Gli Usa e Benedetto XVI: i difensori dei principi non negoziabili

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Gli Usa e Benedetto XVI: i difensori dei principi non negoziabili

Gli Usa e Benedetto XVI: i difensori dei principi non negoziabili

02 Dicembre 2011

Mi si darà del disadattato ‒ come dar torto ‒, ma io la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America continuo a leggerla e a rileggerla. Anzitutto e soprattutto poiché completamente inappagato da quei riduzionismi liberal, da quelle distorsioni progressistiche e da quelle soperchierie “libberali” che nei secoli ne hanno completamente stravolto l’anima, facendone uno strumento buono per tutte le stagioni, una panacea della “demokrazia” senza “se” e senza “ma” (furono processi democratici ed elettivi quelli che portarono Adolf Hitler al potere in Germania, sono processi democratici ed elettivi quelli che oggi portano i Fratelli Musulmani al potere nei Paesi delle “primavere” arabe e i salafiti un passo subito dietro) e un veicolo dell’esportazione nel mondo del relativismo (sic) più aggressivo. La leggo e la rileggo per questo, ma non solo.

A leggere e a rileggere quel testo scritto nell’estate del 1776 vi ho infatti scovato il magistero di un pontefice romano di più di duecento anni dopo, Papa Benedetto XVI, a proposito dei «princìpi non negoziabili». L’espressione «princìpi non negoziabili» è stata coniata dalla Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno politico dei cattolici nella vita politica emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede (allora presieduta dal cardinal Joseph Ratzinger) il 24 novembre 2002, dal famoso discorso rivolto da Benedetto XVI ai parlamentari del Partito Popolare Europeo il 30 marzo 2006 e dal discorso del medesimo pontefice agli uomini politici e ai religiosi partecipanti al convegno sull’Europa organizzato dalla Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) del 24 marzo 2007. E il discorso pronunciato il 17 ottobre 2011 dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, al forum dei cattolici impegnati in politica, svoltosi a Todi, ne ha ribadito la cogenza.

I «princìpi non negoziabili» sono pochi, tre appena. La difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale (contro aborto, eutanasia, manipolazione del gene umano, clonazione e così via). La difesa del matrimonio monogamico tra uomo e donna, quindi dell’istituto familiare che nasce solo dall’unione eterosessuale (contro il riconoscimento giuridico dell’unione tra persone omosessuali e delle coppie di conviventi). La difesa della libertà di educazione, cioè il diritto della famiglia di scegliere come e dove educare i propri figli (a favore della parità tra scuola pubblica statale e scuola pubblica paritaria finanziata privatamente). Questi princìpi sono valori in senso assoluto. Non sono gli unici valori, ma sono principiali: ovvero quelli in base ai quali si valutano tutti gli altri.

Per questa ragione sono non-negoziabili. Essendo il principio e il fondamento del resto, non si possono cioè discutere, omettere, ridurre, stravolgere, negare, smozzicare, barattare. Ci sono e basta.

Tutti gli altri valori sono invece negoziabili giacché non sono assoluti. Sono relativi. Il loro valore è dato cioè dalla relazione che hanno con i princìpi. Parametro e valutazione, criterio e interpretazione. En passant vale ricordare che questa distinzione logica e netta tra princìpi e valori va sempre tenuta presente. Ciò non significa che i valori contino “meno”, ma che contano diversamente. Anzi, che i valori contano solo se in relazione ai princìpi; o, detto in modo inverso, che senza i princìpi tutti gli altri non hanno valore.

Per esempio: l’accoglienza del prossimo o la questione dell’immigrazione contengono e veicolano valori importanti, talvolta decisivi, ma sono nulla se sganciati dal principio inderogabile del diritto alla vita. Altro esempio: solo la difesa del matrimonio monogamico tra uomo e donna, ergo della famiglia, consente la discussione senza confusione della condizione omosessuale o dei diritti che spetterebbero a tutte le unioni diverse da quella matrimoniale.

I valori che traggono significato e cogenza solo dal riferimento organico ai princìpi sono infatti misure. La sussidiarietà, che è cosa preziosissima, è la misura verticale che indica “quanto Stato” sia lecito e necessario in un dato frangente o contesto storico. La solidarietà, cosa santa, è la misura orizzontale di quanta carità sia necessaria a sorreggere la libertà responsabile del prossimo.

Insomma, i «princìpi non negoziabili» fondano la retta convivenza tra gli uomini tutti poiché pongono condizioni tabù e limiti invalicabili alla capacità di distruzione della natura stessa delle cose e sua che l’uomo ha il potere fisico – tecnico – di operare, permettendogli al contrario di compiere appieno la sua libertà creativa. Sono il progetto in base al quale l’architetto erige l’edificio; sono il campo da gioco fuori dal quale si cade in fallo sanzionabile; sono la struttura del reale che l’uomo trova al suo venire al mondo: tutte le volte, infatti, che l’uomo cerca di sfidarli, eluderli o ignorarli, i suoi costrutti gli rovinano addosso.

A duecento e più anni dalle parole della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti il magistero di Papa Benedetto XVI fa dei «princìpi non negoziabili» il fulcro politico delle cose poiché i «princìpi non negoziabili» non sono cosa cattolica. Se lo fossero, i «princìpi non negoziabili» sarebbero solo ad appannaggio di alcuni uomini, non potrebbero prescindere dal dono gratuito, misterioso e insondabile della fede nella Rivelazione, andrebbero predicati solo negli orti conchiusi delle chiese e degli oratori. Sarebbero, insomma, una realtà parziale.

Papa Benedetto XVI ne fa invece un discorso al mondo perché sono la dottrina sociale e la teoria politica universali di qualsiasi umanesimo che non voglia essere solo la caricatura di se stesso. Valgono, i «princìpi non negoziabili», per tutti gli uomini. Anzitutto perché non sono gli uomini ad avere progettato la realtà nel modo in cui i «princìpi non negoziabili» la descrivono. In secondo luogo perché sono l’abc di ogni convivenza, snobbando i quali vi è solo tremore di paura e stridore di denti per il dolore. Non sono, i «princìpi non negoziabili», una “imposizione della Chiesa”: sono la regola con cui gira il mondo, che piaccia o no, e, come tali, o li si rispetta costruendo o li si bistratta distruggendo.

Del resto, i «princìpi non negoziabili» non li ha certo inventati Papa Benedetto XVI. I «princìpi non negoziabili» sono se stessi da che mondo e mondo. Oggi assumono formulazioni specifiche, adatte all’ora presente, ma ciò è accaduto sempre nella storia. I «princìpi non negoziabili» sono sempre gli stessi, ma vengono specificati in modo speciale di volta in volta a seconda del volto che la minaccia alla loro realtà inderogabile assume nella storia.

Quando, nel 1912, in Italia fu lanciato il cosiddetto “Patto Gentiloni”, che prevedeva un accordo politico in vista delle elezioni del 1913 in base al quale i cattolici avrebbero votato quei candidati moderati che avessero sottoscritto un eptalogo, cioè sette punti irrinunciabili per la dottrina sociale della Chiesa, i «princìpi non negoziabili» ‒ che non si chiamavano (ancora) così, ma che erano la medesima cosa di sempre ‒ furono formulati in base dell’aspetto che le urgenze di sempre assumevano in quel momento preciso. L’eptalogo non parlava, cioè, di aborto o di matrimonio eterosessuale solo perché la sfida alla norma della natura delle cose e dell’uomo di quel tempo bordeggiava su altri lidi, quelli tipici e adatti alla società dell’epoca.

Se in una società storica dove non esista l’emergenza dell’omosessualità, ma per esempio esista un “problema sociale” legato all’adulterio, la formulazione specifica del “principio non negoziabile” relativo alla difesa del matrimonio eterosessuale e dell’istituto familiare in quel luogo e in quel tempo specifici insisterà più sulla fedeltà coniugale che non sui rapporti fra persone dello stesso sesso, senza però che per quel tempo e per quel luogo l’omosessualità diventi giusta e lecita o la fedeltà coniugale scenda in “serie b” in altra epoca e in altro luogo in cui vi fossero molti gay.

Secondo esempio. Difendere la libertà educativa in un Paese totalitario è diverso dal farlo nel contesto di una società occidentale, ma il valore assoluto che si difende resta invariato anche se il modo, il linguaggio e gli accenti con cui lo si fa differiscono. Ciò che invece, stando ai due esempio sopra esposti, non avviene mai è che l’eterosessualità o la libertà di educare i propri figli smetta di essere un principio assoluto o che nel novero dei «princìpi non negoziabili» ne entrino altri in aggiunta o in sostituzione. Per questo nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti del 1776 ho scoperto il magistero di un Papa di là ancora da venire.

In detto documento statunitense ‒ nel suo preambolo, cioè a base e fondamento cronologico, logico e ontologico di tutto quanto viene (scritto) dopo ‒ si legge: «Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dotati dal Creatore di certi diritti inalienabili, che tra questi diritti vi sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i propri giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o di abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali princìpi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua sicurezza e la sua felicità».

Sono i «princìpi non negoziabili» del magistero di Papa Benedetto XVI. Formulati secondo le priorità di quel tempo e di quel luogo, ma esattamente nel medesimo ordine (non solo formale). Il magistero politico-culturale degli Stati Uniti postula cioè alla base di tutto verità evidenti che per ciò stesso non occorre – non è necessario e nemmeno giusto – “spiegare”. Queste verità tali sono al principio e mai discutibili. Fondano il resto. Le ha poste un Creatore, che dunque esiste (gli Stati Uniti pongono a inizio e a fondamento di se stessi l’esistenza evidente, che appunto non occorre spiegare, di Dio, e proprio del Dio della Rivelazione giudaico-cristiana, poiché se ne parla come di Creatore, un attributo peculiare sconosciuto alle altre divinità). Solo perché Egli esiste, si può dire che gli uomini siano – siano da Lui creati – uguali, la loro eguaglianza essendo solo la “dotazione” di diritti che promanano da verità principiali e che per questo sono valori assoluti. Ve ne sono diversi. Tra questi il primo è la vita, il secondo la libertà, il terzo il perseguimento della felicità.

La Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti pone cioè a base di tutto il principio non negoziabile del diritto alla vita esattamente come fa come il magistero di Benedetto XVI. Quindi enumera la libertà senz’aggettivi, che è il modo concreto con cui in quel luogo e in quel tempo si corrisponde anche alle urgenze odierne della libertà di educazione. Infine elenca il perseguimento della felicità, che non è la (mera) sua ricerca: gli statunitensi non chiedevano infatti alla Dichiarazione d’Indipendenza di sancire un vago diritto a un’altrettanto vaga idea di ricercare la felicità da qualche parte perché essi la felicità sapevano bene dove sta, per esempio che ne insegnano il cuore le Sacre Scritture, e comunque non una petizione di diritti rivolta a una madrepatria che in quell’istante stesso diventava ex; pretendevano invece che le persone fossero lasciate libere di costruirsi una casa dove ottenere concretamente quanta più felicità possibile, anche educando i propri figli al meglio.

Del resto, dietro la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti vi è una lunga tradizione occidentale che da sempre insiste sul medesimo registro e una delle formulazioni classiche di esse è la filosofia dei “diritti naturali” (non solo di lockeana memoria). Ovvero di quelle cose che appartengono e pertengono alla persona umana per sua stessa natura data, cioè creta: vita, libertà e proprietà. Uguale alla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, uguale al magistero di Papa Benedetto XVI. Il concetto di «proprietà» di questa tradizione viene riformulato dalla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti con l’espressione «perseguimento della felicità» perché quest’ultimo documento esprime in un modo adatto al suo tempo e al suo luogo la medesima necessità avvertita anche prima del 1776 nordamericano di far sì che la persona possa liberamente agire per organizzare in autonomia e sovranità, cioè contro ogni coercizione, la propria esistenza  (educazione dei figli compresa).

Aveva davvero ragione il padre gesuita John Courtney Murray (1904-1967) nel dire che la filosofia politica degli Stati Uniti d’America si comprende meglio, anzi solo alla luce della tradizione cristiana, quella tradizione che è il compimento di verità naturali alla portata ragionevole di ogni uomo intero.

Marco Respinti è presidente del Columbia Institute, direttore del Centro Studi Russell Kirk e autore di L’ora dei “Tea Party”. Diario di una rivolta americana.