Grace di Monaco non è solo un biopic fatto per bene
25 Maggio 2014
Non lasciatevi condizionare dalle malelingue che hanno sparato a zero su questo Grace di Monaco. Non si può certo parlare di un’opera memorabile ma non è nemmeno quel film tremendo descritto da alcuni critici britannici e statunitensi che, francamente, non sappiamo cosa si aspettassero di vedere sullo schermo.
Si tratta di un’opera piacevole, per alcuni aspetti anche istruttiva perché racconta un episodio della storia europea che mette a fuoco i difficili equilibri tra la potente Francia e il piccolo principato monegasco. Il regista Olivier Dahan e lo sceneggiatore Arash Amel hanno scelto di non confezionare un puro biopic ma di raccontare gli anni della crisi matrimoniale e di identità di Grace Kelly, quando i problemi coniugali con Ranieri le fecero rimpiangere il mondo dorato di Hollywood al quale aveva rinunciato per diventare principessa.
Il film comincia proprio con la visita di Alfred Hitchcock a Montecarlo e con la proposta di tornare al cinema come protagonista di Marnie, ruolo poi interpretato da Tippi Hedren, mamma di Melanie Griffith. Un periodo difficile per Grace ma anche per il marito e per il suo stesso Principato che rischiò di essere preso con la forza da un De Gaulle innervosito dal trattamento di favore che su quel territorio si riservava (e si riserva tuttora) ai ricchi, francesi e non, ai quali si applica una tassazione vicina allo zero..
Il film, avversato fino all’ultimo dalla famiglia Grimaldi, pecca di qualche ingenuità drammaturgica ma si apprezza per la dettagliata ricostruzione dell’epoca e degli ambienti, anche se alcune figure sembrano più caricature che personaggi storici, come il cupo De Gaulle dal naso aquilino e dall’aria corrucciata che chiama la protagonista "l’Afrodite americana".
Una dea conturbante e abile che riesce a portare i sudditi e l’opinione pubblica internazionale dalla sua parte quando tutto sembra perduto e i carri armati francesi già minacciano l’indipendenza del piccolo territorio.
Va detto che il film è tutto retto dalla bravura di Nicole Kidman coadiuvata da ottimi comprimari: Tim Roth nella parte del principe Ranieri III e Peter Langella nel ruolo del prete cattolico Francis Tucker, consigliere spirituale della coppia. In Nicole Kidman e Grace Kelly coincide l’algida bellezza e la sindrome da piedistallo che sembrano soffrire entrambe. La Kidman accentua quest’ultimo aspetto dell’attrice di Philadelphia aggiungendo sapientemente i tratti privati di una donna in realtà umana e vulnerabile. Tim Roth interpreta un Ranieri convincente, probabilmente molto vicino alla realtà e Peter Langella offre un’intensa interpretazione come confidente, più che spirituale, psicanalitico di Grace e politico di Ranieri.
Mi auguro che i doppiatori italiani abbiano fatto un buon lavoro. Ho avuto la fortuna di vedere il film in lingua originale e la godibilissima dizione dell’inglese di tutti gli attori aggiunge valore al film.
