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Onu e diritti umani

Gli USA a Durban: se il dialogo fallisce la soluzione è il boicottaggio

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La decisione dell’amministrazione Obama di partecipare ai preparativi per la revisione della Conferenza di Durban delle Nazioni Unite, fissata a Ginevra per il prossimo aprile, rappresenta una mossa ardita, ma anche molto rischiosa. Al di là dei suoi risultati specifici, l’esito della nuova conferenza sarà fondamentale per delineare il tono delle relazioni con l’Iran, la sfida all’Islam radicale, le possibilità di fare passi avanti sulla scia degli sforzi di George Mitchell per la pace, e la politica basata sull’impegno e sul dialogo.

Iran, Cuba, Libia, i membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC), ed altri esempi eccellenti di rispetto dei diritti umani, hanno utilizzato questa cornice per demonizzare Israele e per promuovere l’antisemitismo e il rifiuto dell’olocausto, quasi a derisione dei diritti umani stessi. Hanno inoltre cercato di ottenere leggi contro la libertà di parola, ricorrendo alla definizione di “Islamofobia” per mettere a tacere le critiche su estremismo e violenza. Canada e Israele hanno dunque perso le speranze e si sono tirati fuori, e alcuni funzionari europei hanno ipotizzato l’eventualità di non partecipare, sebbene siano ora in attesa dei risultati dell’intervento statunitense.

Riuscire a capovolgere l’attuale situazione nel breve tempo rimasto rappresenterebbe un enorme successo per gli americani, un vero e proprio slancio per ristabilire l’influenza e i valori degli Stati Uniti nel mondo. I fautori di una politica dell’impegno sostengono che l’amministrazione Obama possa apportare un contributo essenziale nell’indirizzare la Conferenza delle Nazioni Unite, affinché si focalizzi realmente sulla discriminazione contro le minoranze in tutto il mondo, senza trasformarsi in una nuova tribuna dell’ossessione anti-Israele.

In caso contrario, qualora tale strategia fallisse, e si continuasse a respirare un’atmosfera piena di veleni, l’abbandono della conferenza da parte degli Stati Uniti, seguiti da i 27 membri dell’Unione Europea e di qualche altro paese, delegittimerebbe il processo di Durban.

Tuttavia, se Washington si perdesse in esitazioni e compromessi, lasciando il controllo dell’agenda all’OIC e ad altre ONG della stessa linea, la partecipazione delle democrazie del mondo potrebbe causare danni immensi. Potrebbe, infatti, amplificare l’impatto della Conferenza mondiale ONU contro il Razzismo del 2001, incluso il Forum delle ONG che utilizzarono termini come “apartheid” e “razzismo” per isolare Israele.

I palestinesi, servendosi della strategia di Durban, hanno lanciato attacchi terroristici contro Israele, ben sapendo che l'azione israeliana, giunta in tutta risposta, sarebbe stata condannata come un "crimine di guerra": e questo, a sua volta, avrebbe giustificato boicottaggi secondo il modello del Sud Africa. Invece di promuovere trattative basate sull'accettazione di Israele, è stato dato nuovo slancio all'obiettivo dell’annientamento. Allo stesso tempo, Durban ha posto al centro dell'attenzione l'agenda degli islamisti radicali, cercando giustificazioni contro le critiche per i violenti attacchi perpetrati, e limitando inoltre la libertà di parola, persino in Europa. I preparativi per la conferenza del prossimo aprile sono tutti incentrati sulla medesima agenda.

Nel frattempo, gli ostacoli che si frappongono sul cammino di tutti coloro che sperano di dare un nuovo corso alla Conferenza di revisione, vengono evidenziati da un eccesso di retorica sui diritti umani, duplici standard, e processi legali intentati contro ufficiali israeliani, sia in Spagna che altrove, a partire dalle accuse relative (STEMMING) alle operazioni dell'IDF a Gaza. Le ONG più importanti e potenti, quali Human Rights, Amnesty International, FiDH con sede a Parigi, e Oxfam, insieme alle ONG palestinesi (come PCHR, fondata da governi europei), a gruppi supportati dalla Libia, e a molti altri ancora, hanno un ruolo centrale in questa sorta di stato di guerra letale, ruolo che emergerà senz'altro nella prossima conferenza di Ginevra. 

Con una posta in gioco così alta, qualora il tentativo di sconfiggere la strategia di Durban si rivelasse un fallimento, gli attriti si intensificherebbero e l'amministrazione Obama si troverebbe a dover affrontare costi ben più alti per proseguire nella sua politica di impegno e dialogo con gli avversari. Nel 2001, sia le delegazioni americane che quelle israeliane si sono recate a Durban con grandi aspettative, convinte che la ragione e il decoro avrebbero prevalso; ma di fronte alla realtà, che sconfessava tali convinzioni, si sono ritirate troppo tardi. Per evitare che ciò accada di nuovo, è necessario che gli Stati Uniti dimostrino di poter esercitare una leadership morale e di esser pronti, se necessario, ad ammettere che il dialogo è fallito.  

© Jerusalem Post
Traduzione Benedetta Mangano 

Gerald Steinberg è presidente del Dipartimento di Scienza Politica dell’Università di Bar Ilan, e dirige NGO Monitor.

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1 COMMENT

  1. E boicottaggio fu
    L’Amministrazione Obama, anche se ha aperto al dialogo con Siria ed Iran, ha deciso che l’America non sarà presente alla conferenza dell’ Onu sul razzismo e la xenofobia che si terrà a Ginevra nell’aprile 2009, conosciuta anche con il nome Durban II. Il puzzo antisemitico e antisraeliano, che aleggia nei dintorni di questa conferenza manipolata dall’Oic da Gheddafi e Ahmadinejad che pretendono di poter parlare di diritti umani, mentre li violano sotto gli occhi di tutto il mondo, ha convinto gli Usa ad essere assenti da un forum, che è sicuramente utile solo ai nemici di Israele per dare spazi alle proprie menzogne, così come è anche utile per legittimare l’antisemitismo e le truffe delle Gongos, finte agenzie umanitarie che si presentano come non governative, mentre sono in realtà controllate degli stati. L’America, si è tirata fuori dalla trappola intentata dai nemici di Israele, l’Italia che farà?

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