Gli storici con Quagliariello: fuori le carte dagli armadi, via il segreto sui misteri d’Italia

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Gli storici con Quagliariello: fuori le carte dagli armadi, via il segreto sui misteri d’Italia

09 Maggio 2016

9 maggio, giorno della memoria dedicato alle vittime delle stragi e del terrorismo.

Fuori le carte dagli armadi, via il segreto dagli archivi impolverati della nostra storia patria.

Dopo l’appello “contro gli arcana imperii” che Gaetano Quagliariello, come accademico ancor prima che come politico, ha rivolto al governo e al Parlamento affinché vengano rimosse le assurde classificazioni che rendono inaccessibili al pubblico e agli studiosi gli archivi della Commissione Mitrokhin e documenti potenzialmente illuminanti sulle stragi del 1980 (Ustica e Bologna), autorevoli storici hanno fatto sentire la propria voce.

Perché dopo quasi mezzo secolo e astruse ricostruzioni propalate in ogni dove, non c’è ragione che tenga di fronte alla necessità di giungere a una verità oggettiva su eventi che hanno insanguinato il nostro Paese. Perché un Paese che ha paura della propria storia non sarà mai pacificato.

“Il conflitto fra l’esigenza di trasparenza di una democrazia e quella di qualsiasi Stato, anche democratico, di difendersi è cosa seria, e va trattato con realismo e responsabilità”, dice Giovanni Orsina, professore ordinario di Storia contemporanea. “I cittadini di una democrazia dovrebbero abituarsi all’idea che dei momenti di opacità siano talvolta necessari. Quei momenti, però, devono essere assolutamente eccezionali, e le eccezioni devono essere robustamente fondate”.

“Quando – com’è in questo caso – si tratta di eventi che appartengono a una stagione storica ormai chiusa, e quando quel che trapela dai primi sondaggi lascia ritenere che non si abbia più motivo di conservare il segreto, l’eccezione smette di avere un fondamento”.

“È essenziale, a quel punto,” prosegue Orsina, “che si lasci pieno campo alla riflessione storiografica. Questo è tanto più importante in un Paese come il nostro, che da sempre dura enorme fatica nel metabolizzare, e quindi superare, il proprio passato, e che – là dove la storiografia presenta dei dubbi, e talvolta anche dove non li presenta – tende a cercar sicurezze nelle teorie cospirative”.

“Sono molto contento di poter aderire a una iniziativa che chiede la pubblicità di alcune grandi inchieste,” è il parere di Piero Craveri, ordinario di Storia contemporanea, “perché sono anni che mi batto affinché sia garantito l’accesso a documenti che non hanno ragione di essere riservati e che in una normale democrazia sono a disposizione del pubblico. Questo in Italia non avviene, e ciò getta una macchia sulla sua natura di democrazia e di Stato del diritto”.

Mentre per Luigi Compagna, ordinario di Storia delle dottrine politiche, “la piena conoscibilità di atti che possono contribuire a ricostruire pagine drammatiche della storia nazionale è uno degli elementi che qualifica una democrazia”.

“Come parlamentare e ancor prima come storico mi unisco dunque all’appello dei colleghi affinché il Senato renda completamente accessibile l’archivio della Commissione Mitrokhin e il governo,” prosegue Compagna, “come si era impegnato a fare due anni lo stesso presidente Renzi, liberi da ogni assurdo vincolo di segretezza documenti che potrebbero agevolare la piena ricostruzione storica delle stragi che insanguinarono il nostro Paese nel 1980, a cominciare da quella di Ustica e proseguendo con quella di Bologna”.

Secondo Compagna, “impedire quasi quarant’anni dopo la pubblica conoscenza di atti relativi a quelle vicende non può avere spiegazione alcuna, se non quella di voler alimentare vulgate e ricostruzioni fantasiose tanto care a chi ritiene che la realtà debba adeguarsi alle proprie convinzioni e che una democrazia occidentale del terzo millennio possa esimersi dal fare i conti con la propria storia”.

Sottoscrivo l’appello di Gaetano Quagliariello per la desecretazione di degli atti delle Commissioni Mitrokhin e Moro e quindi per la messa a disposizione degli studiosi di materiali indispensabili per ricostruire la storia dell’Italia repubblicana”, dice Stefano De Luca, professore associato di Storia delle dottrine politiche.

“Una storia che per più aspetti è stata drammatica, con la quale è necessario fare i conti, e che non può essere lasciata alle ricostruzioni superficiali e spesso ideologizzate di ‘storici’ improvvisati,  ma che va ricostruita sui documenti, con pazienza e rigore, dagli storici di professione”.

Anche Eugenio Capozzi, associato di Storia contemporanea, sottoscrive l’appello di Quagliariello “per l’eliminazione dell’assurdo e anacronistico segreto di Stato sulle carte d’archivio della Commissione Mitrokhin”

“Rendere accessibili quei documenti alle ricerche degli storici e al confronto civile sarebbe un atto non soltanto utile, ma doveroso, ai fini di una migliore e più condivisa conoscenza della recente storia nazionale italiana nel contesto della guerra fredda e dei molti conflitti internazionali del secondo Novecento, tanto spesso impedita da scomuniche ideologiche, pregiudizi, depistaggi, dietrologie complottistiche”.

“Il consolidamento della democrazia e della libertà, di una comune cultura delle regole, dei diritti e della dignità umana nel nostro paese passa anche attraverso un processo di trasparente ricostruzione di molti punti drammatici di un passato ancora vivo, e una riflessione critica, ma serena su di esso”, aggiunge Capozzi. “E ciò può avvenire soltanto se si eliminano le zone di ombra, di sospetto, di equivoco, e le fonti più importanti vengono rese disponibili per un esame rigoroso e libero”.  

[Nella foto: Vasili Mitrokhin]