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L'analisi

Governo: Draghi punta tutto sul Recovery di domani, ma sulla Pandemia serve discontinuità da oggi

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Se il dream team vagheggiato all’indomani del conferimento dell’incarico a Mario Draghi si è tradotto in una squadra di ministri non proprio stellare, la nomina di ieri dei sottosegretari e viceministri ha onestamente segnato un’ulteriore delusione rispetto alle (altissime) aspettative della vigilia. Al di là del sempre poco edificante scontro tra i partiti, il risultato restituisce infatti un sottogoverno di profilo medio, senza particolari guizzi e in continuità rispetto al passato, salvi gli innesti politici dettati dall’allargamento della maggioranza.

Ed è proprio la parola “continuità” che fa da filo conduttore (purtroppo in negativo) in questa primissima fase del Governo Draghi. Tutti sono consapevoli che l’ex presidente Bce non poteva cancellare in un sol colpo le enormi macchie dell’esperienza Conte, ma dal sogno utopico di una bacchetta magica in grado di rivoluzionare il modo di governare il Paese, a una realtà che sembra confermare di fatto lo status quo, ce ne passa.

Per essere onesti un cambio di passo importante, nettamente visibile in controluce nelle nomine dei ministri, Draghi lo ha innestato. Sulla gestione prospettica del Recovery fund il premier ha infatti blindato la squadra inserendo pedine fidatissime e di sicura competenza come Colao e Cingolani, ma viceversa sulla gestione contingente della pandemia non ha voluto innestare nessuna figura in grado di essere un presidio di rottura rispetto alla esperienza Conte. Insomma, Draghi giustamente vuole curare nel dettaglio la gestione delle enormi risorse in arrivo dall’Europa, ma rischia di sottovalutare il problema imminente legato al pantano economico nel quale il Paese è sprofondato a causa delle misure draconiane legate al contenimento pandemico. Le proposte di buonsenso per una visione nuova e ‘antidepressiva’ che rispondesse sia alle esigenze sanitarie che a quelle del mondo delle imprese e del lavoro non mancavano, a partire da una diversa gestione delle chiusure, ma si è preferito non accoglierle. Si è preferito puntare sulla linea dura di Speranza che, come le aperture a singhiozzo hanno dimostrato, rischia non solo di strangolare il mondo produttivo, ma finanche di avere effetti controproducenti dal punto di vista sanitario con inevitabili affollamenti a ogni spiraglio di libertà. Si è preferito continuare a limitare le libertà costituzionale di un Paese ormai stanco e sempre meno in grado di capire queste restrizioni per non rischiare un approccio in grado di bilanciare esigenze diverse, sanitarie ma non solo, e ormai impossibili da sopire.

Ed è questo allora il limite della strategia di medio lungo periodo del premier Draghi: puntare tutto sulle risorse europee in arrivo dopodomani dimenticando i problemi dell’oggi. Un approccio che potrebbe portare (e nessuno lo spera) a un soccorso tardivo del Paese, perchè se i problemi sono drammatici (e lo sono) occorrono misure di salvataggio urgenti altrimenti il rischio è che l’ossigeno rappresentato dal recovery europeo giunga quando ormai il Paese ha smesso di respirare.

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