Ritiro entro il 2011

Gli Usa lasciano l’Iraq ma i nodi da sciogliere sono ancora molti

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Dopo mesi e mesi di minuziose trattative tra Baghdad e Washington, il primo ministro Nouri Al-Maliki ce l’ha fatta: gli americani torneranno a casa entro la fine del 2011. Domenica il governo iracheno ha approvato un accordo bilaterale che prevede il completo ritiro delle truppe Usa dal paese entro tre anni.

Il testo deve ancora ricevere l’approvazione formale da parte del parlamento iracheno, ma il voto del governo è già un chiaro segnale circa la posizione favorevole dei maggiori partiti dell’Iraq. Il portavoce del governo iracheno ha descritto questo patto come l’epilogo del libro iniziato nel 2003, con l’intervento degli Usa che ha determinato la caduta di Saddam Hussein. Quanto ai numeri, su 28 ministri presenti, 27 hanno votato a favore dell’accordo e si è registrata una sola astensione. Nove erano i parlamentari assenti. L’ambasciata americana ha subito dato il benvenuto al patto raggiunto, definendolo “un passo importante e positivo”.

Il ritiro delle truppe sarà completato entro il 31 dicembre del 2011. E il portavoce iracheno Ali al-Dabbagh, rivolgendosi ai giornalisti iracheni, ha tenuto a sottolineare che “non è un dato che può essere messo in discussione, non dipende dalle circostanze sul terreno”. Le sue parole sono state intenzionalmente volte a respingere il condizionale utilizzato poco prima dal governo statunitense.

Gli ufficiali americani hanno poi precisato che nulla impedirà al prossimo governo iracheno di richiedere ad alcune truppe statunitensi di non lasciare il paese. Del resto, entrambe le parti sono convinte che l’esercito nazionale non sia ancora in grado di difendere la regione dagli attacchi esterni.

Non c’è dubbio però che l’accordo, una volta approvato dal parlamento, ridurrà nettamente il potere militare statunitense in Iraq. I soldati americani dovranno richiedere un mandato alle corti irachene prima di procedere ad arresti, oltre a consegnare i sospetti alle autorità del paese. I tribunali iracheni si occuperanno anche dei 16.400 prigionieri attualmente detenuti nelle carceri militari Usa.

Le truppe americane dovranno abbandonare le loro postazioni di combattimento all’interno delle città, ritirandosi nelle loro basi entro la metà del 2009. A partire dal prossimo primo gennaio, inoltre, il testo prevede che lo spazio aereo iracheno e le frequenze delle trasmissioni radio siano sotto l’autorità di Baghdad, così come l’intera zona verde, ad eccezione dei compound delle ambasciate.

Il governo americano ha esercitato forti pressioni affinchè si raggiungesse questo accordo sulle truppe, in sostituzione del mandato Onu che autorizza la loro presenza e che scadrà il prossimo 31 dicembre. Senza una simile protezione legale, le truppe avrebbero dovuto porre fine alle loro operazioni in Iraq nel brevissimo arco di poche settimane, come spiegato dagli stessi ufficiali militari.

Ma il portavoce iracheno Dabbag ha tenuto a precisare che il suo governo potrebbe decidere di revocare l’accordo, qualora le proprie forze interne, ad un certo punto, fossero in grado di mantenere la sicurezza del paese autonomamente. E ha sottolineato come una tale ipotesi “sia in linea con la visione del neo-eletto presidente americano Barack Obama”, facendo riferimento al piano dei democratici di ritirare le truppe di combattimento americane entro 16 mesi. “Da parte irachena non ci sarebbero preoccupazioni riguardo al ritiro, nel momento in cui le forze interne avessero raggiunto una sicurezza tale da sentirsi pronte”.

Eppure, diversi politici fanno notare come ancora l’accordo non sia garantito nel suo passaggio finale. Ma si sta cercando di stabilire la seduta parlamentare il prima possibile: il parlamento iracheno, notoriamente molto lento, dovrà aggiornarsi entro il prossimo 25 novembre per procedere poi a una pausa di tre settimane, in modo da permettere ai legislatori di partecipare al rituale pellegrinaggio hajj. Proprio con riferimento a ciò, il ministro degli Esteri Hoshyar Zebari, ha evidenziato come rimanga a disposizione “una finestra temporale assai limitata”.

Altro tassello fuori posto è rappresentato dalla posizione dei partiti sunniti. Il governo, a guida sciita, ha cercato di raccogliere consensi, in modo tale da evitare che la minaccia si trasformi in una partita politica nella corsa alle elezioni provinciali, previste per fine gennaio. La situazione di certo si complicherebbe qualora il blocco sunnita decidesse di astenersi. Oltre all’approvazione parlamentare, l’accordo necessita anche del via libera da parte del consiglio presidenziale dell’Iraq. Il vice presidente Tariq al-Hashimi, rappresentante sunnita di tale consiglio, ha già richiesto un referendum nazionale per il patto in questione.

Nel frattempo un altro leader sunnita, Adnan al-Dulaimi,a capo del blocco Tawafuk dei maggiori partiti sunniti, ha dichiarato in un’intervista di ritenere che i membri del suo gruppo voteranno a favore dell’accordo, convinto che lo stesso Hashimi, seppur in disaccordo con alcuni punti, non lo respingerà.

Il governo americano aveva dato il via ai negoziati lo scorso mese di marzo, con la speranza di giungere alla firma entro l’estate. Ma le trattative si sono dilungate. La situazione nel Paese comunque dava buone ragioni per sperare in sviluppi positivi. Nel suo ultimo rapporto al Congresso, prima del passaggio di incarico, il generale Petraeus esprimeva già ad aprile una visione ottimistica circa il quadro iracheno. Rispetto al precedente rapporto del settembre 2007 infatti si erano avuti “progressi significativi, sebbene discontinui, nella sicurezza in Iraq”. Il generale precisava come la situazione non fosse soddisfacente in alcune zone, e quante ancora fossero le sfide da affrontare, ma senza dubbio le forze di sicurezza interne dell’Iraq avevano visto un netto miglioramento nelle proprie capacità.

Diversi fattori hanno contribuito a questa positiva evoluzione: innanzitutto l’impatto dell’accresciuto numero della Coalizione e delle Forze Irachene. Tutti sono consapevoli del peso del “surge” americano. In pochi invece riconoscono che lo stesso Iraq ha condotto un proprio “surge”, aggiungendo 100.000 ulteriori unità, tra soldati e polizia, alle proprie forze di sicurezza nel 2007. Oltre a migliorare pian piano le proprie capacità di disporre ed impiegare tali risorse.

Un secondo fattore è stato il dispiegamento unitario di tutte le forze, sia interne che di coalizione, in operazioni anti-rivolta in tutta la regione, al fine di assicurare la pace al popolo iracheno, di perseguire Al-Qaeda in Iraq, di combattere contro criminali e milizie di estremisti, di incoraggiare la riconciliazione interna, oltre al progresso economico e politico.

Ma, come lo stesso Petraus ha sottolineato più volte, “il progresso verificatosi dalla scorsa primavera è fragile e non irreversibile”. Ecco dunque che aumenta l’importanza dei negoziati in atto e l’accordo in via di approvazione. L’Iraq è riuscito ad ottenere alcune importanti concessioni, tra cui la scadenza fissata al 2011 quale data ultima per il ritiro delle truppe, al posto delle indicazioni temporali fin troppo vaghe portate avanti sino ad ora. Ha inoltre rifiutato di mantenere basi americane sul proprio territorio a lungo termine.

Le polemiche da parte dei politici iracheni non sono comunque mancate, già dallo scorso mese, non appena si è diffusa la bozza finale dell’accordo. Alcuni hanno spiegato le loro perplessità notando come il governo americano abbia accettato dei cambiamenti richiesti all’ultimo minuto dal governo iracheno.

Si è trattato di lievi emendamenti, secondo chi ha seguito i negoziati da vicino, ma sufficienti a permettere ai politici iracheni di ritrarsi come ottimi negoziatori, in grado di concludere una difficile trattativa. I parlamentari sono preoccupati di apparire troppo filo-americani e alcuni hanno subito pressioni da parte dell’Iran, che si è mostrato fortemente contrario all’accordo in questione.

Diversi politici iracheni sciiti sono convinti che un fattore decisivo nella decisone del governo sia stata l’approvazione dell’accordo da parte del Grande Ayatollah ali al-Sistani, la figura religiosa sciita più influente in tutta la regione, che sin dall’inizio ha posto tre condizioni irrinunciabili alle trattative: la piena sovranità dell’Iraq, la trasparenza e il sostegno della maggioranza al patto. I promotori dell’intesa - sia ufficiali americani che ministri della difesa, degli interni e dell’economia iracheni - hanno mostrato di compiere notevoli progressi nel riconoscere il rischio effettivo che si verifichi un vuoto nella sicurezza, qualora l’Iraq interrompa bruscamente la sua dipendenza dall’assistenza militare statunitense.

“L’alternativa possibile è peggiore rispetto all’accordo” ha spiegato Sami al Askeri, un consigliere di Maliki che si era inizialmente opposto alle trattative. Ha dovuto cambiare idea, riconoscendo che “la situazione non è buona al punto tale di permettere che le truppe americane lascino il paese a fine anno”. Questo spiega la soddisfazione espressa anche da parte del governo locale. L’ accordo, ha concluso il portavoce Al-Dabbagh “stabilisce principi di cooperazione e amicizia negli ambiti della politica, della diplomazia, dell’educazione, della salute e dell’ambiente, oltre che in quelli dell’economia, dell’energia, della tecnologia e della comunicazione.”

Eppure chiaramente non mancano le reazioni contrarie e si temono anche azioni violente. I seguaci del leader sciita filoraniano Moqtada al-Sadr rappresentano l’unico consistente gruppo in parlamento che ancora si oppone apertamente al patto. Il loro portavoce ha dichiarato che il governo ha accettato di porre il paese sotto il mandato delle forze di occupazione americane, compiendo “un atto spiacevole e doloroso”. Toccherà ora al popolo iracheno dimostrare la propria indignazione e “porre fine a questa farsa”.

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