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Sopravvissuti al crack

Goldman Sachs torna a produrre utili e benefit milionari per i suoi manager

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Il 14 luglio la Goldman Sachs ha annunciato il fatturato del secondo trimestre 2009: 13,8 miliardi di dollari, con un utile pari a 3,44 miliardi. Un risultato davvero clamoroso, tale da smentire tutte le previsioni delle settimane precedenti, anche le più ottimistiche.

Che le cose stessero andando bene lo si era capito già da giugno, quando la banca d’affari aveva restituito il prestito da 10 miliardi di dollari ricevuto lo scorso autunno dal governo USA per evitare il fallimento. L’azione di salvataggio inaugurò la politica del too big to fail ("troppo grande per fallire") basata su prestiti e altre agevolazioni elargite dal governo americano per evitare la bancarotta delle grandi aziende. 

Ma ora il segno “più” torna a capeggiare nei conti di Goldman. Il risultato ha scatenato polemiche e insinuazioni. Ci sono due aspetti che non tornano: il primo, più tecnico e malizioso, è legato ai guadagni record degli ultimi mesi, nonostante la crisi continui ad imperversare nel mondo; il secondo riguarda invece una conseguenza diretta degli utili: l’istituto newyorkese ha deciso di utilizzare ben 6,65 miliardi di dollari per pagare i bonus ai propri dipendenti, bonus che, nel caso dei top-manager, ammontano a milioni di dollari.

La Goldman risponde spiegando che gli utili sono frutto di nuove tattiche finanziarie che travalicano gli usuali confini della banca d’affari, oltre, naturalmente, alla grande abilità dei suoi dipendenti che non è certo svanita con la crisi. Anche gli esorbitanti compensi dei manager vengono giustificati dalla più ferrea tra le leggi del capitalismo: se ci sono profitti per la banca e per gli investitori, è giusto che ci siano profitti anche per i manager che li hanno propiziati. Tanto più che il prestito di 10 miliardi di dollari col governo federale è stato restituito fino all’ultimo centesimo.

Goldman appare più reticente quando viene fatto notare che oggi si premiano quelli che ieri stavano per trascinare il gruppo al fallimento, gli stessi che non hanno esitato a vendere tutte le azioni in loro possesso quando hanno fiutato l’odore della bancarotta (nel settembre del 2008). Per non dire della politica del “too big to fail”, che è stata usata esclusivamente con Goldman Sachs, mentre il governo ha lasciato fallire o pilotato verso salvataggi al ribasso le varie Bear Stearns, Merrill Lynch e Lehman Brothers, tutte dirette concorrenti di Goldman. Si aggiunga infine che, oltre al famoso prestito di 10 miliardi, l’istituto ha anche goduto di crediti pubblici agevolati per altri 28 miliardi di dollari.

A questo punto siamo proprio sicuri che i manager della Goldman siano stati così bravi? E in ogni caso non erano sufficienti gli stipendi che avevano già? 63, 61 e 34 milioni di dollari, questi, rispettivamente, i compensi totali ricevuti nel 2008 da dal numero uno Lloyd Blankfein, dal direttore generale Gary Cohn e da quello finanziario David Viniar.

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3 COMMENTS

  1. Leggendo queste notizie,
    Leggendo queste notizie, vien da pensare che purtroppo forse i noglobal non hanno tutti i torti.

  2. Come volevasi
    Come volevasi dimostrare…la crisi e’ servita ad arricchire i ricchi ed impoverire i poveri…e il catrrozzone torna a pedalare verso nuove ignobili conquiste!

  3. Non penso che c’entrino
    Non penso che c’entrino molto i no-global ma solo il fatto che manchi ogni etica: gli stipendi si possono capire, i bonus, sforzandosi, pure, ma vogliamo parlare delle famose “buonuscite”? E del fatto che le grandi societa’ si scambiano manager e membri dei consigli d’amministrazione anche se questi hanno piu’ volte fallito? E, naturalmente, ad ogni passaggio c’e’ la buonuscita da una parte e un nuovo contratto (con ritocchino) dall’altra…

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