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Torna il partito della delegittimazione

Grazie a Giannini l’antiberlusconismo è diventato una categoria della politica

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Dopo le ultime elezioni, per un lungo momento, si è avuta l’impressione che fosse stato superato un tornante decisivo. Berlusconi aveva vinto le elezioni per la terza volta. Una vittoria netta, non equivocabile, ottenuta alla guida di una lista che prefigura un partito e non con un insieme un raccogliticcio di formazioni politiche o una coalizione rissosa. Per alcuni mesi è stato lecito pensare che i tentativi di delegittimazione, che in passato avevano costituito il pane quotidiano dell’opposizione, non si sarebbero ripetuti. Poi, nelle ultime settimane, avevamo avvertito da vari piccoli indizi (una vignetta più bolsa del solito, un commento inutilmente acido di qualche politico dell’opposizione) come un mutamento di clima. L’altro giorno queste vaghe sensazioni hanno trovato una inequivocabile conferma. «La Repubblica», il quotidiano romano che è l’house organ del fondamentalismo antiberlusconiano, ha pubblicato larghi estratti dell’introduzione di un libro di Massimo Giannini, Lo statista. Il ventennio berlusconiano tra fascismo e populismo (Baldini, Castoldi, Dalai), in uscita nei prossimi giorni.

Per quanto non sia possibile dare un giudizio d’insieme sul libro, anche a questo semplice assaggio di lettura una prima considerazione s’impone. Rispetto alla corrente letteratura antiberlusconiana, del tipo di quella prodotta da Travaglio e soci, c’è quello che si può definire un salto di qualità. I libri travaglieschi sono esercizi di copismo giudiziario. Si limitano cioè a montare, in un insieme più o meno coerente, quanto scritto negli atti processuali. Giannini, invece, ha l’ambizione di volare più in alto. Fornire cioè le categorie teoriche per inquadrare e criticare Berlusconi e il berlusconismo, inserendolo nella storia d’Italia. Berlusconi viene definito infatti uno Statista, certo, uno "dei peggiori della storia patria. Ma un vero Statista". Anche il richiamo al fascismo o al totalitarismo, pur presente in modo esplicito, viene modulato in forme ben diverse che in passato. Si parla di ventennio berlusconiano, si ricorda che la "deriva italiana è una forma moderna di ‘totalitarismo’ post-ideologico", ma si ha cura di specificare che la nostra nazione "è troppo disincantata per incappare in un vero ‘regime’ in cui siano conculcate le libertà fondamentali".

Per descrivere questa situazione Giannini ricorre alle analisi di studiosi noti (Crouch, Zakaria), ma lo fa in modo del tutto strumentale. Prendiamo, ad esempio, il riferimento al concetto di postdemocrazia, coniato dal sociologo inglese Colin Crouch. Questi ha denunciato sì l’avvento delle postdemocrazie ma si è premurato di specificare che nei paesi da lui definiti postdemocratici le opinioni pubbliche non sono catatoniche, ma sono diventate più esigenti che in passato. Inoltre, ha molto insistito sul fatto che la deriva postdemocratica investe anche i partiti di sinistra, incapaci da tempo di svolgere quel ruolo di integrazione delle masse nelle istituzioni che li ha sempre caratterizzati. Insomma, quello che nelle analisi del ricercatore britannico è uno strumento analitico accortamente calibrato, nella prosa di Giannini diventa un corpo contundente, una forma di insulto pseudosofisticato pronta per l’uso.

Anche l’ammissione esplicita che il consenso a Berlusconi sia reale e fondato e non il frutto di una manipolazione mediatica, viene fatta con un tono subdolamente apocalittico. L’ultimo avatar del berlusconismo, ricorda Giannini, presenta una novità sostanziale "il leader non è più solo ‘elettronico’, ma si è fatto compiutamente ‘politico’. E soprattutto non ha più solo ‘un pubblico’, ma ormai si è costruito anche ‘un popolo’... ". In altri termini, anziché tener conto di un fatto incontestabile, cioè che la società italiana è profondamente mutata e ha trovato una sua proiezione politica, Giannini attribuisce a Berlusconi sovrumane capacità demiurgiche.

Insomma, il salto di qualità di cui si diceva all’inizio si risolve in una vertiginosa fuga in avanti. Pur riconoscendo che nessun vulnus è stato inferto alle libertà fondamentali si fanno molte contorsioni per dimostrare che siamo all’anticamera di un nuovo totalitarismo (per quando soft e postmoderno esso possa essere).

C’è da augurarsi che questo libro non divenga il livre de chevet del popolo della sinistra. Nelle democrazie maggioritarie la regola è semplice. Chi vince le elezioni politiche governa per l’intera legislatura assumendosi davanti agli elettori la responsabilità delle proprie scelte. Chi perde le elezioni non solo fa un’opposizione ferma, ma riflette sugli errori passati e prepara la rivincita. Per poter fare questo deve però prendere atto della realtà, non fabbricarsi un inesistente idolo polemico o formulare dei traballanti paragoni storici. Le tesi di Giannini, ahimè, non aiutano questa presa di coscienza critica.

 

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1 COMMENT

  1. L’articolo di Griffo,è ben
    L’articolo di Griffo,è ben confezionato,conclude pensando di convincere ma non porta una sola argomentazione in difesa del suo Berlusconi.Berlusconi o si ama o si odia,dice il mio socio della casa delle libertà,io non odio il cavaliere ,lo ritengo pericoloso per la nostra immagine all’estero,per la crescita della democrazia ,così imperfetta nel nostro Paese,per gli interessi della classe media (impiegati e piccoli imprenditori),per gli interessi degli operai e dei giovani (non figli di papà )che vorrebbero un futuro ricco di opportunità e per noi ,maturi combattenti democratici, che abbiamo dovuto vedere,per colpa sua, i post-fascisti al potere ed i razzisti della Lega ministri della Repubblica.

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