Gordon Brown sogna un vero mandato popolare

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Gordon Brown sogna un vero mandato popolare

07 Agosto 2007

Elezioni o non elezioni.
Questo è il dubbio amletico che si stanno ponendo massmediologi e giornalisti
britannici in questi primi giorni di agosto. Ma non è la solita boutade
estiva. Perché Gordon Brown, forte dei sondaggi e dell’eco positiva lasciata
dalle sue prime cinque settimane a Downing Street, vorrebbe ricevere il mandato
direttamente dal popolo, senza aspettare la fine della legislatura, nel 2010.
Elezioni anticipate, elezioni subito. Da tenere nel maggio del 2008, se non nel
prossimo autunno. “Il Primo ministro avrebbe chiesto al Labour di cominciare la
raccolta fondi per finanziare la campagna elettorale”, ha rivelato il Daily
Mail, scatenando i media britannici. Non tanto sull’attendibilità dei rumors, quanto sui possibili scenari
politici. Tra ricorsi storici e fantapolitica, molti editorialisti inglesi
considerano quantomeno “rischiosa” la chiamata alle urne. E chi ha a cuore le
sorti del Labour ha già lanciato un appello: “Gordon, non farlo”.

Tutto è nato dal presunto
scoop del Daily Mail basato su un promemoria di Philip Gould, lo stratega di
Tony Blair, che consiglia “elezioni anticipate dopo un breve periodo di intensa
e convincente attività”. Peccato, ha risposto il Guardian, sia stato scritto
nel 2005. Ma con un’attività frenetica di governo, tra impegni programmati
(viaggio negli Stati Uniti, definizione della politica estera, riforme interne)
ed emergenze (terrorismo, alluvioni, afta epizootica) che hanno interrotto le
sue vacanze, Brown sta adottando proprio la strategia shock-and-awe consigliata da Gould: ispira ammirazione e riverenza.
E “terrorizza” i conservatori.

Per ora sembra riuscirci. Nessuno in Gran Bretagna si aspettava un inizio così
convincente di Brown, capace di ribaltare a proprio favore, in 5 settimane, i
sondaggi che davano in vantaggio da 6 mesi i conservatori. Ora, invece, David
Cameron deve anche scontrarsi con la diffidenza che serpeggia tra gli attivisti
del suo partito. Secondo un sondaggio del Conservativehome.blogs.com,
il 52% dei tories ritiene
“improbabile” che Cameron possa vincere le prossime elezioni. Un dato
sconfortante per il leader conservatore, che solo a gennaio godeva dei giudizi
ottimistici del 72% dei suoi elettori. 

Brown è da sempre considerato uno stratega, un pianificatore, un workaholic, termine con cui in inglese
si definisce chi è un lavoratore maniacale, al limite della malattia. A
sorprendere, e a fargli guadagnare consensi, è stata la sua capacità di gestire
le emergenze. Dopo i disastri dell’ultimo Blair, il Labour credeva ci volessero
almeno un paio d’anni per riacquistare la fiducia dell’elettorato. “Perché mai
ricorrere alle urne?”, si vociferava al 39 di Victoria Street. Ora, nonostante
le smentite ufficiali, c’è chi vorrebbe andare subito al voto, convinto di
blindare la quarta legislatura consecutiva (un record) per i laburisti.

Ma due motivi dovrebbero indurre Brown a non ascoltare il canto ammaliatore
delle sirene (elettorali). Primo: gli elettori potrebbero non gradire un
ritorno immotivato e superfluo alle urne. Perché hanno già assegnato la loro
fiducia ai laburisti, con il compito di governare fino al 2010. Perché
rischiare di ritrovarsi con un mandato “proprio”, ma indebolito da una
maggioranza ristretta? Secondo: le intenzioni di voto espresse dai sondaggi non
sempre trovano conferma nella cabina elettorale. E la storia del Labour è ricca
di delusioni ricevute dal ricorrere a elezioni anticipate, a volte precedute da
sondaggi trionfalistici: così fu per Ramsay MacDonald (che formò il primo
governo laburista nel 1924) e Clem Attlee. Così per Harold Wilson. Così non è
stato soltanto per Tony Blair. Che continua a fare ombra al suo delfino.

“Gordon vuole ricevere il suo mandato  –
continua a bisbigliare qualche ministro – per avere cinque anni di governo
davanti”. Per i quali dovrebbe mettere in gioco la sua carriera politica.
Perché potrebbe essere ricordato come il politico che più di ogni altro ha
aspettato prima di varcare la soglia del Downing Street n. 10. Ma anche come il
più veloce a uscirne.