Gli stranieri si accontentano di qualsiasi lavoro. Gli italiani no
22 Giugno 2009
I dati dell’ISTAT sulla disoccupazione nel primo trimestre dell’anno in corso risuonano come le parole di un bollettino di guerra. Ricordiamoli insieme.
LAVORO: ISTAT, PRIMO TRIMESTRE -204MILA POSTI (-0,9%)
(ANSA) – ROMA, 19 GIU – Il calo dell’occupazione, sottolinea
l’Istat, e’ dovuto soprattutto alla riduzione degli occupati a
tempo determinato (-154 mila unita’), dei collaboratori (107
mila unita’) e dell’occupazione autonoma (-163 mila posti). Il
calo complessivo di 204 mila unita’ (il totale dei lavoratori in Italia
e’ quindi sceso a 22 milioni 266 mila persone) e’ dovuto
soprattutto alla flessione dell’occupazione del Mezzogiorno
(-114 mila posti), mentre il Nord e il centro hanno perso
rispettivamente 46 mila e 44 mila occupati. Nel Sud e’ sempre
piu’ forte l’effetto scoraggiamento. Se infatti la
disoccupazione e’ cresciuta in questa area solo in maniera
marginale (piu’ duemila persone a fronte delle 136 mila nel Nord
e delle 83 mila nel centro), sono invece diminuite in maniera
consistente le forze di lavoro (-112 mila unita’). Sono quindi
molte migliaia le persone che, convinte di non poter trovare un
lavoro, sono direttamente uscite dal mercato.
L’Istat segnala come il tasso di disoccupazione
destagionalizzato nel primo trimestre dell’anno sia pari al
7,3%, con un aumento di 0,3 punti rispetto al quarto trimestre
2008. Sempre considerando i dati destagionalizzati, i posti di
lavoro persi sono 76 mila (sempre rispetto al quarto trimestre
2008) mentre i disoccupati in piu’ sono 64 mila. (ANSA).
Naturalmente si tratta di una performance preoccupante, soprattutto se la inquadriamo nella prospettiva annunciata – per i prossimi mesi e in assenza di riforme – dalla presidente Emma Marcegaglia (la quale, oltre ad indicare ciò che il Governo dovrebbe fare d’ora in poi, farebbe bene a ricordare anche quanto è stato fatto nell’anno trascorso). Prima di fasciarsi la testa, sarebbe il caso di considerare che i primi tre mesi del 2009 sono stati certamente i peggiori per quanto riguarda un’economia in apnea che ha assistito ad uno scorrere drammatico del periodo a cavallo tra il 2008 e l’anno in corso, con le domande di cassa integrazione che esplodevano secondo una progressione geometrica e con incrementi percentuali non a due ma tre cifre. Inoltre – la cosa in sé non è consolatoria più di tanto – il tasso di disoccupazione – in Italia – rimane pur sempre al di sotto di oltre un punto rispetto alla media europea e ai dati di Paesi che pure hanno "investito" più del nostro per finanziare i piani antirecessione. Nella ridda dei commenti, c’è un particolare interessante – segnalato dall’ISTAT – ma trascurato nelle analisi e nei commenti (affrontato, indirettamente, dal solo ministro Sacconi). Se si fossero censiti i soli disoccupati italiani il loro numero salirebbe molto più in alto. Ridiamo nuovamente la parola all’ANSA.
(ANSA) – ROMA, 19 GIU – Gli occupati in Italia sono diminuiti
nel primo trimestre di 204mila unità (-0,9%) rispetto allo
stesso periodo del 2008. Lo rileva l’Istat. Il dato risente del
calo di occupazione di 426mila italiani e dell’aumento di
occupazione per 222mila stranieri.(ANSA).
In sostanza, l’incremento dell’occupazione degli stranieri ha consentito di dimezzare il tasso di disoccupazione. Il dato è tale da meritare un’attenta riflessione, magari osservando più da vicino gli andamenti dei diversi settori. Va da sé che la risposta non può essere quella rozza della Lega Nord, secondo la quale in momenti di crisi, se si chiudono i canali dell’immigrazione, si recuperano posti per i nostri concittadini. L’impiego degli stranieri aumenta (si tratta nel nostro caso di lavoro regolare) mentre si riduce l’occupazione c.d. precaria, al punto da far supporre che tra questi due fenomeni operi – almeno in parte – un effetto sostitutivo. Ciò dimostra che il mercato del lavoro non è congelato, ma non spiega perché la manodopera straniera sia stata preferita a quella italiana c.d. flessibile: peraltro, durante un periodo dell’anno in cui non venivano ancora svolti i classici lavori stagionali (in agricoltura e turismo).
Una possibile spiegazione (tra le tante) ci porta ad aprire il capitolo (fino ad ora ben poco esplorato) del c.d. lavoro rifiutato. Al dunque, ci sono dei lavori che gli italiani non intendono più svolgere, neppure in tempi di crisi. E non si tratta solo di mansioni disagiate, faticose, esposte a condizioni di nocività. Nel Paese del <precariato>, dove i giovani vengono descritti come "schiavi moderni", vi sono dei lavori – stabili, ben retribuiti, a volte persino nel pubblico impiego – che vengono evitati con cura. A volte le responsabilità sono del sistema formativo nel suo complesso (dagli ordinamenti scolastici a quelli professionalizzanti); più spesso si tratta invece di vera e propria indisponibilità (è il caso degli infermieri) a svolgere quella mansione. Ha affrontato tale problematica, di cui non si parla perché è più gratificante sul piano politico fornire una rappresentazione pauperistica del Belpaese, Francesca Barbieri sul Sole 24 Ore del 15 ottobre 2007, prendendo le mosse dai dati del sistema informativo Excelsior di Unioncamere. Un riferimento importante per capire da quali mestieri gli italiani fuggano è la quota di immigrati richiesta dalle aziende. I lavoratori extracomunitari sono diventati importanti nel nostro Paese – spiegavano ad Unioncamere – soprattutto per le professioni meno qualificate. Vi sono settori – come gli addetti alle pulizie, badanti, braccianti agricoli, ausiliari sanitari, ristorazione, turismo, ma non solo – dove la manodopera è quasi esclusivamente straniera. Ma anche nel caso dei saldatori le nuove assunzioni riguardano, per il 44,4%, gli stranieri. Vi sono poi professioni qualificate in cui la domanda di lavoro è soddisfatta solo in parte dall’offerta. Al fondo, stanno veri e propri pregiudizi culturali nei confronti di alcune tipologie di lavoro, che vengono abbandonate dagli italiani. I dati di Unioncamere prendevano, poi, in considerazione particolari professioni come il falegname o altre con una forte valenza artigiana tradizionale. Ma bisogna ammettere, ormai, che anche l’occupazione in attività industriali viene, nella misura del possibile, evitata dai nostri giovani. Ecco perché gli immigrati non rubano il lavoro a nessuno, ma nella stragrande maggioranza dei casi svolgono mansioni che la manodopera italiana rifiuta.
Vi sono interi comparti economici importanti per la nostra vita economica e sociale (sicuramente l’agricoltura, il turismo, le costruzioni, tra qualche anno persino l’industria manifatturiera) che senza l’apporto dell’immigrazione dovrebbero dare forfait per mancanza di addetti disponibili. Tutto il settore dell’assistenza alle persone (non solo le badanti, ma anche il personale impiegato nelle Istituzioni di assistenza) è in grado di operare solo grazie agli stranieri. Tra qualche anno sarà unicamente la possibilità di assumere infermieri stranieri a consentire il funzionamento degli ospedali. Tutto ciò premesso, il Governo deve però cambiare passo. Non può continuare a lungo a teorizzare quella che una volta si chiamava la "politica dei due tempi" come se le riforme nuocessero al superamento dell’emergenza. Fino ad ora l’esecutivo non ha sbagliato una mossa, ma la partita è giunta ormai al termine. E il prossimo gioco – per dirla con i Blue Brothers – sarà molto più "duro".
