Gli studenti spariscono e l’Iran si prepara a festeggiare la Rivoluzione
01 Novembre 2009
Meno di una settimana fa, uno studente prende la parola durante l’incontro fra gli universitari, gli insegnanti, e la Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Khamenei. Non legge discorsi preconfezionati ma va a braccio, criticando il regime, la soppressione della libertà di espressione, il fatto che nessuno metta in dubbio le parole di Khamenei: “La radio e la televisione operano in tuo nome e sei tu a decidere quali sono i direttori dei telegiornali”.
Il ragazzo si chiama Mahmoud Vahidnia ed è un cervellone dell’elite studentesca iraniana, ha vinto le Olimpiadi della Matematica e non ha certo l’aria del pericoloso sovversivo. Parla per venti minuti mezz’ora in un clima plumbeo, davanti a un uditorio che non lo interrompe ma appare in buona parte scandalizzato dalle sue parole. Qualche applauso isolato solo quando Vahidnia dice di rappresentare le elites del Paese che disapprovano la linea seguita dopo la rielezione di Ahmadinejad.
Dopo il discorso, com’era prevedibile, Vahidnia viene preso in consegna dai servizi di sicurezza e accompagnato non si sa dove. Ecco il racconto degli eventi fornito dall’Ufficio per la Preservazione e la Pubblicazione delle Opere del Grande Ayatollah Khamenei: “Il giovane studente si è alzato ed ha iniziato a parlare. Visto che la Guida Suprema non riusciva ad ascoltarlo, il giovane ha raggiunto il leggio, e dopo essersi presentato ha iniziato a esporre le proprie idee. Le sue parole avevano un tono differente rispetto ai discorsi precedenti”.
Più interessante e meno censoria la versione fornita dal sito conservatore “Alef”, che nei giorni scorsi ha pubblicato una (presunta) intervista al ragazzo, scrivendo che non sarebbe stato arrestato. Vahidnia viene descritto come un “giovane accademico che ha dato coraggiosamente voce a delle critiche”, un commento che da solo vale tutta l’intervista. La storia del giovane matematico viene dopo quella di Neda, la studentessa di filosofia ammazzata da un cecchino durante le proteste contro il regime. Dopo quelle di Sohrab, scomparso fino a quando la madre non è stata informata che era morto, e Mohsen, il figlio di un importante politico nazionale, torturato e ucciso in carcere.
Tutti questi giovani sono davvero degli “eroi” nel senso che tendiamo a dargli sui giornali occidentali? Eroi all’apparenza quasi folli: sulla Stampa di ieri si è parlato addirittura di una “incoscienza” del carattere persiano, che spinge a farsi avanti incuranti della morte, come i Pasdaran davanti ai carri armati iracheni. Grazie ai loro gesti solitari, questi giovani sarebbero in grado di creare delle zone temporanee di dissenso all’interno del claustrofobico potere iraniano. Ma le rivoluzioni non vanno esattamente così. Non si affidano a singoli eroi. Che Vahidnia ne faccia parte o meno, in Iran esiste una rete che lega l’opposizione e la fronda ostile al regime. Una collettività più che delle monadi senza legami tra loro.
Invece di esercitarci in facili martirologie sulla gioventù iraniana perché non indaghiamo più a fondo l’ambiente in cui matura la protesta, per capire se e chi ha spinti Vahidnia a “prendere la parola”? E soprattutto perché non ci chiediamo cosa stiamo facendo per loro? Siamo così ipnotizzati dalla questione nucleare che perdiamo di vista il significato più profondo di quella richiesta d’aiuto che non è solo di Vahidnia ma di un intero popolo. Una parte della della società iraniana che soffre per i metodi terroristici usati dal regime di Teheran. Invece restiamo in attesa di altri “eroi” da sacrificare sull’altare della protesta, magari il prossimo 4 novembre, in occasione della presa dell’ambasciata americana…
