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La reazione di Pechino

Gli Usa vendono armi a Taiwan e la Cina dubita delle sanzioni all’Iran

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Dopo che il Pentagono il 29 gennaio scorso ha annunciato l’intenzione di vendere armi per un valore pari a 6,4 miliardi di dollari a Taiwan, la tensione tra gli Stati Uniti e la Cina continua a crescere.
Nelle ore immediatamente successive alla decisione del governo americano, Pechino ha deciso di sospendere le relazioni militari e il dialogo sulle questioni di sicurezza con Washington ed ha inviato una protesta urgente all’ambasciatore americano, chiedendo al governo degli Stati Uniti di annullare questo nuovo contratto con Taipei. Il governo cinese ha inoltre minacciato sanzioni commerciali contro le compagnie americane coinvolte nella vendita.

La vendita di armi a Taiwan, isola distaccatasi dalla Cina nel 1949, ma considerata una provincia secessionista dalla Repubblica popolare, è vista da Pechino come “una grave minaccia alla sicurezza nazionale della Cina e ai suoi sforzi di riunificazione pacifica”. Ad affermarlo è il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, che ha aggiunto che la decisione americana va contro i principi concordati nel novembre scorso durante la visita di Obama in Cina. La vendita non terrebbe inoltre conto dei tre comunicati congiunti firmati nel 1982, attraverso i quali gli Stati Uniti s’impegnavano a non proseguire sul lungo termine la vendita di armi a Taiwan.

Intanto sui quotidiani cinesi si moltiplicano le critiche contro gli Stati Uniti, accusati di ipocrisia e di arroganza. Alcuni siti, tra cui il Global Times e Sohu hanno lanciato dei forum sull’argomento, nei quali alcuni internauti propongono di boicottare i prodotti americani. La vendita di armi a Taipei, prevista da una legge del 1979 conosciuta come Taiwan Relation Act, provoca regolarmente frizioni tra Pechino e Washington. Due anni fa, la decisione dell’amministrazione Bush di avviare una vendita dello stesso importo aveva provocato la sospensione dei rapporti militari sino-americani per 8 mesi. Questa nuova vendita prevede un centinaio di missili Patriot e 60 elicotteri Black Hawk.

Secondo il vicesegretario alla difesa per la regione Asia-Pacifico William Gregson “Gli Stati Uniti sono obbligati ad assicurare la capacità di autodifesa di Taiwan e intendono rispettare i propri impegni”.
Il governo di Taipei, nonostante il miglioramento dei rapporti bilaterali con Pechino accorso dopo l’elezione di Ma Ying-jeou del 2008, continua a sentirsi minacciato dall’escalation militare cinese dall’altro lato dello stretto di Taiwan. Secondo Taipei ci sarebbero 1.500 missili cinesi puntati verso l’isola. Il presidente taiwanese ha affermato che la nuova vendita di armi aiuterà il suo paese, che si sentirà più “sicuro e più fiducioso”, a sviluppare ulteriormente i rapporti con la Repubblica popolare e questo contribuirà alla pace e alla stabilità nello stretto.

Le tensioni attuali tra Washington e Pechino si aggiungono alle recenti polemiche di Google contro la censura cinese e al dibattito sull’eventuale prossima visita del Dalai Lama negli Usa. La decisione del Pentagono non poteva avvenire in un momento meno opportuno: gli Usa necessitano del sostegno cinese nel dossier iraniano, nonché in quello afghano e nordcoreano, un sostegno che non può essere dato per acquisito. Lo ricorda il China Daily in un editoriale pubblicato il primo febbraio. Il quotidiano cinese afferma: “Il messaggio deve essere chiaro e forte: se gli Stati Uniti non rispettano gli interessi essenziali della Cina, non possono aspettarsi che la Cina s’impegni in una vasta gamma di problemi internazionali e regionali essenziali”. E quanto temuto anche dal ministro degli esteri francese Bernard Kouchner, che si dice preoccupato che questo nuovo “conflitto” tra Cina e Stati Uniti possa compromettere la votazione di nuove sanzioni contro l’Iran, durante la prossima riunione del consiglio di sicurezza dell’Onu che si terrà questo mese sotto la presidenza francese.
 

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