e delegando a questi gli incarichi più pericolosi e fisicamente impegnativi di messa in sicurezza del percorso.

Da quando la vetta del continente asiatico è stata raggiunta nel 1953, gli occidentali non hanno mai smesso di tentare la scalata più celebre della storia e ogni anno sono moltissime le spedizioni che partono alla conquista del cielo. Gli sherpa – afflitti da una grave povertà che li costringe ad assecondare le isterie occidentali – sono così ingaggiati, per un misero stipendio, nell’organizzazione della scalata, nello spostamento dei carichi, nell’istallazione di scale di alluminio, nella predisposizione di corde e nel trasporto delle bombole, evitando la fatica agli alpinisti occidentali e riducendo al minimo il loro rischio di incidenti.

A questi “invisibili” della storia – che tanta parte hanno nel compimento dell’impresa ascensionale degli escursionisti – non viene fornito ossigeno poiché sarebbe troppo costoso acquistarlo e stoccarlo ad alta quota, non viene somministrata una profilassi con desametasone poiché questi tendono ad acclimatarsi rapidamente e non gli vengono prescritte medicine preventive poiché nei loro villaggi non vi sono abbastanza medici che possano ordinare il farmaco; non gli viene neanche garantita una costante e attendibile assistenza medica, a causa dei prezzi elevatissimi che le compagnie di salita non intendono pagare. La triste sorte degli sherpa è presto detta: trascorrendo molto tempo in vetta, sono soggetti alle avversità meteorologiche, ad edemi polmonari o celebrali, a cadute, valanghe o morte.

Scelti in base al loro talento, all’esperienza e alla conoscenza delle lingue straniere per interagire con i clienti delle spedizioni, lavorano da marzo a giugno, portandosi a casa dai 2000 agli 8000 mila dollari: una paga che non compensa nemmeno lontanamente i rischi che ogni giorno decine di guide sherpa si trovano ad affrontare e che ha dato vita – anche recentemente – a scioperi e manifestazioni contro il Governo nepalese, reo di incassare ingenti somme dalle spedizioni sull’Everest.

Difficilmente sentirete parlare dei rischi e delle difficoltà quotidiane che questa piccola comunità montana, abituata ad un contatto armonico con il paesaggio, si trova a dover affrontare. Sconvolta dall’arrivo degli occidentali e dalla brama di guadagno che ogni spedizione garantisce alle compagnie, assiste imponente all’approccio contrattualista delle nostre genti, che fa della mercificazione della bellezza, della sacralità e dell’inarrivabilità della Natura – nella sua più alta e nobile manifestazione – i suoi squallidi tratti fondanti. Ma la più grande tristezza, in tutto ciò, è che si è sostituita una sana ed etica volontà di superamento dei propri limiti con una smania materialista e incosciente di possesso, che banalizza il Creato e pretende di governarne le leggi. Se un tempo vi erano luoghi inaccessibili, chiusi nel loro impenetrabile silenzio e proibiti all’uomo, oggi niente è più lasciato incontaminato ed anche la vetta più alta del mondo si è ridotta ad una becera manifestazioni turistica, una Disneyland del commercio e del divertimento volta a garantire ai propri avventori il dominio sulla Natura ed il successo a qualunque prezzo. Anche quello più spregiudicato e affarista – come avviene nel caso degli sherpa – di sfruttamento, sofferenza e morte.

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