Gli Usa devono restare o andarsene dall’Iraq?

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Gli Usa devono restare o andarsene dall’Iraq?

Gli Usa devono restare o andarsene dall’Iraq?

09 Gennaio 2008

Nel corso
della mia educazione politica, sono sempre stato dogmaticamente convinto del
fatto che la domanda “Qual è la cosa giusta da fare?” avesse sempre una
risposta inequivocabilmente corretta. Ora so che avevo torto. A volte non c’è
una risposta giusta, anche se sappiamo di dover comunque agire in una certa
maniera.

Di seguito,
alcune considerazioni che dovremmo tenere presente quando ci interroghiamo su
cosa fare in Iraq, dove non sappiamo – o per lo meno io non so – come sia
giusto agire in questo momento specifico. Tali considerazioni restano vere,
credo, sia per chi è convinto che la guerra fosse sbagliata sin dal principio;
sia per chi reputa essa fosse “solo” sbagliata – anche se terribilmente
sbagliata – nel suo svolgimento.

Prima di
tutto, qualsiasi siano le nostre inclinazioni filosofiche, per il momento siamo
tutti consequenzialisti. Non crediamo nell’esistenza di un imperativo
categorico che impone a tutti i costi di restare, o di andarsene, dall’Iraq.
Piuttosto, dobbiamo trovare una strategia che produca i risultati meno
sfavorevoli per gli iracheni, per gli altri popoli del Medio Oriente, e per i
soldati americani.

Nel valutare
queste possibilità, possiamo riscontrare l’esistenza di una serie di priorità
morali, che hanno preso forma sulla base di come gli Stati Uniti hanno agito in
passato e di quello di cui sono capaci oggi.

La prima tra
queste priorità è quella di garantire la sicurezza della popolazione curda,
nonché di assicurare la relativa autonomia del Kurdistan. Abbiamo avuto a che
fare con i curdi iracheni per parecchio tempo: abbiamo tradito le loro
aspettative in passato, e dobbiamo fare sì che questo non si ripeta.

Il nostro secondo dovere è prevenire un massacro o una radicale sottomissione
degli arabi sunniti in quello che quasi certamente diverrà uno Stato a
dominazione sciita. Questo è tra l’altro anche nei nostri interessi – mentre
aiutare i curdi potrebbe non esserlo -, poiché i nostri più stretti alleati nel
mondo arabo sono nazioni sunnite come l’Egitto, la Giordania e l’Arabia
Saudita. È probabile che l’incolumità dei sunniti richieda la concessione di un
qualche tipo di autonomia, forse nel genere della soft partition già implementata in Kurdistan.

Una terza necessità, che avrei potuto benissimo porre al primo posto, è quella
di garantire la sicurezza di tutti coloro che hanno direttamente contribuito
alla missione in Iraq: quegli uomini e quelle donne che hanno corso rischi
schierandosi in difesa dei principi di libertà e democrazia all’interno di
partiti politici, sindacati e organizzazioni non governative. È probabile che
si debba offrire a queste persone – e sono numerose – asilo politico negli
Stati Uniti; ma ciò priverebbe un futuro Stato iracheno di molti tra i suoi più
validi cittadini. Sarebbe ovviamente preferibile se un qualche processo di
riconciliazione nazionale desse loro la concreta possibilità di vivere e
lavorare nella loro terra d’origine. Questo dovrebbe essere il nostro
obiettivo. Tuttavia, ad oggi sembra più probabile che un gran numero di
iracheni dovrà cercare rifugio altrove.

La nostra quarta priorità è di contribuire ai costi di reinsediamento dei
rifugiati iracheni, e con questo intendo sia i 2 milioni che hanno attraversato
il confine verso la Siria
e la Giordania,
così come il milione o forse più che è fuggito o sta fuggendo, lasciando le
proprie case per spostarsi in altre zone più tranquille del paese. Data
l’entità del disastro iracheno, deve essere chiaro che “reinsediamento” non
significa “ritorno”. Quindi questo concetto non può dipendere da un’improbabile
vittoria, né dalla riconciliazione nazionale: si tratta di un obiettivo imprescindibile,
anche se questi due ultimi scenari non si verificassero.

Il nostro quinto dovere è assicurarsi che le speranze nutrite
dall’Amministrazione Bush agli inizi della missione – conseguire basi militari
ed ottenere accesso diretto al petrolio iracheno – non influiscano sulla
situazione corrente, prolungando la nostra permanenza militare in loco. L’unica ragione per restare in
Iraq, o per ritirarci lentamente e in maniera ragionata, è prevenire un
disastro maggiore di quello che abbiamo contribuito a creare sinora (anche se
non per nostra unica responsabilità).

La sesta priorità è quella che ci impone di continuare a combattere, ancora più
instancabilmente di quanto credevamo possibile nel 2003, contro il fanatismo
jihadista e contro il terrorismo. Io non so se al Qaeda è in grado di operare
in Iraq, ma individui che nutrono simpatie per al Qaeda certamente lo sono, e
rientra assolutamente nei nostri diritti considerare queste persone come
nemici. Combatterli richiederà una presenza militare stabile nelle province
sunnite, gli unici luoghi nei quali sembriamo avere un certo successo – anche
se dovremmo ricordare che le nostre vittorie sono contro terroristi che non
avevano basi in Iraq sino a quando non abbiamo aperto noi stessi degli spazi
che hanno permesso loro di intervenire.

Come possiamo adempiere a questi nostri doveri? Se lo scopo dei nostri sforzi
militari è quello di garantire al governo iracheno il monopolio dell’uso della
forza, chiaramente stiamo fallendo – se non abbiamo forse già fallito. Ci sono
successi a livello locale, ma non mi sento di affermare che questo porterà ad
un successo globale della missione.

Anche la nostra strategia politica non sta riuscendo, principalmente perché il
governo di Baghdad che abbiamo contribuito a creare e stiamo tuttora sostenendo
si è rivelato impopolare, corrotto, brutale e totalmente inefficace. Quello di
cui abbiamo bisogno ora, nonostante mantenga il mio scetticismo in proposito, è
uno strenuo sforzo diplomatico per convincere altri paesi ad impegnarsi
attivamente: in particolar modo, le nazioni europee (ed il nuovo governo
francese offre alcuni spunti interessanti in proposito), gli Stati confinanti,
e le Nazioni Unite. 

Quando la
rivista New Republic mi pose
una domanda simile a quella che abbiamo affrontato in questo articolo, scrissi
in risposta un articolo intitolato “Parlare, Parlare, Parlare”. Ma parlare non
produrrà alcun risultato se ci gettiamo a capofitto nel ritiro delle forze
armate.

Dobbiamo invece mantenere schierate le nostre truppe nel Kurdistan del nord, e
possibilmente anche nell’ovest sunnita. Ma non vedo come possiamo chiedere ai
soldati americani di rischiare le loro vite combattendo le milizie sciite,
quando stiamo allo stesso tempo appoggiando un governo all’interno del quale esse
si sono efficacemente infiltrate e nel quale spesso determinano le politiche
d’azione. Dovremmo dunque probabilmente iniziare il ritiro dalle zone ad
influenza sciita, il che significa la maggioranza del paese, proprio come i
soldati britannici hanno fatto e stanno ancora facendo nel sud dell’Iraq. Non
credo tuttavia che siamo pronti, o che abbiamo una qualsiasi legittimazione
morale, ad abbandonare del tutto il paese.

© Dissident

Traduzione Alia K. Nardini

Michael Walzer è co-editore della rivista ‘Dissent’
e autore di ‘Guerre Giuste e Ingiuste’.