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Governo: compleanno con l’incubo amministrative

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Dieci giorni sulla graticola. Quello che separa il compleanno del governo Prodi dalle elezioni amministrative in tutta Italia dopo il ko siciliano si annuncia come un periodo da incubo per il centrosinistra.

 Al punto che scorrendo i temi nell’agenda del dibattito politico, il voto del 27 e 28 maggio – che porterà alle urne altri 10 milioni di elettori per il rinnovo di 7 province e 862 comuni – apparentemente sembra essere l’ultimo dei pensieri dei leader dell’Unione, divisi a metà tra chi cerca disperatamente di tappare le falle e riattaccare i cocci, e chi ha capito di poter trarre vantaggio dalle evidenti difficoltà, e gioca la sua partita sul piano della “differenziazione”. Due esempi fra tutti: le “picconate” di Rifondazione e Comunisti italiani su Padoa-Schioppa, e lo strappo dell’Udeur sul conflitto di interessi e sulla richiesta (respinta) di una verifica di governo.

Questo in apparenza. Non c’è dubbio che l’appuntamento elettorale sia invece ben presente nei pensieri della maggioranza di governo. La parola d’ordine non cambia: minimizzare a tutti i costi l’onda d’urto siciliana, e nel resto d’Italia spegnere la miccia prima che sia troppo tardi. Anche perché parlare di “test locale” di fronte ad un elettorato che per dimensioni, specie al nord, è decisamente rappresentativo, non sarà semplice. Il centrodestra spera: se Genova sarà difficile da espugnare, a Verona il ribaltamento dell’amministrazione, oggi guidata dalla sinistra, appare un traguardo possibile da raggiungere. Senza contare l’alto valore simbolico che potrebbe rappresentare per il fronte moderato la vittoria in comuni come Monza e Crema, o come Sesto San Giovanni, grande centro vicino Milano un tempo chiamato “la Stalingrado d’Italia”.

L’esistenza per l’Unione di un problema chiamato questione settentrionale, pronto a deflagrare appena due settimane dopo l’esplosione della questione siciliana, è così sintetizzata da Umberto Bossi: “La gente ne ha piene le scatole ovunque, non solo a Lampedusa”. Il bandolo della matassa sta nella crescente insicurezza e nel malcontento di un diffuso ceto produttivo fatto di piccole imprese e attività a conduzione familiare,  che mal digeriscono le politiche del governo, che si tratti delle stangate fiscali di TPS o dell’approccio statalista-assistenziale della sinistra più radicale. In questo quadro, il braccio di ferro sulle pensioni e sul contratto degli statali non aiuta. E difficilmente le “buone intenzioni” sparse a piene mani da Romano Prodi nel corso della conferenza stampa per il primo genetliaco del suo esecutivo potranno sortire qualche effetto.

Anche perché ancora una volta a complicare le cose sono le dinamiche interne all’Unione, e in particolare la corsa per la leadership del Partito democratico. Prodi annuncia d’aver fatto ripartire l’Italia ed esser pronto a distribuire il frutto dei suoi prodigi alle famiglie, alle fasce deboli e alle imprese? Non basta. Rutelli ha fatto in anticipo il suo scatto in avanti, chiedendo l’abolizione dell’Ici sulla prima casa senza attendere la revisione del catasto. E Veltroni, nel giorno del compleanno del governo, ha squadernato sui giornali una sorta di “manifesto programmatico” del Pd, un cahier de doleance sui temi sociali che fra i punti fondanti annovera proprio l’eliminazione dell’impopolare imposta (dimenticando che la sua maggioranza in Campidoglio aveva respinto persino l’abbattimento dell’Ici sulla prima casa al minimo di legge, quando a proporlo era stata l’opposizione).

Un ingresso a gamba tesa, quello del sindaco di Roma, che infierisce sull’Unione in un momento di particolare sofferenza. Con la spada di damocle del voto pendente sulla testa e la disfatta siciliana alle spalle, reduci da una pessima gestione del confronto con la marea umana del Family Day, per i maggiorenti della fragile coalizione di governo sarà difficile portare a termine in un sol colpo e senza conseguenze l’assedio agli organi di vertice della Rai, a Mediaset tramite la legge Gentiloni, al capo dell’opposizione attraverso la legge sul conflitto di interessi, aggiungendo a tutto ciò le difficoltà sulle pensioni e sul contratto degli statali. Clemente Mastella parla di una ingestibile “santabarbara”, ed è difficile trovare un’immagine più efficace.

La riforma del servizio pubblico televisivo è arrivata dal consiglio dei ministri come regalo di compleanno. Quanto al resto, la chiusura del Parlamento per ragioni elettorali arriva in soccorso dell’Unione, che nelle ultime ore dev’essersi resa conto che degli altri temi in agenda – a cominciare dal conflitto di interessi – sarebbe stato più salutare occuparsi dopo il voto. Già, perché le secche in cui la maggioranza si è infilata a livello nazionale sono ben più insidiose delle “dinamiche locali” cui si cerca disperatamente di ricondurre la consultazione amministrativa. E a questo punto non hanno più molto rilievo neanche gli sforzi di abnegazione dei dirigenti territoriali che in alcuni comuni annunciano entusiasti d’aver presentato liste unitarie dell’Ulivo per prepararsi al Partito democratico. A un processo di aggregazione che parte dal basso e catalizza fresco entusiamo ormai credono soltanto loro, e c’è il serio rischio che le elezioni di fine maggio gliene daranno la prova.

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