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Gli strani libertari italiani

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Strani libertari circolano in Italia. Quelli di centro-sinistra, “in omaggio ar libbero pensiero”, distribuiscono gratuitamente le droghe leggere ai passanti ma non battono ciglio dinanzi alla sentenza della magistratura che condanna  un giornalista colpevole di ritenere inutile ed efferata la strage di Via Rasella; quelli di centro-destra denunciano lo stato etico ma non elevano alcuna protesta dinanzi alla pretesa delle gerarchie vaticane di tradurre in leggi vincolanti per tutti le loro concezioni bioetiche, alla faccia del  principio milliano dell’assoluta padronanza del proprio corpo. Un “intellettuale militante” del secondo tipo, Carlo Lottieri, in una conferenza pubblicata ora su “Nuova Storia Contemporanea”, Democrazia: una minaccia per la libertà, riprendendo vecchi argomenti contro la “democrazia dei moderni” - che “lungi dal valorizzare l’eguale peso di ogni elettore |...| vede l’imporsi di piccole realtà sociali, di interessi privati e di organizzazioni abili e aggressive nello sviluppare strategie opportunistiche (anche a scapito dei diritti e degli interessi altrui” - fa rilevare come non siano solo i “cosiddetti diritti ‘sociali’ della terza generazione, quelli assicurati dalle politiche welfaristiche (diritto alla salute, all’istruzione, a un redito minimo)” a implicare “una costante menomazione ai diritti ‘liberali’ di prima generazione: a partire dal diritto di proprietà, che viene costantemente negato da quanti sviluppano politiche volte a tassare, ridistribuire, garantire servizi pubblici e così via”. Per Lottieri, infatti, “gli stessi diritti ‘democratici’ di seconda generazione sono destinati a entrare in conflitto con i diritti liberali. Se in un Paese chiamato Iraq si instaura un potere democratico che affida il monopolio della violenza a quanti escono vincenti dal conflitto elettorale, è possibile che una maggioranza sciita imponga la propria volontà alle minoranze curde e sunnite”.

Se si pensa ai teorici ottocenteschi della democrazia in senso forte - Mazzini, Michelet, Lamartine etc – riesce assai difficile credere che per loro “democrazia” potesse significare la consegna del potere assoluto nelle mani della maggioranza degli eletti dal popolo.... con licenza di genocidio. E siccome, si può essere sicuri che non lo crede neppure Lottieri (a meno che non abbia subito di recente qualche trauma psichico), se ne deduce che per lui è il principio della sovranità popolare, quintessenza della democrazia, a condurre alle peggiori nefandezze storiche e a portare alla guida dei governi biechi personaggi come Alexander Hamilton, il “nazionalista Abraham Lincoln”, Hitler, Stalin, Saddam Hussein etc.

Sennonché a rivendicare quel principio satanico, contro conservatori e dottrinari, non fu proprio quel Benjamin Constant che nel saggio si fa mostra di apprezzare? In De la souveraineté du peuple et de ses limites, l’apologeta della ‘libertà dei moderni’ aveva scritto :”L’universalité des citoyens est le souverain, dans ce sens, que nul individu, nulle fraction, nulle association partielle ne peut s’arroger la souveraineté, si elle ne lui a pas été déléguée. |...| La démocratie est l’autorité déposée entre les mais de tous, mais seulement la somme d'autorité nécessaire à la sûreté de l'association : l’aristocratie est cette autorité confiée à quelques-uns: la monarchie, cette autorité remise à un seul.” Era la definizione stessa della “democrazia liberale” : il popolo è sovrano ma solo nella dimensione ‘politica’ - ”la somma di autorità necessaria alla sicurezza dell’associazione”.

Ma v’è di più. Il grande pensatore franco-svizzero - tanto vicino al “tipo ideale” del liberalismo che, nel suo caso, Max Weber, avrebbe dovuto riconoscere che talvolta non c’è bisogno di costruire a tavolino le “utopie scientifiche” dei concetti generali della sociologia e della scienza politica - era talmente consapevole che, nella società moderna, il liberalismo, come difesa dei diritti individuali e dell’autonomia della società civile, non potesse venir disgiunto da una qualche forma di democrazia (non rousseauiana e non giacobina, beninteso!) da mettere in guardia i suoi concittadini dalla rinuncia alla partecipazione politica. E’ la ferma determinazione a scendere in piazza, all’occorrenza – ammoniva contro il ripiegamento nella privacy borghese -  la vera garanzia  della "libertà dei moderni".

E qui, mettendo da parte Lottieri e C, - che, per tanti aspetti, ricordano il donferrantismo  degli engagés d’antan di segno opposto - veniamo al punto cruciale: la  gravissima sottovalutazione  che da due secoli a destra, a sinistra, al centro continua a farsi dei “diritti politici”. Da de Maistre a Marx, da Lamennais a Lysander Spooner, non si sente che ripetere l’obiezione che “a pancia vuota, la scheda elettorale è chiffon de papier”. Un’obiezione in parte realistica ma che tende a ignorare l’enorme valore pratico della libertà di espressione e di associazione e le “buonissime” ragioni che portano i regimi autoritari e dittatoriali a sopprimerla come premessa a ogni altra misura di governo.

In uno dei saggi storici di J. S. Mill che i filosofi politici, che spasimano per lui, leggono poco o non leggono affatto (interessati come sono a stabilire quanto di Rawls o di  Nozick ci sia già nello scrittore vittoriano), Vindication of the French Revolution of February 1848, si leggono pagine di straordinario acume comparatistico, in cui si spiega perché il malcontento popolare oltre Manica suscitò le barricate di febbraio mentre in Inghilterra aveva dato il via, anni prima, a una riforma del sistema politico in grado di contemperare ordine sociale e progresso civile. A determinare la caduta della coalizione stretta attorno al Duca di Wellington contribuì, senz’altro, la paura di una insurrezione popolare ma determinanti furono la rappresentatività della Camera dei Comuni - peraltro non ancora riformata ma pur sempre eletta da collegi elettorali sufficientemente ampi per dar voce alle aspettative e alle richieste del popolo - e, soprattutto,   “i costumi politici e le libertà antiche” che, in Inghilterra, “consentivano riunioni popolari e associazioni politiche senza alcun limite di sorta”. In Francia, al contrario, all’indomani delle gloriose giornate di luglio, il blocco di potere orleanista, limitando drasticamente la libertà della stampa,  aveva costretto l’opposizione a muoversi al di fuori dell’arena politica ufficiale (v. la campagna dei banchetti), sicché ogni crisi di governo rischiava di diventare crisi di regime.

Quei diritti di seconda generazione erano così “astratti” che la loro assenza in Francia scatenò una serie di sommosse e rivoluzioni che da Parigi misero a soqquadro l’intera Europa centrale o occidentale. Aveva mille volte ragione Constant: il diritto di ciascuno di “vivre sa vie” si regge solo sulla libertà politica ovvero sulla “democrazia liberale”. Non si vede, però, come senza uno stato forte e rispettabile (per quanto costituzionalmente limitato) si possa far valere quel diritto.

Nel meridione del mondo - fosse il Regno delle Due Sicilie o il Brasile di Dom Pedro - dove lo stato non era affatto onnipotente e il suo “monopolio della violenza” si manifestava solo in alcune città e aree costiere, nei paradisi delle “autonomie locali” erano ben vivi e vegeti, tuttavia, i potentati sociali “spontanei” collettori di vitali risorse economiche, politiche e simboliche. Forse ai “cafoni” di lì non sarebbe stato facile costituire partiti, sindacati, cooperative in mancanza di un governo intenzionato a mobilitare gli odiatissimi prefetti e carabinieri per far rispettare la “legge e l’ordine”. Che tristezza dover ricordare verità che per un Benedetto Croce o un Rosario Romeo erano tanto ovvie che sarebbero trasaliti a vederle messe in questione!

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