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Gordon Brown prepara il nuovo suddito di Sua Maestà

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Integrato, qualificato, con una solida conoscenza della cultura e della lingua inglese. Investe capitali, fa volontariato, non infrange la legge. E’ l’identikit del futuro cittadino britannico. O almeno, di colui che potrà diventarlo. Perché nelle intenzioni di due Ministri di Sua Maestà, Ruth Kelly e Liam Byrne, serviranno queste peculiarità per guadagnare “punti” e ottenere la cittadinanza.

Un privilegio da conquistare, non un diritto da concedere. Da questo assunto muove la rivoluzione del valore e del concetto stesso di “cittadinanza”. Chi è il cittadino? Chi dobbiamo chiamare cittadino? Si chiedeva Aristotele. Ogni epoca, ogni società ha cercato di spiegare in cosa consistesse l’essere cittadino e quali individui potessero essere considerati tali. Nel ventunesimo secolo, con la crescente diffidenza nei confronti degli immigrati, la loro mancata integrazione, gli attentati terroristici, la risposta da dare si lega alla necessità di creare una comunità vissuta e riconosciuta da tutti, evitando il proliferare di sottoculture che si muovono in uno spazio comune, senza però interagire. Per questo, la proposta di nuovi parametri per la cittadinanza s'inserisce in una politica del Governo laburista volta a rimettere in primo piano l'orgoglio britannico, i valori comuni, il senso di appartenenza, dopo aver a lungo indebolito questi concetti in nome del melting pot e dell’accoglienza, a volte indiscriminata. Rispolverare, insomma, la britishness, che anche economicamente - come brand - ha perso il fascino degli anni ’60 e ’70, introducendo un “Britain Day”. Che non vuol dire sventolare la bandiera o cantare l'inno, secondo il ministro Kelly, ma promuovere le relazioni interpersonali nelle comunità locali, sviluppare il volontariato, formare e rendere consapevoli dei propri diritti e doveri i neo-maggiorenni.

La “cittadinanza a punti” non sarebbe peraltro una novità assoluta, nemmeno in Europa. In Francia esiste “il contratto d’integrazione”, con cui l’immigrato s’impegna a studiare e approfondire le sue conoscenze sulla cultura, le istituzioni e la lingua francese. Un’ipotesi sussurrata anche in Italia, nei mesi scorsi - ma subito bollata come razzista - che invece riscuote grande successo tra i Labour, tanto che il futuro premier, Gordon Brown, ne aveva già auspicato l’introduzione un paio d’anni fa. E che i ministri Kelly e Byrne hanno voluto avvalorare in un pamphlet pubblicato dalla Fabian Society, il think tank della sinistra laburista. Per questo, è possibile che la proposta farà parte dei provvedimenti dei primi cento giorni del governo Brown. L’introduzione di un “sistema a punti”, nel Regno Unito, non rappresenterà dunque una rivoluzione, ma potrebbe costituire la genesi di un nuovo modo di intendere la cittadinanza in Occidente, in base alle nuove esigenze di sicurezza - per il Paese accogliente - e di piena integrazione - per gli immigrati.

Se sono gli Stati Uniti, secondo il leader conservatore David Cameron, il modello cui ispirarsi per creare un profondo senso dell’identità comune e ridare voce all’orgoglio britannico, il Labour guarda invece all’Australia. Non a caso, perché è il Paese che negli ultimi decenni ha saputo meglio conciliare fermezza e accoglienza, e sviluppare senso di appartenenza e valori comuni, che vengono celebrati nell’“Australia Day”. Un Paese che si appresta a introdurre un nuovo “Citizenship Act”, con cui porterà da 2 a 4 gli anni di residenza necessari per chiedere la cittadinanza (nel Regno Unito ne servono cinque), e che sottoporrà gli immigrati a un quiz per testare le loro conoscenze su storia, abitudini, sport e cultura della nuova patria. Sempre secondo il moderno concetto di cittadinanza “da guadagnare”, non si parlerà più di grant of citizenship, ma di citizenship by conferral. Non concessione, ma attribuzione della cittadinanza.

Il dopo Blair partirà con questa doppia sfida: rendere i migrants - davvero - cittadini del Regno e risvegliare la britishness. Sempre che non si tratti, come sostengono i Tories, dell’ennesimo gimmick. Niente più di un inganno.

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1 COMMENT

  1. Lingua inglese
    Sono un insegnante madrelingua francese. Il francese rimane la lingua comunque più diffusa come numero di paesi dopo l’inglese (dico bene numero di paesi), ed è la quinta lingua più parlata al mondo come numero di locutori dopo il cinese, l’hindi, l’inglese, lo spagnolo. Non è il numero delle persone che fa di una lingua la numero uno, ma l’importanza economica dei paesi dove essa è parlata. Questa è una colonizzazione vera e propria. L’inglese è di gran lunga una delle lingue più ambigue sul piano della comunicazione. Conosco colleghi traduttori ed interpreti, nonché colleghi piloti di aerei di linea, che non smettono di dirmi quanto sia potenzialmente ambigua la comunicazione in inglese in certi settori a differenza del francese o dello spagnolo. Io dico sì allo studio dell’inglese e di altre lingue come lingue di cultura, ma dico anche sì allo studio dell’esperanto. Studio questa lingua non etnica da mesi: risultati assicurati, facile, precisa. Non è un’insalata di lingue come molti credono. Basta dare un’occhiata su google e scaricarsi kurso de esperanto. Lingua ricca e viva con proverbi, canzoni, una lingua che si è sviluppata come le altre. Possiede una letteratura tradotta e originale (50000 opere letterarie in tutto il mondo). La proporzione di facilità esperanto/inglese o esperanto/francese è di 1 a 7. Non è una lingua artificiale ma pianificata che è ben diverso. Tutte le nostre lingue sono state pianificate e le norme linguistiche imposte da accademici, specialisti e dall’uso popolare. L’uomo non è nato con la parola in bocca!.
    Spero che qualcuno apra gli occhi. Innumerevoli scienziati e linguisti (Jespersen, Umberto Eco ecc. sono sostentitori dell’esperanto). La gente ha un’idea strana di questa lingua perché non la conosce, non ne sa niente… Ci vuole più INFORMAZIONE!!! Nei paesi dove è partita la sperimentazione dell’esperanto (Brasile, Ungheria, Cina i risultati sono stati ottimi). In Italia come in molti paesi si passano anni e si spendono soldi a non finire per finanziare corsi che falliscono nove volte su dieci. Per imparare l’inglese, il francese ci vogliono come minimo dalle 450 per un livello B1 per intenderci a 1500/2000 per un livello C1/C2 del quadro di riferimento delle lingue (Consiglio europeo delle lingue). Per l’esperanto ne servono un centinaio per ottenere un livello B2! E’ una lingua ripeto ricca. Sono stati tradotte opere quali La Divina Commedia, la Bibbia addirittura mantenendo lo stesso sistema metrico. Il problema dell’esperanto è che non ha una lobby che lo sostenga. Le grandi potenze vogliono domina ed imporre con la scusa che l’inglese è la lingua della tecnologia (ma fino a quando? Lo spagnolo e il cinese stanno avanzando velocemente) Ci vogliamo svegliare!?! Sì al triplo passaporto (lingua madre+esperanto+una lingua/cultura a scelta, dunque non imposta)

    Patrick Morando
    Insegnante di francese

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