God bless America, alle origini della religione civile in Usa
03 Febbraio 2008
Un’opera letteraria può
essere, a buon diritto, definita un
classico se a distanza di almeno un secolo dalla sua prima pubblicazione
continua ad essere letta e apprezzata. Per le scienze sociali il metro di giudizio
è necessariamente diverso. Di solito, dopo qualche decennio, un lavoro, anche
se ben fatto, viene superato da successive ricerche. Pertanto il saggio di
Robert Bellah, uscito originariamente nel 1967 e recentemente riproposto al
pubblico italiano (La religione civile in America, Brescia, Morcelliana,
2007, pp. 105, € 10,00), può considerarsi un classico.
L’autore, studioso di
sociologia religiosa, individua e definisce con precisione un aspetto
importante della vita pubblica della repubblica di oltre oceano. La presenza,
cioè, di un insieme di valori condivisi che innerva in modo positivo la società
americana. Come osserva Giovanni Filoramo nella introduzione premessa a questa
edizione, Bellah nel suo saggio «coglieva lucidamente la natura particolare di
questo intreccio tra religione e politica», che rimanda anzitutto «al
cristianesimo protestante e puritano dei padri fondatori», ma è capace poi – ed
è qui il carattere distintivo di questa vicenda – «di trascendere il dato
confessionale, rivelandosi un potente fattore inclusivo e di coesione morale».
Si tratta di un aspetto che
dalla sociologia della religione in senso proprio rimanda alla storia
americana. All’epoca della rivoluzione e della guerra d’indipendenza, infatti,
i coloni non vissero la loro rivolta come una semplice rivendicazione legale,
ma interpretarono la propria causa come un appello alla giustizia divina.
Tuttavia, questo richiamo religioso si coniugava, sul piano dell’organizzazione
dei poteri, con una netta separazione tra stato e chiesa. Questa, a sua volta,
non venne vissuta in modo punitivo dalle varie chiese e confessioni religiose.
Basti pensare che anche quando in alcuni stati venne abolita la supremazia
dell’anglicanesimo, tale risultato, come ricorda Bellah, fu accettato «di buona
grazia e senza nostalgia per un ancien régime». Più in generale si può
dire che nell’esperienza americana non si è mai creata un’opposizione tra la
religione civile e la tradizione religiosa cristiana, innescando un conflitto
tra le due sfere. Al contrario, nel Nord America, «la relazione tra religione e politica
è stata singolarmente priva di attriti». Anzi, proprio evitando o
disinnescando qualunque ragione di conflittualità con la sfera religiosa,
quella che Bellah chiama, la religione civile americana è stata capace di
costruire «simboli potenti di solidarietà nazionale e a mobilitare livelli
profondi di motivazione personale per il raggiungimento di traguardi
nazionali». Inoltre essa non è assimilabile a un generico «culto della nazione
americana», ma si può intendere come «una
comprensione dell’esperienza americana alla luce di una realtà ultima ed
universale». Fatto non meno significativo alla costruzione di questa
religione civile hanno contribuito anche personalità che non si riconoscevano
in nessuna chiesa. Tra questi si possono annoverare alcuni dei principali padri
fondatori della repubblica stellata, quali Franklin, Washington, Jefferson.
Essi erano intrisi di cultura illuminista e, per quanto non ostili al
cristianesimo, credevano a un Dio di ragione, architetto dell’universo. A
queste personalità si può aggiungere, circa un secolo dopo, un presidente che
ha svolto una funzione essenziale nella storia americana come Lincoln.
Ma, ed è questo un elemento di riflessione aggiuntivo che
scaturisce dalla lettura del saggio di Bellah, la forza della religione civile
americana rimanda a sua volta alla concezione del patto politico che le è
sottesa. Per capirlo basterà fare un esempio trascegliendo fra i vari
interventi ufficiali citati da Bellah. Si tratta del discorso inaugurale di
Kennedy, tenuto il 20 gennaio 1961. In quell’occasione il neo eletto presidente
osservava, richiamandosi al credo rivoluzionario dei padri fondatori, che «i
diritti dell’uomo non derivano dalla generosità dello Stato ma dalle mani di
Dio». Non si trattava di un richiamo retorico o di un vuoto omaggio alla
tradizione. In quella semplice frase è riassunto il significato essenziale del
costituzionalismo americano. I diritti dell’uomo non sono un prodotto del
legislatore, m sono inerenti alla persona umana. Ciascuno li ha ricevuti da Dio
al momento della creazione. In questo fondamento sacrale della libertà umana,
che precede e legittima i poteri pubblici, sta la forza espansiva e il fascino
profondo della democrazia americana.
