Gli Usa devono coinvolgere la Cina nella stabilizzazione del Pakistan

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Gli Usa devono coinvolgere la Cina nella stabilizzazione del Pakistan

08 Febbraio 2010

Alla Brookings Institution qualcuno ha buttato nel mucchio una proposta audace. Due studiosi del noto think tank liberal di Washington sostengono che se si volesse veramente portare a buon fine l’Afghanistan-Pakistan review process – il piano con il quale l’amministrazione Obama ha finalmente cominciato a trattare  Afghanistan  e  Pakistan  come due parti  dello stesso problema – l’amministrazione USA dovrebbe convincere la Cina popolare a far parte della partita. Lo studio in questione, a firma Bruce Riedel e Pavneet Singh, porta un titolo senza ambiguità: US-China relations: Seeking Strategic Convergence in Pakistan.

Bruce Riedel è uno che la Casa Bianca la frequenta da anni: per quasi un ventennio ha messo le sue conoscenze al servizio del National Security Council in seno alle amministrazioni degli ultimi tre presidenti, principalmente su questioni di intelligence. Agente operativo della CIA per oltre trent’anni, sua è la firma in calce al rapporto che la Casa Bianca commissionava esattamente un anno fa quando, appena insediatasi, l’amministrazione Obama, intenzionata a mettere in fila i guai afghani (e pachistani), gettava le basi del nuovo corso di stabilizzazione del teatro afghano che avrebbe dovuto portare in dono anche il “disinnesco” della polveriera atomica (e islamista) pachistana.

Nel Marzo 2009, a tre mesi da quel primo rapporto, un Obama ancora popolarissimo – oggi al 50% nei sondaggi di popolarità secondo uno studio Gallup – annunciava accanto al neo presidente pachistano Zardari (vedovo dai trascorsi libertini di Benazir Bhutto), le nuove basi della cooperazione pachistano-statunitense: aiuti Usa alle esangui casse dello Stato pachistano (a rischio default); piani comuni nella lotta ai talebani sul lato pachistano del Wajziristan; rilancio della collaborazione in materia militare e di intelligence. A quasi un anno di distanza da quel primo rapporto, con l’offensiva delle unità pachistane contro le roccaforti talebane nelle zone tribali al confine con l’Afghanistan in stallo e le truppe Isaf rimpinguate da quel “manipolo” di trentamila e più unità frutto del piano McCrystal, Riedel torna sulla questione, e lo fa sostenendo che per assicurare stabilità al Pakistan (e all’Afghanistan) sia ormai necessario porre la questione sul tavolo del prossimo appuntamento dello Strategic & Economic Dialogue, uno dei  tavoli permanenti del G2 sino-americano. Con la conferenza di Londra sull’Afghanistan appena conclusasi la quale ha aperto spazi diplomatici a possibili trattative con le milizie talebane, l’idea di metter dentro la Cina non appare proposta troppo eretica.

La Cina è il pivot regionale intorno al quale ruota la politica estera pachistana. Le relazioni tra i due paesi sono state sempre intensissime. Il Pakistan fu tra i primi paesi a riconoscere la neonata Repubblica popolare cinese nel 1950, quando il riconoscimento della RPC non era atto dovuto, per così dire. Il governo cinese ha per decenni utilizzato Islamabad in funzione anti-indiana, quando i cinesi temevano un disegno egemonico indiano a danno della Cina, e in funzione antisovietica quando nel 1979, a più di dieci anni dal “divorzio” ideologico tra Mao e Breznev, l’URSS invase l’Afghanistan.  Ed è così che negli ultimi trent’anni la Cina ha utilizzato il comune nemico indiano prima, e la minaccia sovietica poi,  per aprirsi in Pakistan un importante ponte strategico – infrastrutture militari, commerciali e soprattutto energetiche – parte di un disegno apertamente espansivo in Asia centro e sud-occidentale. L’obiettivo: farsi largo nell’Oceano Indiano (il porto pachistano di Gwadar è nei decenni divenuto luogo sicuro per la marina cinese popolare, tanto per attracco quanto come “postazione d’ascolto” delle comunicazioni sull’intero Mar Arabico), aggirando così “l’affollatissimo” stretto di Malacca.

Avere relazioni con Islamabad ha inoltre significato per la Cina gettare le fondamenta per cordiali relazioni (energetiche) con il mondo islamico, e che spiegano in parte le riluttanze di Pechino nell’adottar linea dura nei confronti dei paesi produttori di greggio, Iran in testa. Nel suo paper Riedel non si fa illusioni: l’amministrazione Obama incontrerebbe mille difficoltà se volesse dar corso a questo nuovo approccio. Innanzitutto Beijing e Washington dovrebbero superare le divergenze esistenti nell’individuazione delle cause di instabilità del Pakistan. Per le autorità cinesi, infatti, gli americani hanno scoperchiato il vaso di Pandora con l’invasione dell’Afganistan, contaminando anche il Pakistan (come se il fenomeno politico-religioso talebano non fosse nato proprio nelle madrase delle province autonome pachistane ben prima dell’intervento militare internazionale post 9/11).

Al contrario la Casa Bianca – e con essa l’intelligence community statunitense – ritiene che l’attuale instabilità politica del Pakistan risieda, tra l’altro, nella presenza di consistenti sponde pro-jihadiste all’interno dell’Inter Services Intelligence (ISI), il potente servizio segreto pachistano. Divergenze analitiche a parte, secondo Riedel gli interessi delle due superpotenze possono convergere intorno al principio di stabilità regionale, ormai caro anche a Beijing. Un Pakistan troppo instabile, non solo può impedire agli USA di pacificare l’Afghanistan, ma può compromettere in un futuro la distensione politica che Beijing e New Delhi ingaggiano ormai da un più di un ventennio (l’interscambio commerciale tra i due giganti ha raggiunto i cinquanta mld. USD).

Per quanto qualcuno tra le autorità cinesi di Beijing cominci a storcere il naso al pensiero di essere economia troppo export-oriented, e dunque politicamente troppo esposta, i cinesi sanno che le cose non cambieranno così in fretta. In attesa che la struttura economica cinese cambi, l’interesse a favorire una pacificazione nell’intera regione (i buoni affari si fanno soprattutto in tempo di pace) dovrebbe spingere Beijing prendere l’opportunità politica di una richiesta d’aiuto statunitense.

Cina, Pakistan e India potrebbero, in questo nuovo corso, l’occasione per risolvere una volta per tutte la disputa sul Kashmir, con tanto di buoni uffici americani. E’ win-win per tutti. Chissà se alla Casa Bianca lanceranno il ballon d’essai? Se fosse, bisognerebbe convincere Pechino. Obiettivo arduo di questi tempi con le relazioni sino-statunitensi al loro minimo storico: nei giorni scorsi infatti la Repubblica popolare ha “duramente e formalmente protestato” – un rito stanco e che si protrae ormai dal 1949 – per la solita partita di armamenti da sei miliardi di dollari che gli USA avrebbero fornito alla “provincia ribelle” di Taiwan alias Repubblica di Cina, oltre chiaramente alle polemiche sull’affaire Google e le solite proteste cinesi sul Dalai Lama ormai prossimo a varcare i confini della Camelot obamiana. Ma queste, sia detto, son ben altre storie. Un Pakistan “pacificato” e stabile dovrebbe piacere a tutti, anche e soprattutto, a Beijing.