Global warming e global strategy: quando il clima influenza la geopolitica

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Global warming e global strategy: quando il clima influenza la geopolitica

03 Gennaio 2009

Viviamo in un mondo globalizzato e interconnesso: un evento verificatosi ad Amsterdam o a Città del Capo può far sentire le sue conseguenze nel giro di pochi giorni a Taiwan o a Brasilia. Per strano che possa sembrare, tutto questo non è una novità. Prendiamo ad esempio i fattori climatici e la loro capacità di condizionare la geopolitica. Esaminiamo tre casi: uno del passato, uno del presente e uno del futuro.

Esempio del passato: lo sapevate che Napoleone perse a Waterloo a causa di un vulcano che eruttò due mesi prima dall’altra parte del mondo? Fu un incredibile esempio di “globalizzazione” geopolitica ante litteram: un vulcano indonesiano che determinò il nuovo ordine europeo.

Nell’aprile 1815, infatti, il vulcano Tambora, sull’isola di Sumbawa a circa 1.000 chilometri da Giakarta, è protagonista di una tremenda eruzione: l’esplosione, che uccide circa 10.000 persone, lo sgretola letteralmente, facendolo passare dall’altezza di 4.000 metri ad una quota di soli 1.000 metri. Per tre mesi ciò che resta del Tambora è sconquassato da tremende esplosioni, terremoti e lanci di cenere, lapilli e bombe vulcaniche. La cenere più pesante si deposita su un’area di due milioni e mezzo di chilometri quadrati e quella più leggera sale nell’atmosfera e nella stratosfera e in breve fa il giro del mondo. In Europa questa cenere determina l’offuscamento del sole per mesi, l’abbassamento della temperatura e continui temporali. Nei due anni successivi questo stato di cose determina gravi mutamenti climatici in Nordamerica e una gravissima carestia in Irlanda, dove i mancati raccolti di patate causano un’ecatombe ed un notevole flusso migratorio oltre Atlantico. Ma la più significativa conseguenza geopolitica ha luogo il 18 giugno 1815 a Waterloo, dove si fronteggiano l’esercito francese e quello anglo-prussiano.

Il punto forte di Napoleone è la cavalleria leggera, che manovra velocemente su qualsiasi campo di battaglia, getta il panico fra gli avversari, li sorprende, li scompiglia e ne sconvolge gli schieramenti. Di solito a metà giugno il terreno delle campagne attorno a Bruxelles è asciutto e ben si presta alle manovre militari, ma quel giorno la cavalleria napoleonica si presenta all’appuntamento con un fatale ritardo, proprio a causa del fango provocato dalle piogge, impreviste e incessanti, dei giorni precedenti. Dato il ritardo con cui il generale Ney schiera la cavalleria, Napoleone è costretto ad attaccare Wellington con cinque ore di ritardo: non alle sette del mattino, come avrebbe voluto, ma a mezzogiorno.

Un altro punto di forza di Napoleone è l’artiglieria. I cannoni dell’epoca sparavano le palle di ferro ad alzo zero contro i compatti schieramenti avversari e i proiettili rimbalzavano varie volte sul terreno asciutto prima di fermarsi, come fanno i sassi piatti lanciati sulla superficie dell’acqua. Ma prima di fermarsi, i proiettili scompaginavano i battaglioni nemici seminandovi morte e distruzione. Quel giorno, invece, l’artiglieria napoleonica è inefficace: appena le palle di cannone toccano il terreno fangoso, vi affondano immediatamente senza provocare alcun danno.

Risultato: Napoleone viene sconfitto e costretto all’esilio. Merito degli anglo-prussiani? Forse. Colpa del vulcano Tambora? Sicuramente. Senza quell’eruzione, infatti, il campo di battaglia di Waterloo sarebbe stato perfettamente praticabile da parte della cavalleria e dell’artiglieria napoleonica e la battaglia avrebbe avuto un esito diverso. E il Congresso di Vienna non ci sarebbe stato, e nemmeno la Restaurazione. Forse neanche le due guerre mondiali.

L’esempio del presente riguarda le pretese della Russia sull’Artico. Mosca ha cercato per lungo tempo di estendere il suo territorio nell’Artico e nel 2001 ha presentato un esposto all’Onu rivendicando 1,2 milioni di chilometri quadrati in quella fredda area. Il 2 agosto 2007, poi, sotto i ghiacci dell’Artico, è accaduto un fatto che potrà avere serie conseguenze qualora il riscaldamento globale dovesse far sciogliere i ghiacci della calotta polare. Il batiscafo “Mir-1” si è immerso a 4.261 metri di profondità ha depositato sul fondale oceanico, nel punto corrispondente al Polo Nord (e pensare che un tempo la Russia ricercava i mari caldi!), una bandiera russa di titanio larga un metro e un contenitore con un messaggio che avverte che quel territorio è russo. Chissà se qualcuno, passando di lì, l’ha già letto. In sostanza la Russia vuole annettere una bella fetta di Artico per sfruttarne le inesplorate ed immense risorse naturali. “Questa spedizione può aiutare la Russia ad allargare il suo territorio di oltre un milione di chilometri quadrati”, ha proseguito la televisione. Il capo della missione scientifica, Artur Cilingarov, ha ricevuto da Vladimir Putin il titolo di “inviato presidenziale per l’Artico”. E il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha affermato che “la spedizione, piuttosto che accampare rivendicazioni, mira a provare che la nostra piattaforma continentale si estende fino al Polo Nord”.

Ma le pretese del Cremlino non trovano tutti d’accordo, anzi sono contestate da Canada, Stati Uniti, Norvegia e Danimarca (e in futuro potrebbe entrare nel gioco anche la Groenlandia, qualora diventasse indipendente). Secondo la legge internazionale, infatti, ciascun Paese che si affaccia sull’Artico è autorizzato a controllare una zona economica fino a 200 miglia dalla propria piattaforma continentale. E queste zone economiche, con tutto il petrolio e il gas che nascondono, si renderanno disponibili come le praterie del Far West una volta che i ghiacci si saranno sciolti. Il nome del batiscafo “Mir” significa “pace”: sarebbe proprio il colmo se la sua impresa preludesse a una guerra.

Arriviamo così all’esempio del futuro. E’ prevedibile che le conseguenze a catena dell’effetto serra saranno il riscaldamento del pianeta, lo scioglimento delle calotte polari e l’innalzamento del livello dei mari. E’ stato calcolato che per effetto di quanto sopra nel 2050 il livello dei mari dovrebbe innalzarsi di circa 25 centimetri (mezzo metro secondo le stime più pessimistiche). Non molto, a prima vista, ma quanto basta per far sparire varie isole dell’Oceano Pacifico che costituiscono altrettanti Paesi oggi rappresentati nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Questo dovrebbe comportare la necessità di ridislocare, nel 2080, circa 200 milioni di persone che perderanno le loro abitazioni. E questo avverrà indipendentemente dai rimedi che sapremo, nel frattempo, adottare. I guai odierni, infatti, sono la conseguenza non soltanto delle recenti emissioni di gas serra ma anche delle sostanze liberate nell’atmosfera durante un secolo e mezzo, a partire dall’inizio della rivoluzione industriale. E i guai che avverranno fra mezzo secolo saranno la conseguenza dell’inerzia termica che gli oceani del pianeta stanno accumulando oggi, nonostante le politiche riduttive dell’effetto serra (sofferte, lente e limitate) che nel frattempo riusciremo faticosamente a promuovere.

C’è già chi propone un’interessante strategia distributiva dei 200 milioni di “profughi climatici”. Dovrebbero farsene carico i 20 maggiori Paesi emettitori di gas serra, in maniera proporzionale alle quantità di gas emessi. E così la Cina, che è la prima della lista, dovrebbe assorbire il 20% dei profughi, seguita a breve distanza dagli Stati Uniti, mentre il Venezuela, che nella lista è al ventesimo posto, dovrebbe farsi carico dell’1% di quei disgraziati. E’ stato anche calcolato che se questo programma di accoglienza dovesse partire nel 2010, la Cina, come se non ne avesse già abbastanza, dovrebbe prepararsi ad accogliere fino a mezzo milione di immigrati all’anno. Altrettanto dovrebbero fare gli USA (in aggiunta al consueto milione di immigrati regolari all’anno) per i successivi 70 anni. Ma ciò che è peggio è l’effetto destabilizzante che questi flussi comporterebbero per i Paesi interessati: un effetto trascurabile per i Paesi più sviluppati, ma pesante per quelli meno sviluppati, cosa che farebbe pericolosamente aumentare le già esistenti tensioni, con gravi conseguenze per la sicurezza mondiale. In quanto ai Paesi che dovrebbero sparire dalle carte geografiche, la cosa è tutt’altro che fantascientifica. Al contrario, tale evenienza viene presa molto sul serio, prova ne sia il fatto che Tuvalu ha già chiesto all’Australia e alla Nuova Zelanda di ospitare i propri cittadini, quando Micronesia, Melanesia e Polinesia saranno state inghiottite dalle acque del Pacifico.

A rimediare a tutto questo basterà l’impegno europeo a ridurre le emissioni di gas serra del 20% entro il 2020? Sarkozy ha affermato con orgoglio che l’Europa è il primo continente ad assumersi un simile impegno. Il guaio è che, oltre ad essere il primo, rischia di restare l’unico.